A cura di Leonardo Cappuccilli-

Di questi tempi -tempi di crisi, come è noto- quando si parla del sistema bancario, la tesi che più di frequente viene sostenuta nei luoghi, fisici e non, dove si fa (o dove, per meglio dire, si dovrebbe fare) informazione, è la seguente: <<la politica aiuta le banche ma non fa nulla per chi non riesce ad arrivare a fine mese>>. Provvedimenti quali il famigerato “decreto Banche”, approvato dal Parlamento lo scorso giugno (riforma delle procedure esecutive e concorsuali relative agli istituti di credito e introduzione del meccanismo del bail-in), o il più recente “decreto salva-Banche” (concessione di garanzie pubbliche sui finanziamenti a favore degli istituti e possibilità per lo Stato di fornire nuovo capitale alle banche in crisi), sono oggetto di un complesso e sentito dibattito. Spesso, però, la discussione tende a concentrarsi sui rapporti malsani tra politica e finanza, mentre altri aspetti fondamentali vengono fatalmente trascurati.  Occorre dirlo con chiarezza: l’economia reale non potrebbe sorreggersi, se le banche non fossero più in condizione di raccogliere il risparmio delle famiglie e di finanziare le imprese e le famiglie stesse. In un sistema come il nostro, in cui il mercato azionario e quello del “private equity” non sono ancora del tutto sviluppati, le risorse di cui le aziende hanno bisogno per investire in capacità produttiva e manodopera -e dunque creare ricchezza- non possono che provenire dall’indebitamento. Pertanto, perseguire politiche che mirino a rafforzare la stabilità del sistema bancario e che possano agevolare l’esercizio del credito è di vitale importanza, in fase di recessione. Non sono pochi, infatti, i Paesi che sin dal principio della crisi finanziaria sono ricorsi alla spesa in deficit per soccorrere le proprie banche: tra questi vi sono gli Stati Uniti, l’Irlanda e il Regno Unito. Ma non sempre la nazionalizzazione degli intermediari bancari è lo strumento più adeguato alla risoluzione delle crisi. Molto è stato fatto, negli ultimi anni, dalle autorità di politica monetaria. Sia la Federal Reserve americana che la Banca Centrale Europea hanno immesso nel sistema massicce dosi di liquidità attraverso l’abbassamento del tasso di sconto e l’attuazione di politiche monetarie non convenzionali. Tra queste, il Quantitative Easing, lanciato da Mario Draghi nei primi mesi del 2015 (con diversi anni di ritardo rispetto alla FED), è stata certamente la più incisiva. Tale intervento, partito con l’obiettivo formale di stabilizzare il tasso di inflazione, mirava a stimolare la ripresa degli investimenti reali attraverso l’espansione del credito alle imprese e alle famiglie. Oggi è possibile affermare, tuttavia, che nell’ UME il meccanismo non ha funzionato come avrebbe dovuto: se, da un lato, l’obiettivo dell’inflazione al 2% è stato, nei fatti, raggiunto (in Germania tra febbraio 2016 e febbraio 2017 i prezzi sono cresciuti del 2,2%), dall’altro lato l’impatto sulla crescita economica è stato più lieve di quanto ci aspettava. Si guardi, ad esempio, alle cifre relative al nostro Paese, fornite dalla Banca d’Italia la scorsa primavera: tra febbraio e marzo 2016 il credito alle imprese non finanziarie aumentava soltanto dell’1,6% -una ripresa davvero esigua, se si pensa che fino alla metà del 2015 la variazione era stata negativa. L’aspetto più rilevante riguarda il rapporto tra gli investimenti totali e il PIL: mentre nel 2000 esso ammontava al 20,2%, nel 2015 era sceso al 16, 6%, con gravi conseguenze sul tasso di disoccupazione, quasi raddoppiatosi tra 2006 e 2015. Il parziale insuccesso delle politiche perseguite dalla BCE può essere ricondotto ad almeno due fattori. In primo luogo va detto che la diminuzione dei volumi d’affari delle imprese ha provocato una contrazione del credito sia dal lato dell’offerta (le banche diventano più prudenti nella concessione di fondi) che dal lato della domanda (gli imprenditori rinunciano a nuovi finanziamenti per non esporsi al rischio di azioni esecutive da parte dei creditori). In secondo luogo, occorre sottolineare che spesso gli Stati, responsabili delle politiche fiscali, non sono stati in grado di varare le riforme strutturali sollecitate dalla BCE e dall’Unione Europea (fisco, previdenza, mercato del lavoro), e ciò ha certamente ostacolato la trasmissione della politica monetaria all’economia reale.  Ma la stagione del denaro a basso costo pare giunta al termine: mentre Janet Yellen (a capo della FED dal 2014) annuncia il rialzo del tasso di riferimento, in Europa ci si aspetta che il QE non venga prolungato oltre la fine del 2017, visti i dati sull’inflazione. Gli Stati, dunque, non potranno più contare sull’ immissione di liquidità da parte delle banche centrali, e se vorranno davvero sostenere “chi non riesce ad arrivare alla fine del mese” dovranno far sì che si rimettano in moto gli investimenti privati. Ma ciò non si verificherà se non ripartirà il credito alle imprese: una Politica che stia veramente dalla parte dei cittadini non può essere nemica delle banche. Ma i rapporti collusivi, che distorcono il mercato, vanno giustamente condannati.