A cura di Marco Matani

Spesso negli ultimi secoli ci si è divertiti a puntare il dito contro qualche Paese, stigmatizzandolo come “Grande Malato”; era toccato all’Impero Ottomano al tramonto della sua parabola storica, e alla Germania all’alba del nuovo millennio. Questa volta, però, il dito accusatore dovrebbe forse rivolgersi verso un soggetto ben più grande; la stessa mano inquisitrice sembra infatti comporre senza sosta, giorno per giorno, un oramai lungo epitaffio: esso è intitolato all’Unione Europea. 
Riconoscere che il crollo del progetto europeo così come strutturatosi dopo Maastricht è una probabilità sempre più consistente, senza inutili tabù e abbandonando ogni infingimento di sorta, è un discorso di maturità ed onestà intellettuali; Luigi Zingales, sulla pagina online del Sole 24 Ore, il 16 Aprile scorso urgeva: “Una nostra uscita unilaterale dall’euro […] non è più un’ipotesi remota, ma una possibilità seria, che va discussa con altrettanta serietà”, invocando appunto un dibattito “serio e costruttivo”. 
A parere di chi scrive, la realtà che abbiamo dinanzi ci impone di estendere un simile sforzo all’intera costruzione europea, benché la moneta unica che ne è stata al centro occupi ovviamente un ruolo privilegiato. 
Cercare di comprendere i motivi di un naufragio che prende sempre più forma, allo scopo di rifondare su basi più solide e giuste il processo d’integrazione europea, che pur si rende storicamente necessaria, è compito di chiunque nel Vecchio Continente sia un minimo addentro alle questioni economiche, politiche, sociali. 
Eccola allora la domanda, non fuggiamola più: cosa è andato storto? 
Tanto già si è detto; deficit di democrazia (lampante), egoismi nazionali (ma se non ci si integra per gli interessi dei popoli europei, cioè del popolo europeo, per quali interessi ci si integra? O esiste un popolo europeo che non siano i popoli europei e che vive su Marte?), sfide della globalizzazione sono temi passati già meticolosamente al vaglio.
Tuttavia, chi scrive ritiene che sinora si sia colpevolmente omesso di porre il dito là dove più viva è la carne; due sono difatti le fondamentali problematiche che soffocano il petto dell’Europa e che ne impediscono un respiro pieno ed ampio, ma su cui tutto – e tutti tacciono.
Primo. Lo storico, fondante, sacrosanto obiettivo dell’integrazione europeo è uno: costituire tanti piccoli Stati divisi in un polo unico, compatto, indipendente, con un proprio peso specifico nel mondo ed autonomo rispetto le superpotenze esterne al continente che dalla fine dell’ultima guerra mondiale l’hanno schiacciato. Ebbene, tale risultato rimarrà sic et simpliciter irrealizzabile sinché rimarrà valida la sudditanza geopolitica verso gli Stati Uniti d’America. Diciamocelo chiaro: l’Unione Europea come la conosciamo oggi è figlia di una mente, più che europea, americana; essa discende dalle Comunità Europee, il cui embrione fu a sua volta l’Organizzazione per la Cooperazione Economica Europea, nata in seno al Piano Marshall per controllare la distribuzione e gestione degli aiuti proveniente da oltreoceano. La molla più potente di ogni slancio comunitario, in primo luogo sul tema dell’unione militare (disegni infrantisi poi contro lo scoglio gollista) è sempre stata la necessità da parte di una superpotenza di disporre di uno scudo sufficientemente solido contro un’altra superpotenza, almeno finché quest’ultima non è crollata. I Paesi europei si sono accodati con la mestizia del vassallo a tutte le bellicose iniziative del loro signore, conclusesi puntualmente in fallimenti le cui colossali ripercussioni come immigrazione di massa e terrorismo, dall’Iraq alla Libia, si sono sempre scaricare nella misura più dura proprio sull’Europa. Per questo, finché le bandiere a stelle e strisce continueranno a sventolare su Ramstein o Sigonella i popoli europei potranno star certi a rassegnarsi di veder le loro ambizioni frustrate. Ogni visione di un’Europa indipendente nell’integrazione dei suoi popoli, la quale si erga propugnatrice di valori quali il dialogo, la pace e la tolleranza, è soffocata sul nascere dall’influenza americana che, dopo settantadue anni dalla fine della Seconda Guerra Mondiale e ventotto dal crollo del Muro di Berlino, è del tutto anacronistica e nondimeno impedisce qualsivoglia dialogo sereno ed onesto coi vicini arabi e russi. La recente visita di Paolo Gentiloni a Washington e gli impegni da egli presi di fronte a Trump in tema di Alleanza Atlantica sono la lapalissiana dimostrazione di quanto detto.
