A cura di Simone Pasquini

 

Sono passati quasi sei anni dalla caduta del regime di Gheddafi in Libia. Un lungo tunnel di violenze e di caos dalla cui uscita il paese nordafricano sembra ancora ben lontano. Una guerra civile, sull’onda lunga delle primavere arabe, che ha portato al collasso una dittatura più che quarantennale, aprendo le porte ad un caos politico tale da far sembrare quasi roseo il periodo dei Signori della guerra cinesi del primo Novecento. Inorriditi ogni giorno dagli eccessi del conflitto siriano, tendiamo a dimenticarci di quest’altro conflitto che si protrae ormai da sei lunghi anni, e che si combatte proprio alle porte dell’Italia.

Volendo fornire una sommaria schematizzazione dell’attuale scenario politico, potremmo dire che esistono due principali fazioni che tentano di dominare lo scenario libico , cercando nel contempo di arginare l’enorme massa di piccole tribù armate e gruppi combattenti che, dalla periferia di Tripoli alle oasi più recondite del Fezzan, imperversano nel Paese.

 

La città di Tripoli, storicamente ed economicamente la più importante città della Libia, è ora sede di una di queste due fazioni. Essa è sede del Governo di Alleanza Nazionale(GNA), sorto dopo gli accordi del 2016 siglati a Tunisi fra il suo attuale presidente Al-Sarraj e le altre forze politiche del Paese (accordi fortemente voluti dall’ONU nel tentativo di stabilizzare la situazione libica).

 

Il secondo grande attore della scena libica si trova invece all’altro capo del Paese, vicino al confine egiziano, sugli altopiani della Cirenaica. Si tratta del generale Khalifa Haftar, il quale combatte ormai da quasi tre anni apertamente contro il GNA di Tripoli dalla sua base di Tobruch. Egli, nominato dallo stesso Governo di Tripoli Capo di Stato Maggiore, nel 2014 tenta un golpe militare, accusando il Governo di non essere stato legittimato dal voto del Parlamento libico e di tenere posizioni chiaramente islamiste. Il Parlamento libico infatti, dopo l’escalation di questa seconda guerra civile libica, abbandonò Tripoli trasferendosi nella più distante Tobruch, oculatamente vicina la confine egiziano, ponendosi ora sotto l’ala protettiva del generale.

 

Per terminare questo quadro molto approssimativo, non bisogna dimenticare la presenza in tutto il paese di milizie islamiste più o meno affiliate a gruppi terroristici quali Al-Qaida, di gruppi armati di ispirazione politica (apparentemente) laica e addirittura di distaccamenti locali del’ISIS, soprattutto nella città di Sirte. In questi ultimi anni sono stati versati fiumi di inchiostro nel tentativo di dare una cifra più o meno esatta di questi gruppi armati. Il loro numero pare oscilli fra dodicimila e quindicimila tra gruppi tribali armati, milizie e brigate(più o meno) regolarizzate.

 

 

Questo piccolo sommario dell’incredibile caos politico e istituzionale del Paese sembrava essere una necessaria premessa all’esposizione dei recenti sviluppi che hanno spinto la redazione di questo articolo.

Come tutti sanno, la più grande ricchezza dell’arido territorio libico si trova nel sottosuolo, sotto forma di numerosi e vasti giacimenti petroliferi. A causa di questi anni di guerra, e del gran numero di danni subito dagli impianti, la produzione libica è scesa a circa il 10% della produzione effettiva risalente ai tempi del regime di Gheddafi. I pochi pozzi ancora in funzione si trovano in gran parte in una zona dell’entroterra compresa fra la Sirtica e la parte meridionale dell’altopiano Cirenaico, collegati tramite oleodotti a porti sulla costa, dove il greggio viene imbarcato sulle petroliere. Questi porti sono importanti non solo per i terminal petroliferi ma anche per la loro posizione strategica nel golfo di Sirte: in particolare il porto di Ras Lanuf, dotato anche di un modesto aeroporto.

