a cura di Giulio Rivellini-

Si tramanda che Antonio, nel 44 a.C., al tempo console della Repubblica romana, stava sfilando alla festa dei Lupercalia. Nel fragore della folla, seduto su uno scranno dorato, sedeva il collega Gaio Giulio Cesare, padrone indiscusso del panorama politico di quegli anni. Narrano come ad un tratto Antonio si fosse fatto avanti offrendosi di incoronare Cesare, proprio come un re. Ma di fronte alla folla ammutolita, il “dictator” aveva deciso di rifiutare, scandendo le parole “non rex sed Caesar” e calmando così i bollori della plebe. Di lì a poco l’eroe delle Gallie sarebbe stato assassinato, nella congiura più iconica della Storia, quella delle Idi di Marzo. “Non rex sed Caesar”, il significato di questa sentenza va contestualizzato al tempo in cui la figura del “rex” era vista come antitesi politica per eccellenza della “res publica”, un po’ come per noi l’emblema del “Duce” e del “Dittatore”. In quel periodo, però, la Repubblica stava vivendo il suo tramonto. Da quando, quasi 60 anni prima, le legioni erano diventate di fatto proprietà dei generali – passando per l’aperta dittatura di Silla, i molteplici tentativi di colpo di Stato, la dilagante corruzione nelle istituzioni e la guerriglia urbana – si era assistito ad una lenta ed implacabile erosione degli istituti repubblicani, proprio quelli presi ad esempio da Polibio. Il colpo di grazia era giunto con il primo triumvirato, quando le decisioni cominciarono a non essere più prese apertamente dagli organi collegiali, ma in quel di Lucca da un manipolo di tre uomini. Il resto è romanzo storico, che noi tutti conosciamo e che portò Cesare al comando senza opposizione. Così, nel tripudio della dissimulazione retorica, tipica dei periodi in cui la fiducia scarseggia, Cesare aveva diluito a poco a poco l’influenza dei “contrappesi” repubblicani, facendosi nominare persino “dictator rei publicae costituendae” (carica che poi diventò perpetua, andando a ricalcare dunque i lineamenti di un sovrano assoluto). “Non rex sed Caesar”, con quelle parole il dittatore ci ha svelato un segreto da non dimenticare mai: il potere, per farsi assoluto, deve ammantarsi di vesti nuove. E così Bruto, ammazzandolo poco tempo dopo, passò alla Storia come il “conservatore patricida”.