Secondo. L’integrazione dell’Europa deve inverarsi all’insegna di quei valori che la sua storia ed identità le comandano, si è sempre proclamato; niente di più corretto: tuttavia, queste sono rimaste tristemente solo parole. I valori europei inglobano un insieme di idee, correnti, filoni, motivi prodotti nel corso dei secoli da quel continente che è stato finora il motore intellettuale e spirituale del mondo e della storia; queste pulsioni, spesso contraddittorie, si sono nell’incedere degli anni e delle stagioni scontrate, aggregate, dissipate e riassemblate senza sosta, producendo esiti ora negativi, ora felici, come i chiaroscuri che si generano dal gioco dei flussi nel guardare un ruscello in un bel pomeriggio d’Aprile in cui qualche nuvola sparsa copre il sole tiepido. I nostri padri ci hanno lasciato un patrimonio ideale che abbraccia il liberalismo, il socialismo, il cristianesimo sociale, l’ambientalismo, il sindacalismo, la socialdemocrazia. Nonostante allora l’Europa erediti dalle sue guerre, dai suoi conflitti sociali, dalle sue trincee e dalle sue strade macchiate di sangue una tale ricchezza di contenuti e princìpi quale al Mondo non è possibile trovar riscontro, l’edificio costruito sul Trattato di Maastricht, rispetto questo lascito inestimabile, è di fatto desolatamente sterile. La strada che si è voluti imporre è quella della priorità dell’integrazione economica; questo, a dir il vero, non a partire da Maastricht, ma secondo un chiaro disegno inaugurato già dai tanto osannati padri fondatori. Tuttavia, il cuore dei popoli non si guadagna sulla Borsa di Francoforte, e ciò neanche se lì posso recarmici senza fermarmi ad una dogana. 
La fiducia che il mercato unico potesse bastare da sé prima, e la sfrenata rincorsa a politiche neoliberiste poi, hanno privato l’Europa di una qualsiasi possibilità di approccio pragmatico alla globalizzazione. Mentre altri Paesi, o meglio, semplicemente tutto il resto del mondo che non sia Unione Europea, si è dimostrato ben più realista, la fedeltà europea alla stella del neoliberismo ideologico ha reso i suoi popoli succubi della globalizzazione (basta consultare lo studio sulla distribuzione mondiale del reddito ad opera di C. Lakner e B. Milanovic per averne l’evidenza), anziché suoi beneficiari. A non finire si potrebbero discutere le implicazioni economiche ed umane di un simile atteggiamento; sarà sufficiente dire che tra i prevedibili esiti, molto severi così come quelli di ogni fanatismo, è possibile citare l’azzeramento delle vittorie guadagnate al lavoro in due secoli di battaglie sindacali, la riduzione degli Stati nazionali a S.P.A. tenute a rispettare criteri di efficienza per sopravvivere (mi chiedo continuamente come mai, se precludere al prestatore d’ultima istanza il finanziamento del debito pubblico sia così conveniente, allora tutte le altre Nazioni del mondo siano così ottuse da non averlo ancora fatto), e l’assurda aspettativa della c.d. Economia 4.0 che in un futuro non troppo lontano a nascere sul suolo d’Europa saranno unicamente imprenditori geniali e creativi a là Steve Jobs o Mark Zuckerberg. 
Il nuovo cammino d’integrazione che verrà chiaramente dovrà operare un bilanciamento più intelligente di quelle che sono le tante anime politiche che si intrecciano a comporre l’identità del nostro continente.
Spero che quanto sopra detto, nella sua ispirazione provocatoria, inneschi sulle pagine cartacee e online di questo ambizioso giornale universitario un dibattito vivace, “serio e costruttivo” come quello desiderato da Zingales. Inoltre, mi auguro che esso apra gli occhi di chi non vuol vedere e sturi le orecchie di chi non vuol sentire; tuttavia, per quanto visto sinora, ritengo più probabile che ad assolvere a tale compito saranno i pastrani neri dei becchini e le campane a morte dell’Unione Europea.