A cura di Valerio Ceccarelli-

Alle ore undici e quarantacinque di quel triste giorno, Ettore Lemenz scoprì di avere la pelle blu. Nessuna delle analisi autoptiche condotte, nessuna delle telecamere analizzate hanno mostrato alcuna anomalia nel colore della sua pelle. Eppure tutti – amici, parenti, colleghi – giurano tuttora che da quel momento egli avesse la pelle di colore spiccatamente blu. Il caso, per la verità bizzarro, ha fatto discutere lungamente e d’altronde anche le autorità non sono mai arrivate ad una versione coerente. L’ipotesi della malattia sembra sconfessata da tutti i rilievi scientifici effettuati, eppure appare altrettanto improbabile che tutti, senza eccezioni, si siano organizzati ai danni di quel povero individuo per giocargli, per così dire, un brutto tiro. Infatti, non un solo soggetto che sia entrato in contatto con lui a partire da quella nefasta data ha mai affermato che il colore della sua pelle fosse lontanamente normale, né sembra esservi traccia di alcun accordo tra tutte le parti di questo triste evento. Alcuni parlarono, poco dopo la vicenda, di un’allucinazione di massa ma è inutile insistere sull’inverosimiglianza di una simile ricostruzione. Ormai è l’inchiesta è stata chiusa, senza alcun risultato, senza nessun colpevole dal momento che non sarebbe stato possibile incriminare tutti gli abitanti della nostra piccola cittadina. Il caso, rimasto dubbio e a tratti ambiguo, è stato lentamente dimenticato, superato da altre vicende successive. In fondo, tra l’oblio ed il perdono non vi è un grande divario e così, dimenticandoci del povero Ettore Lemenz, abbiamo finito con l’assolvere noi stessi. Ecco perché risulta preferibile che questi appunti, scritti per ragioni di coscienza da uno degli attori di questa brutta vicenda, siano conservati a lungo segreti.
Erano dunque le ore undici e quarantacinque minuti, mezzogiorno meno dieci secondo una versione meno accreditata, ed Ettore Lemenz era nel suo ufficio, esercitando il suo onesto impiego. Era entrato proprio allora nel bagno del suo dipartimento per rassettarsi e prendersi una piccola pausa. Si era guardato allo specchio, guidato forse da un presentimento di quello che sarebbe accaduto e si era trovato perfettamente in ordine. Un poco accaldato, forse, ma d’altronde la giornata era afosa. Appena uscito lo fermò un collega, che lo guardò con una certa sorpresa, con la meraviglia di chi constati con i propri occhi l’evento bizzarro di cui abbia appena sentito parlare, senza credervi fino in fondo. Sembrava, stando alle sue parole, che il direttore avrebbe voluto parlargli con premura. Quell’uomo, il collega di sempre, solitamente loquace durante le pause sul lavoro, in quell’occasione si era dimostrato rapido, quasi laconico, tanto da indurre in sospetto. Che fossero insorte delle questioni circa un lavoro eseguito con poca cura, forse sottovalutato nella sua importanza? Oppure che nuove esigenze organizzative avessero imposto dei trasferimenti urgenti? Occorreva affrontare al più presto quel colloquio. Il direttore lo stava aspettando in silenzio. Non era mai successo, solitamente il superiore era impegnato nello svolgimento di pratiche più urgenti e poteva dedicare ai sottoposti solo pochi attimi sottratti ad altri lavori.
