A cura di Manuela Romaniello-

Enzo Tortora è stato un noto conduttore televisivo degli anni 80; giustamente la maggior parte di voi non lo conoscerà, tuttavia mi preme raccontare la sua storia, perché è stato uno degli episodi più complessi di ingiustizia italiana. Come ho già accennato, il signor Tortora fu un affermato personaggio televisivo, tale da presentare programmi di successo accanto a Dario Fo, Pippo Baudo, Mike Bongiorno e Corrado. La sua carriera, però, venne brutalmente stroncata il venerdì 17 giugno del 1983 quando, alle quattro del mattino, venne svegliato dai carabinieri, arrestato e accusato di far parte di associazione di stampo camorristico. Le accuse si basavano sulle dichiarazioni dei pregiudicati Giovanni Pandico, Giovanni Melluso e Pasquale Barra, legato a Raffaele Cutolo; inoltre, altri 8 imputati nel processo alla cosiddetta “Nuova Camorra Organizzata accusarono Tortora. A queste accuse si aggiunsero quelle, rivelatesi anch’esse in seguito false, del pittore Giuseppe Margutti, già pregiudicato per truffa e calunnia, che affermò di aver visto Tortora spacciare droga negli studi di Antenna 3; si contarono così tredici false testimonianze.Gli elementi “oggettivi” di fatto si basavano solo ed esclusivamente su di un’agendina ritrovata nell’abitazione di un camorrista, con scritto a penna un nome che appariva essere, inizialmente, quello di Tortora, con a fianco un numero di telefono. Il nome, ad esito di una perizia calligrafica, risultò non essere quello del presentatore, bensì quello di un tale Tortona e neppureil recapito telefonico risultò essere del presentatore.Si decretò, inoltre, che l’unico contatto avuto da Tortora con Giovanni Pandico fu a motivo di alcuni centrini provenienti dal carcere in cui era detenuto lo stesso Pandico; centrini che erano stati rivolti al signor Tortora con l’intento di metterli in vendita all’asta del programma Portobello. La redazione di Portobello aveva smarrito i centrini ed Enzo Tortora scrisse una lettera di scuse a Pandico. La vicenda era finita con un assegno di rimborso. In Pandico, schizofrenico e paranoico, si svilupparono sentimenti di vendetta verso Tortora, e perciò cominciò a scrivergli delle lettere che pian piano assunsero carattere intimidatorio con scopo di estorsione.Tortora fu difeso da Pippo Baudo,Leonardo Sciascia, Massimo Fini e Piero Angela. E proprio quest’ultimo promosse una raccolta di firme pro-Tortora sul quotidiano la Repubblica, firmata da Eduardo De Filippo ed Enzo Biagi. Il 17 settembre 1985 Tortora fu condannato a dieci anni di carcere, principalmente per le accuse di altri pentiti, però il 15 settembre 1986, quindi esattamente un anno dopo la condanna, Enzo Tortora fu assolto con formula piena dalla Corte d’appello di Napoli e per i camorristi iniziò un processo per calunnia: secondo i giudici, infatti, gli accusatori del presentatore avevano dichiarato il falso con lo scopo di ottenere una diminuzione della loro pena. Altri, invece, non legati all’ambiente carcerario, avevano l’obiettivo di trarre notorietà dalla vicenda: un esempio era proprio il caso del pittore Giuseppe Margutti, che puntava ad acquisire pubblicità per vendere i propri quadri. Dopo sette mesi di carcere e arresti domiciliari, Tortora fu assolto dalla Corte d’appello di Napoli. Secondo Sciascia: <<Quando l’opinione pubblica appare divisa su un qualche clamoroso caso giudiziario – divisa in “innocentisti” e “colpevolisti” – in effetti la divisione non avviene sulla conoscenza degli elementi processuali a carico dell’imputato o a suo favore, ma per impressioni di simpatia o antipatia. Come uno scommettere su una partita di calcio o su una corsa di cavalli. Il caso Tortora è in questo senso esemplare: coloro che detestavano i programmi televisivi condotti da lui, desideravano fosse condannato; coloro che invece a quei programmi erano affezionati, lo volevano assolto>>. Difeso strettamente dagli avvocati Alberto Dell’Ora e Raffaele Della Valle, Tortora ha affrontato con grande dignità la situazione e si è battuto non solo per riacquisire la propria libertà, ma anche per evitare in futuro simili errori giudiziari. Dal carcere, scrisse varie lettere alla moglie Francesca, in cui descriveva il suo stato di angoscia, disperazione e al tempo stesso di incredulità, mentre si rafforzava in lui la voglia di lottare. Riteneva infatti che il suo scopo era uno e precisamente quello del “far sapere”; non solo gridando la sua innocenza, bensì battendosi al punto da fare sì che tali “inciviltà procedurali” non si ripetano. Proprio lo stesso Della Valle riconobbe che “la battaglia di Enzo è stata davvero un’illusione.”