A cura di Cecilia Tommasi

La politica europea degli ultimi mesi è in pieno fermento. Importanti cambiamenti si preparano per la Francia, impegnata nella battaglia per le primarie presidenziali, ma ancor di più per la Turchia la quale è stata chiamata a votare un referendum costituzionale che da progetto, rivoluzionerebbe del tutto la struttura politica, economica e sociale dello stato della mezzaluna, il quale in una notte di aprile potrebbe vedere radicalmente modificata la propria posizione in ambito europeo nonché internazionale.
Prima di parlare del risultato della votazione, sarebbe bene spiegare in pillole quali sono i punti chiave di riforma del referendum in questione. Nella giornata del 16 aprile 55 milioni di cittadini turchi sono chiamati alle urne per esprimere il proprio consenso (Evet) o dissenso (Hayir) ad un progetto di riforma costituzionale presentato dal presidente Recep Tayyip Erdogan, con il quale il paese si trasformerebbe da repubblica parlamentare a repubblica presidenziale. La riforma prevede ben 18 emendamenti della carta costituzionale, che cambierebbe del tutto aspetto, sopratutto per quel che riguarda la gestione del potere esecutivo: in caso di vittoria del Sì il presidente avrebbe un mandato dalla durata di 5 anni rinnovabile fino a due volte; il presidente potrà nominare personalmente gli ufficiali pubblici, compresi i ministri ed eventuali vice- presidenti; il presidente avrà il potere di dichiarare lo stato di emergenza e potrà intervenire nell’esercizio del potere giudiziario, posto che i giudici sono stati accusati di essere influenzati dall’arci nemico Fetullah Gulein. In sostanza ne uscirebbe uno Stato superpresidenziale, in cui l’ago della bilancia dei poteri sarebbe spostato del tutto a favore del potere esecutivo del presidente, ma a discapito della figura del primo ministro il cui potere verrebbe letteralmente rottamato.

Insomma, il risultato?
Allo spoglio del 17 aprile l’esito è stato clamoroso: sebbene le statistiche prevedessero una maggioranza dei consensi per il NO, i conteggi delle schede hanno registrato la vittoria del Sì di Erdogan con un consenso del 51,3% degli elettori, contro un abbondante 48,7% favorevole al NO. Una vittoria ottenuta per il rotto della cuffia, si direbbe, ma il cui pur esile vantaggio è tale da poter cambiare il volto di un Paese.
Non è trascorso molto tempo dalla chiusura delle urne e dallo spoglio che l’OSCE (Organizzazione per la Sicurezza e la Cooperazione europea) ha dichiarato la votazione “unequal”, ritenendo che sia stata svolta secondo procedure che stanno al di sotto degli standard di democraticità europei. Le ragioni di tale deficit di democrazia sono state rinvenute dall’OSCE nel fatto che i promotori delle due fazioni non avessero avuto la possibilità di svolgere una campagna elettorale in condizioni di equità. Ai votanti – ha dichiarato l’OSCE- non sono state fornite informazioni imparziali circa i punti chiave della riforma, dal momento che dopo la dichiarazione dello stato di emergenza, avvenuta nel luglio del 2016, molte libertà fondamentali, necessarie allo svolgimento di un processo di votazione democratico, sono state limitate, e la gestione monopolizzata della radio e di tutti i media nazionali ha impedito ai votanti la possibilità di accedere ad informazioni plurilaterali. Infatti dalla dichiarazione dello stato di emergenza tutta la macchina statale è stata diretta e controllata da parte del presidente Erdogan il quale, dopo il fallito golpe del luglio 2016, ha spinto molto per l’approvazione di tale riforma costituzionale con la quale può ora ufficialmente esercitare un potere governativo autocratico.

I risultati di tale referendum hanno sicuramente esacerbato la solitudine della Turchia nello scenario internazionale, infatti la risposta dei leader Europei alla vittoria di Erdogan non è stata di congratulazione per una vittoria illegale ed iniqua. E’ da aggiungere un ulteriore dettaglio rilevante ai fini della valutazione di tali votazioni: si è trattata di un’ulteriore vittoria – dopo quella di Trump alla presidenza degli U.S.- di “periferia”: allo spoglio infatti è risultato che nelle tre principali città turche la maggioranza fosse per il NO, ad Istanbul il 51,2% ha votato per il NO, assieme al 51,4% di Ankara ed al 68,8% di Izmir. Evidenza di come tale referendum abbia ulteriormente aggravato il divario intercorrente tra le economicamente e socialmente sviluppate capitali turche e il resto degli arretratissimi paesi rurali. Si aggiunga in questa analisi che l’iniquità delle elezioni in parola è confermata dalla ridottissima capacità politica del partito filo-curdo Hdp (Partito della democrazia e della pace), dal momento che la maggior parte dei suoi esponenti sono stati vittime delle epurazioni post golpe.

Sebbene la questione circa le irregolarità delle votazioni è ancora piuttosto dubbia, è evidente la preoccupazione delle autorità europee in primis ed internazionali di conseguenza. I quesiti sono parecchi: quanto sarà forte e violento lo scontro con gli oppositori? E soprattutto cosa ne sarà del paventato referendum sull’introduzione della pena di morte?
Il presidente del Parlamento Europeo, Antonio Tajani, in un tweet parla di Red Line: un paese che sebbene abbia accettato il rispetto dei diritti umani tutelati dalle istituzioni europee, si sta in realtà trasformando in una polveriera pericolosissima per i già fragili equilibri internazionali che vedono un Oriente ridotto a brandelli da estremismi di parte ed irriducibili contendenti, che tra Russia e US, bramano la conquista di un territorio ormai del tutto vandalizzato.
In realtà a queste domande e ai nostri dubbi sul domani è difficile che pure lo stesso Erdogan possa trovarvi una risposta. Una cosa è certa: l’agenda politica del presidente non ammette ritardi o dilazioni, tutto procede secondo quanto programmato con l’impeccabile puntualità di un destino forse ineluttabile. E quindi, chissà che sarà.