Quel giorno sembrava invece aver interrotto ogni occupazione per parlare con Ettore. Iniziò prendendo la questione alla larga: “In questi giorni la scienza sta facendo passi da gigante, non trova, dott. Lemenz? La tecnica, poi… questioni prima non immaginabili, problemi che neanche ci si poteva porre, oggi vengono ormai archiviati con disinvoltura. Dove potremo arrivare? Glielo dico io, siamo nati troppo presto, noi. Certo, non tutto è ancora chiaro, ma ci mancherebbe! Ci sono anomalie…”. Qui si fermò per alzare lo sguardo al suo interlocutore. Evidentemente, fu poi questa l’impressione che Ettore raccontò, il discorso doveva essere stato preparato, impostato nel suo prologo. Ma quando lo sguardo si fermò sul suo volto, l’iniziale sicurezza dell’uomo d’affari, del giocatore abile nel concludere trattative complesse, sembrò lasciare il passo ai dubbi dello scolaro, che si senta interrompere il discorso studiato da una domanda imprevista. Dopo brevi dubbi, riprese: “certo, che rimangano anomalie è un problema non evitabile. Ma ci sono delle certezze, dei capisaldi, che non possono ad alcun costo venire meno! Capisce, a cosa mi riferisco?”. Con una domanda, voleva forse guadagnare tempo. Ettore provò a formulare la premessa di una risposta: “certamente, questioni etiche, l’uso dei nuovi strumenti…”. Il direttore pensò che il suo interlocutore facesse finta di non aver compreso: “certo, certo… se venissero meno anche le certezze morali… siamo in una piccola cittadina, in fin dei conti… ma ancora prima, vi sono altre certezze, un’altra fiducia che occorre mantenere integra… non capisce? Avere un pavimento sotto i piedi, che il sole sorga, che la notte sia buia… la realtà mio caro, la realtà. Quel che non è conforme alle certezze crea paura. Lei capisce naturalmente cosa intendo, non è vero?”. Ettore non capì. L’ultima parte del discorso l’aveva spaesato. Provò a rispondere ugualmente: “qualcosa è cambiato rispetto alle regole ordinarie, ultimamente?”. Il direttore lo guardò, deciso a parlar chiaro: “Mio caro, non so come dirglielo, il suo comportamento non denota uno stato di salute alterato, eppure… lo saprà in fin dei conti… lei ha… sarà ormai da qualche ora… lei ha la pelle blu”. Ettore rimase interdetto. Si guardò istintivamente di lato, c’era uno specchio, e si trovò normale (forse un poco pallido, date le circostanze). Rispose: “io trovo di avere la mia pelle del solito colore…”. Il direttore si inquietò: “ah, il solito, proprio? certamente… guardi che non è una mia impressione, tutto lo staff me lo ha confermato… guardi, guardi, facciamo in questo modo: si prenda la giornata, domani passi da un medico. Se il dottore le confermerà, come ovvio d’altronde, che la sua salute è integra e le basta assumere un qualche medicinale, magari un integratore, il giorno successivo potrà tornare alla solita ora, altrimenti segua alla lettera le istruzioni che le verranno date”. Una rapida occhiata all’orologio di valore: “Ora non posso dedicarle altro tempo, conto invece di rivederla presto in circostanze migliori”. Ettore rimase interdetto. Occorreva osservare le indicazioni ricevute, per quanto i presupposti fossero discutibili, ed in fondo una giornata di riposo poteva risultare gradita. In fin dei conti, se qualcosa era accaduto alla sua pelle, sarebbe stato meglio verificare fino in fondo. Camminando verso l’uscita non trovò alcun collega fuori dalla propria postazione con cui scambiare anche soltanto poche parole, ognuno sembrava invece occupato a risolvere problemi complessi, ma in fondo l’ora del giorno non si prestava ai consueti saluti prima dell’uscita.
Il giorno successivo, Ettore si recò dal proprio medico di fiducia. Sulla strada notò due diversi modelli di comportamento nei passanti, perlopiù suoi conoscenti. Alcuni si voltavano dopo un rapido sguardo, come se si fossero trovati in ritardo o fossero stati assorti in pensieri più importanti, e rispondevano solo con un breve cenno ai suoi saluti. Altri lo guardavano con meraviglia, questi lo inquietavano, come se avesse avuto realmente la pelle blu. Eppure, più di una volta, il giorno prima non appena rientrato a casa, Ettore si era guardato allo specchio, ed il suo aspetto era il consueto. Inutile dunque tormentarsi, pensò sulla strada per il moderno ospedale (motivo di orgoglio per la piccola cittadina), la scienza avrebbe risolto ogni dubbio. Il medico, affabile come sempre nel salutarlo, non gli chiese il motivo per il quale si fosse recato nel suo studio. Gli disse che comprendeva la sua naturale inquietudine (Ettore non era inquieto, se non forse alterato per la scortesia di tutte le persone con cui stava vendendo in contatto), ma che sarebbero stati necessari molti esami per comprendere la reale entità della patologia ed effettuare una diagnosi accurata. Gli esami vennero prescritti con cura minuziosa e fu spiegato ad Ettore che sarebbero occorsi circa venti giorni per conoscere i primi risultati. Alle domande inquiete del paziente, venne risposto che la corretta fisiologia del suo organismo rimaneva un dato indubitabile, solo lo strano colore della sua pelle destava un certo sospetto. Sul punto, però, era certo che non vi era alcun motivo di quarantena, dovendosi escludere fermamente il rischio di patologie contagiose. Non ci sarebbe dunque stato motivo per preoccuparsi. