A cura di Francesca Pedace-

Un dibattito fin troppo prolisso su questo olio. Ma perché? C’è chi dice che faccia male e chi invece sostiene siano solo panzane. Da qui ecco scatenata l’ironia del web dove cose che mai avrebbero potuto contenerlo diventano anch’esse palm-free.

Anche le multinazionali del settore alimentare non hanno esitato a sfruttare la situazione di dubbio sulla salubrità di questo olio: più il dibattito si faceva acceso più sugli scaffali dei supermercati comparivano gli stessi prodotti di sempre ma con confezioni nuove, tutte con quel magnifico bollino in vista con su scritto “senza olio di palma”. Roba che magari quel prodotto tale olio non l’ha mai contenuto ma oggi più che mai meglio farlo presente.

Vi siete mai chiesti però perché tanta gente è contraria a tale olio e perché sono stati sollevati dubbi su quanto questo sia salutare? Fare ironia è sempre divertente e porta tanti like ma è fin troppo semplice alimentare coi meme una polemica sterile fondata sull’ignoranza.

Quali sono dunque i principali motivi di avversione a questo olio?

Partiamo dal presupposto che si tratta di un conservante, di origine naturale, certo, ma comunque fonte di grassi e potenzialmente cancerogeno. Per i puristi già che si tratti di un conservante non va bene. Se grasso è peggio, se addirittura possibilmente cancerogeno apriti cielo. Molti in effetti hanno contestato sia troppo grasso, più del burro e che contenga sostanze cancerogene dovute alla sua lavorazione. Secondo i relatori di un convegno tenutosi alla Federico II – il cui esito è stato divulgato grazie ad un articolo  de La Repubblica – l’olio di palma nuoce alla salute solo se lavorato a temperature sopra i 200 gradi perché  senza adeguati controlli tecnologici potrebbe sviluppare alcune sostanze potenzialmente nocive. E questo le industrie italiane più innovative lo sanno bene, avendo trovato il modo di eliminare il rischio di agenti cancerogeni con strutture di ricerca qualificate al loro interno.
Passando al profilo lipidico c’è da dire che l’olio di palma contiene il 50% circa di grassi saturi a catena lunga, praticamente lo 0% di grassi saturi a catena media, il 40% circa di grassi monoinsaturi e il 10% circa di grassi polinsaturi. Dal punto di vista chimico l’olio di palma equivale sostanzialmente al burro; in sostanza ciò che cambia è che il 12% di grassi saturi a catena media del burro è sostituito nell’olio di palma da grassi monoinsaturi. Tuttavia, se di base – chimicamente – è equivalente al burro, il processo di raffinazione lo peggiora. L’olio di palma è infatti ricco di vitamina A sotto forma di carotenoidi, in misura 15 volte superiore alle carote, di vitamina E e non contiene colesterolo. Peccato che durante il processo di raffinazione i carotenoidi vengano distrutti.

Secondo il rapporto Eurostat 2015 (il più recente attualmente disponibile), nel 2013 l’olio di palma ha rappresentato il 39% degli oli vegetali prodotti a livello mondiale e secondo i dati forniti dal WWF l’Italia è il secondo Paese importatore di olio di palma in Europa. Del successo del prodotto non c’è da stupirsi; la palma da olio, infatti, è particolarmente produttiva: il raccolto che viene effettuato su una determinata superficie di terreno rende molto più olio rispetto a quello ottenibile da coltivazioni di soia o girasole che richiederebbero spazi decisamente più ampi. Ben si comprende come i costi si facciano interessanti per i produttori. Il problema è che questa produzione ha però un  grande impatto ambientale. Secondo un report pubblicato da Quotidiano.net il Partito Animalista Europeo ha presentato denuncia all’Antitrust per pubblicità ingannevole contro l’Unione italiana per l’olio di palma sostenibile rea di aver lanciato una campagna per sensibilizzare i consumatori sui valori nutrizionali di questo alimento affermando che non presenta rischi per la salute e che la sua coltivazione – fatta in modo sostenibile – aiuta a rispettare la natura. Tale campagna a detta del PAE era ingannevole e fuorviante in quanto i messaggi informativi risultavano essere non corrispondenti al vero. Nel rapporto così pubblicato è stato accertato che i principali acidi grassi che alzano il livello di colesterolo sono gli acidi grassi saturi tra cui l’acido palmitico. Ricerche statunitensi ed europee hanno confermato lo studio dell’OMS che ha elencato l’olio di palma fra i grassi saturi dei quali si consiglia di limitare l’uso per ridurre il livello di colesterolo.

