A cura di Andrea Curti

Disimpegnati scatti d’attualità: cronaca in due atti. 

Vi starete chiedendo –o più probabilmente no, ma concedetemi la finzione- perché stravolgere la ritualità dell’articolo monotematico scegliendo proprio queste due storie.

Nel corso dell’ultimo mese sono saliti agli onori delle cronache alcuni eclatanti casi di malagiustizia, o di giustizia superficiale o anche solo anomala, che, fuori da ogni tecnicismo o cavillo procedurale, stonano a tal punto con la naturale vocazione del sistema da esser diventati noti come eccellenti eccezioni in un meccanismo in realtà virtuoso.

Penso al clamoroso caso di Torino: un uomo, condannato vent’anni fa in primo grado a dodici anni di carcere per aver stuprato la figlia (7 anni) della propria convivente, viene assolto in appello perché dall’epoca del fatto, complice un’ingiustificabile lentezza, è trascorso il lasso di tempo sufficiente a far maturare una odiosa prescrizione che, con un colpo di spugna, consegna all’impunità una bestia.

Penso a Firenze, pochi giorni fa: un ventinovenne indiano aggredisce una ragazza per strada dopo averla seguita per le vie periferiche della città e tenta di strangolarla con il laccio del cappuccio. La ragazza riesce a liberarsi e l’aggressore, fermato poco dopo, viene tenuto in cella per 48 ore. Uscito, gli viene comminato l’ obbligo di dimora dalle 20 alle 7: la custodia cautelare, ritiene il GIP, è sproporzionata rispetto al reato per il quale ricorrono gravi indizi.

Poi c’è l’altra faccia della medaglia: le vittime. Coloro i quali subiscono le storture di un sistema che, a volte, fallisce senza appello la propria missione.

C’è la bambina di sette anni -ora ne ha quasi trenta- che per tutto questo tempo ha vissuto con l’insostenibile frustrazione di non aver meritato la parola “fine” in relazione una vicenda lontana, eppure vicinissima, di un passato che troppo a lungo non le è stato concesso di archiviare.

C’è la ragazza di Firenze, brutalmente aggredita da un uomo la cui offensività è stata valutata insufficiente per una tutela più adeguata, in un’epoca in cui troppa violenza evitabile viene perpetrata.

Ma c’è anche Angelo, innocente e in gabbia per una vita. E c’è il resto del mondo, che spesso percepiamo lontano e da cui ci sentiamo al sicuro, ma che in realtà è lì, dietro l’angolo, a raccontarci di storie che devono esser portate all’attenzione di tutti. Ne accennerò una tra poco.

Perché in due atti? E’ pacifico che tutti noi nasciamo liberi di fronte all’arma a doppio taglio di una giustizia che, in quanto umana, conosce l’errore. Ecco allora che provare a ragionare sull’errore avendo davanti storie apparentemente distanti diventa una preziosa occasione per guardare, una volta di più e con qualche amarezza, al rapporto tra uomo, regole e arbitri. Banale? Forse. Magari utile, chissà. In ogni caso, come emerge con prepotenza da queste vicende, dietro ai codici c’è la vita vera di ciascuno di noi che, talvolta, può diventare ostaggio di scelte irreparabili.

Colpevole fino a prova contraria

“Dissi mors che [in dialetto, ndr] vuole dire peso. Mi riferivo ad un bobcat che trasportavo. Venne tradotto come “morto”. Ma io ero altrove in quel momento ed era facile verificarlo”.

Angelo Massaro ripercorre così, con queste poche e stanche parole il calvario che per ventuno anni –VENTUNO- è stato costretto a subire. Una irragionevole detenzione dovuta ad un errore di trascrizione di un’intercettazione telefonica. Oggi Angelo, pugliese, ha 51 anni ed è stato appena assolto dalla Corte d’Appello di Catanzaro per non aver commesso il fatto in relazione ad un processo che lo ha visto accusato e condannato per l’omicidio e l’occultamento di cadavere di Lorenzo Fersurella, ucciso nell’ottobre del 1995 nel tarantino. Aveva ottenuto una condanna in via definitiva a trent’anni di carcere per cumulo di pene, ma la Corte di Cassazione, nell’accogliere la richiesta del suo difensore, ha concesso la revisione del processo.

Il suo arresto era stato deciso sulla base di due elementi: un’intercettazione telefonica e la testimonianza di un collaboratore di giustizia, che sosteneva di aver appreso da terzi del presunto coinvolgimento di Massaro nel delitto. Il 15 maggio del 1996 Angelo viene condotto nel carcere di Foggia, prima tappa di una lunga odissea che lo porterà nei penitenziari di Carinola (Caserta), Taranto, Melfi e infine Catanzaro.

L’avvocato Maggio è riuscito, al termine di un iter ingiustificatamente lungo, a dimostrare l’innocenza del suo assistito anche sulla base dell’inesatta interpretazione del termine dialettale nell’intercettazione telefonica: Angelo si trovava in una località diversa da quella in cui scomparve il povero Fersurella, e impegnato in attività totalmente estranee a qualunque condotta perfino sospettabile.

Nel frattempo, tuttavia, l’errore si porta con se’ ventuno anni di vita di un innocente.

Il legale fa sapere che presenterà una richiesta di risarcimento per ingiusta detenzione. Ma sono queste parole, che riporto virgolettate, a dare meglio di qualunque altra cosa il senso dell’irreparabilità di un inimmaginabile tormento che lascia dietro di se’ un’infinità di domande:

“Angelo è ancora a Catanzaro” –spiega l’avvocato Maggio, commentando la sentenza della Corte d’Appello di Catanzaro- “Mi ha chiamato poco fa e si sente un po’ spaesato, il suo mondo è cambiato. […] Gli gira la testa, ha paura. […]Faceva colloqui con i familiari ogni 15 giorni. Credo che tornerà a Fragagnano (Taranto). I suoi figli ora sono maggiorenni. Quando fu arrestato il secondogenito aveva solo 45 giorni”.