Il 3 Marzo di quest’anno giunge la notizia che i porti di Ras Lanuf e di Sidra sono stati strappati alle forze del generale Haftar dalle milizie islamiste delle “Brigate di Difesa di Bengasi”, le quali avevano poi ceduto i porti ai gruppi delle “Guardie Petrolifere” fedeli al GNA di Tripoli. Dopo esattamente 10 dieci giorni dall’accaduto l’autorevole agenzia di stampa britannica Reuters pubblica una sua intervista a Oleg Krinitsyn, presidente della RSB-Group, una agenzia russa di “military consulting” (in altre parole, agenzia di contractors): Krinitsyn annuncia la presenza di mercenari russi nella città di Bengasi (anch’essa sul golfo di Sirte, non così lontano dalla zona in questione), affermando che la loro funzione si stava limitando ad operazioni di “sminamento” in seguito alla riconquista della città da parte delle truppe del generale Haftar.

Il giorno successivo a questa rivelazione, con un’azione repentina e fruttuosa, le truppe di Haftar riescono ad ottenere nuovamente, dopo alcune ore di combattimento,  il controllo dei pozzi e dei porti di Ras Lanuf e Sidra, dopo che ormai da giorni lo stesso generale preannunciava un imminente contrattacco per riconquistare i terminal. Quello che però getta una luce quasi sinistra su tutta la vicenda è ciò che viene riportato la stessa mattina dalla CNN: le forze di intelligence americane rivelano, al termine di operazioni ricognitive nell’area durate alcune settimane, di aver individuato la presenza di forze speciali russe, di un aereo da trasporto militare e perfino di un drone nella base militare egiziana di Sidi Barrani, a circa 90Km dal confine libico. Inoltre fonti anonime del servizio di sicurezza egiziano hanno rivelato la presenza di forze speciali russe , durante il mese di Febbraio, nella base di Marsa Matruh, a circa 200Km dal confine libico. Ovviamente le autorità russe e quelle egiziane hanno smentito la presenza di militari russi. Tuttavia non è un segreto che il generale Haftar viene appoggiato da potenze regionali quali gli Emirati Arabi Uniti, l’Egitto e, in particolare, la Russia. Quest’ultima non si limita a simbolici appoggi di natura politica, in quanto nel Gennaio scorso il generale Haftar e un certo numero di suoi alti ufficiali hanno fatto visita alla portaerei russa “Kuznetsof”, fiore all’occhiello della Flotta del Mar Nero, sulla quale il generale ha  potuto tenere un video-colloquio con Putin, mentre sul ponte della nave  marinai russi caricavano sugli elicotteri il primo “stock” di un ingente quantitativo di rifornimenti e medicinali destinati alle truppe di Haftar.

E’ ormai chiaro che Putin punta su Haftar per poter destabilizzare ancora di più il GNA di Tripoli, riconosciuto dall’ONU e dagli Stati Uniti, ed ottenere in futuro notevole influenza anche su questa parte dl Mediterraneo. Se volessimo riconsiderare quella che è stata l’evoluzione dell’intervento militare russo in Siria alla luce di queste nuove rivelazioni, l’ipotesi di un intervento terrestre di regolari russi potrebbe non sembrare più tanto inverosimile.  Dopotutto, non potremmo far altro che stupirci della velocità con la quale le truppe di Haftar hanno risposto alla grave sconfitta tattica e strategica di inizio Marzo a Ras Lanuf, se ciò non coincidesse da un lato con la dichiarazione della presenza di contractors russi sul territorio libico al seguito delle truppe del generale e, dall’altro, con le indiscrezioni riguardanti la presenza di forze speciali russe vicino al confine libico. E, non a caso, le basi occupate dalle presunte forze russe sono le stesse che durante la guerra fredda ospitavano importanti contingenti sovietici, cacciati alla fine degli anni ’70 dal presidente egiziano Anwar Sadat.

Sicuramente è nostro interesse di italiani e di europei fare attenzione ai futuri sviluppi della situazione libica, in quanto, qualora le iniziative della Russia nella zona dovessero continuare su questi binari, potremmo assistere al sorgere di un conflitto non solo molto più cruento di quello che ormai da sei anni insanguina la Libia, ma che, data la nostra posizione nello scacchiere mediterraneo, potrebbe vederci direttamente coinvolti.