a cura di Andrea Josè Mussino-

Il 16 aprile 2017, domenica di Pasqua, il Papa emerito Benedetto XVI, al secolo Joseph Ratzinger, compie 90 anni. Questo formidabile traguardo anagrafico spinge ad una riflessione su una personalità unica ed irripetibile, che sarà ricordato se non altro per lo storico gesto della rinuncia al pontificato. E’ comunque riduttivo far entrare Benedetto XVI nei libri di storia solo per questo ultimo atto della sua vita pubblica. Joseph Ratzinger, con la sua immensa formazione culturale, non solo teologica e filosofica, rappresenta l’ultima voce intellettuale di un’Europa che vive in un crescente declino di idee e di valori, un umanista che ancora pone l’uomo al centro con la sua razionalità e la sua esigenza di spiritualità, e che vede nella cultura la massima espressione dell’uomo ed allo stesso tempo uno strumento per capirlo. Lo spessore della vicenda umana ed intellettuale di Ratzinger va oltre l’aspetto strettamente religioso, ma ha qualcosa da dire ad ogni uomo.

La storia di Benedetto XVI inizia a Marktl am Inn, un piccolo paesino della cattolicissima Baviera, il Sabato Santo del 1927. Nasce in una famiglia modesta, da Joseph, poliziotto, e Maria Palmer, cuoca, dai quali riceve un’educazione fondata su solidi e semplici principi religiosi; non è secondario il fatto che in famiglia si respiri anche un convinto antinazismo. Tuttavia il turbine di quegli anni drammatici coinvolgerà anche il giovane Joseph, che è arruolato negli ultimi mesi della Seconda Guerra Mondiale; alla fine del conflitto, passerà un mese in un campo di prigionia, prima di essere liberato nel giugno 1945. In quei mesi all’inizio del dopoguerra, matura in lui la vocazione religiosa. Dopo gli studi presso la Scuola Superiore di Filosofia e Teologia di Frisinga, l’università di Monaco di Baviera ed il seminario, è ordinato sacerdote il 29 giugno 1951. Dopo il dottorato in teologia all’università di Monaco, Ratzinger inizia la sua carriera di studioso ed accademico: insegna teologia a Monaco (1957-1959) e Bonn (1959-1963), dogmatica a Munster (1963-1966) Tubinga (1966-1969) e Ratisbona (1969-1977). Durante gli anni del Concilio Vaticano II, partecipa alle riunioni conciliari a Roma come consulente del cardinale Josef Frings, suscitando critiche e malumori per le sue idee, considerate troppo moderne e progressiste (aspetto curiosamente paradossale, considerando le critiche che gli saranno rivolte in senso opposto negli anni seguenti). Nel 1977, arriva una svolta improvvisa, che lo sottrae per sempre all’attività accademica: Paolo VI lo nomina arcivescovo di Monaco e cardinale. Nel 1981 Giovanni Paolo II, che era rimasto affascinato dalla lettura della sua opera “Introduzione al cristianesimo” (pubblicato nel 1967, e diventato col tempo un vero e proprio best-seller), lo nomina Prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede. Diventa in breve tempo il braccio destro del Papa e suo principale consigliere in materia teologica, curando alcuni documenti importanti del pontificato wojtyliano come il Catechismo del 1992. L’ultima, fondamentale, svolta nella sua vita avviene nel 2005 quando, alla morte di Papa Wojtyla, il Conclave lo elegge come suo successore.

Si può affermare che le tesi sviluppate da Joseph Ratzinger come teologo hanno avuto un proprio compimento nei discorsi e negli scritti del pontificato, come in un sistema di vasi comunicanti che pone in contatto il professore universitario ed il papa. La riflessione di Ratzinger inizia dalla sua fede cristocentrica, e quindi imprescindibilmente dalla figura di Gesù, considerata innanzitutto dal punto di vista storico, prima ancora che da quello della fede. Conoscere, anzi riconoscere l’umanità di Gesù, valorizza ancora di più la sua divinità e la sua missione salvifica, perchè la avvicina ad ogni persona e la rende accessibile ad ognuno.  E’ una visione che il papa ha sviluppo nella sua trilogia di libri su Gesù scritta durante gli anni del papato, proprio per superare le differenze che si erano sviluppate nella teologia e nell’esegesi tra il “Gesù storico” ed il “Cristo nella fede”. Questa tesi ci mostra un aspetto fondamentale della riflessione di Joseph Ratzinger, ossia il rapporto tra fede e ragione: qualsiasi esperienza di fede nasce da domande che l’uomo si pone nella libertà del proprio intelletto, e che soltanto nell’incontro personale ed umano, quasi amichevole, con la persona di Gesù e con il suo messaggio di amore trovano una risposta.