C’è poi l’aspetto legato alla tutela dell’ambiente. Le piantagioni di palma stanno distruggendo la foresta e la sua fauna. Stanno infatti aumentando gli incendi di origine dolosa che mietono vittime non solo fra le specie vegetali ma anche fra quelle animali. La deforestazione interessa zone del mondo come la Costa d’Avorio, l’Uganda e l’Indonesia le cui foreste incontaminate vedono via via erosi i propri confini a causa della domanda crescente di un olio di cui il mondo potrebbe benissimo fare a meno. In Indonesia e Nuova Guinea, per esempio, il terreno per la coltivazione è stato preparato spesso drenando ed incendiando aree di foresta palustre e torbiera ed è stato valutato che anche in seguito a questi fenomeni l’Indonesia è diventata il terzo emettitore mondiale di gas serra. Inoltre la deforestazione minaccia d’estinzione gli orango, diffusi solo in quelle aree, tanto che sono nati appositi centri di recupero per gli esemplari che rimangono ustionati dalle fiamme.

Ancora più terribile è la sorte degli elefanti in Malesia e nel Borneo, soprattutto dei cuccioli, che si macchiano del terribile delitto di nutrirsi dei frutti della palma e che pertanto vengono avvelenati col veleno per topi. L’elefante pigmeo del Borneo è una rara specie di elefante della foresta; ne rimangono solo 1.500 unità ma queste devono comunque sopperire all’economia della zona, basata sulle esportazioni di legname e la palma da olio. Le ultime aree di foresta nello Stato di Sabah e Sarawak oggi sono infatti piantagioni di palma da olio. Con queste foreste, il Borneo perde un grande patrimonio, per le specie di animali e piante che includono rinoceronti in estinzione, oranghi e scimmie nasiche. Il governatore di Sabah è coinvolto nella deforestazione. È lui stesso a concedere i permessi per i tagli e l’implementazione di piantagioni di palma da olio.

La devastazione delle foreste pluviali nella generalità dei paesi sopracitati provoca inoltre un grave danno alle popolazioni indigene che tuttora le abitano (contribuendo alla loro difesa e protezione), alle quali territori che esse occupano da secoli verrebbero sottratti senza remore. Non dimentichiamo poi che le monocolture distruggono le economie locali costringendo la popolazione a trovare lavoro nelle piantagioni stesse dove tra si vanno a perpetrare numerose violazioni dei diritti dei lavoratori.

Come riporta il TPI  il 30 novembre 2016 Amnesty International ha pubblicato un rapporto intitolato “Il grande scandalo dell’olio di palma: violazioni dei diritti umani dietro i marchi più noti”. Si tratta di un’indagine sulle piantagioni dell’Indonesia che appartengono al più grande coltivatore mondiale di palme da olio, la Wilmar. Essa rifornisce nove aziende di fama mondiale: Afamsa, Adm, Colgate-Palmolive, Elevance, Kellogg’s, Nestlé, Procter & Gamble, Reckitt Benckiser e Unilever. I risultati del rapporto riportano uno stato di sfruttamento delle donne costrette a lavorare per molte ore con un compenso inferiore alla paga minima, prive di assicurazione sanitaria e di trattamento pensionistico; impiego di bambini al di sotto degli otto anni per attività pericolose e fisicamente logoranti; lavoratori privi di strumenti protettivi per la propria salute e alcuni gravemente intossicati da “paraquat”, un agente chimico messo al bando nell’UE.

La Wilmar ha ammesso l’esistenza di problemi relativi al lavoro nelle sue attività. Nonostante ciò, l’olio di palma proveniente da tre delle cinque piantagioni indonesiane su cui Amnesty International ha indagato è stato certificato come “sostenibile”.

Adesso ditemi, siete proprio sicuri che la vostra merendina valga tutto questo?