E’ interessante anche un’altra tesi che il papa ha elaborato in un ambito più ecclesiale, quella dell’ermeneutica della continuità. Lo stesso Benedetto XVI ne da’ la definizione, in un importante discorso tenuto alla Curia Romana il 22 dicembre 2005, affermando che essa è il “rinnovamento nella continuità dell’unico soggetto-Chiesa, che il Signore ci ha donato; è un soggetto che cresce nel tempo e si sviluppa, rimanendo però sempre lo stesso, unico soggetto del Popolo di Dio in cammino”. La questione nasce riguardo la corretta interpretazione del Concilio Vaticano II e delle riforme che esso aveva impresso alla Chiesa, che secondo alcuni rappresentavano una profonda cesura rispetto al passato, mentre secondo altri si ponevano in continuità con la dottrina della Chiesa pre-conciliare. Ratzinger, da cardinale e da papa, ha sempre difeso l’integrità della dottrina cristiana da alcune interpretazioni eccessivamente liberali che stavano prevalendo (soprattutto nelle materie più “calde”, quali matrimonio, celibato sacerdotale, etc). Durante il pontificato, per rimarcare questa continuità, ha voluto recuperare degli aspetti che dopo il Concilio erano caduti in disuso, come una valorizzazione del latino come lingua universale della Chiesa, od il riutilizzo di alcuni oggetti liturgici. Sicuramente questo è l’aspetto del pontificato ratzingeriano che è stato meno compreso dall’opinione pubblica, forse perché non spiegato bene nel suo significato: Il recupero di questi aspetti tradizionali è stato interpretato come una mera forma di conservatorismo fine a se stessa, anziché come un modo per sottolineare l’importanza di usi che nei secoli passati avevano caratterizzato la vita della Chiesa.

In Benedetto XVI è fondamentale la critica al relativismo, o meglio ancora alla “dittatura del relativismo”. Ancora una volta è lo stesso Joseph Ratzinger a fornircene la definizione, nell’omelia pronunciata nella Messa pro Eligendo Romano Pontifice, che l’allora cardinale pronunciò prima di entrare nel Conclave da cui sarebbe uscito Papa, affermando che “avere una fede chiara, secondo il Credo della Chiesa, viene spesso etichettato come fondamentalismo. Mentre il relativismo, cioè il lasciarsi portare qua e là da qualsiasi vento di dottrina, appare come l’unico atteggiamento all’altezza dei tempi odierni. Si va costituendo una dittatura del relativismo che non riconosce nulla come definitivo e che lascia come ultima misura solo il proprio io e le sue voglie”. La critica è rivolta alle forme della società contemporanea che tendono a mostrarsi intolleranti verso la religione cristiana in alcuni dei suoi aspetti dottrinali più caratterizzanti. Alcuni modi di pensare sono considerati come gli unici validi ed a misura d’uomo, e di conseguenza chi non li segue è marginalizzato, se non addirittura ridicolizzato. E’ chiaro che la tesi di Ratzinger ha una forte connotazione religiosa, ed è rivolta a difendere la libertà dell’individuo cristiano di seguire, soprattutto per quanto riguarda l’ambito morale, un insegnamento della Chiesa, che al giorno d’oggi è quanto mai contrario, se non addirittura opposto, alla mentalità del mondo laico. La critica al relativismo, tuttavia, può avere una portata che trascende l’aspetto religioso, e che gli da’ un valore anche se si vuole guardare alla società occidentale con un occhio laico. Viviamo infatti in un mondo che, se da una parte è caratterizzato da un forte individualismo, dall’altro impone modelli estetici e comportamentali che, a lungo andare, limitano la libertà di espressione di ciascuna persona, conducendoci ad una lenta e progressiva omologazione. Riflettendo sul  relativismo possiamo porci delle domande su quanto le nostre società siano veramente libere, e su quale spazio ciascuno di noi ha per far sentire la propria voce e plasmare il proprio pezzetto di mondo.

Per sua natura, un gesto come quello delle dimissioni per una persona anziana dovrebbe essere quasi naturale. La rinuncia di Benedetto XVI assume invece un valore quasi drammatico, non tanto per la sua storicità, seppur innegabile, quanto perché sembra un gesto profetico a segnare un mondo che sta inesorabilmente cambiando. La “vecchia Europa” è confusa ed impreparata ad affrontare cambiamenti epocali che segneranno i prossimi decenni: La necessità di tornare ai propri valori, di cui il cristianesimo è parte integrante, le sfide delle migrazioni e dell’integrazione, nuovi focolai di guerra, il bisogno di elaborare un modello economico nuovo più a misura d’uomo. Joseph Ratzinger è ormai uscito di scena, ma senz’altro con la forza e la freschezza delle sue idee può dare un contributo, ricordandoci quali sono le nostre radici.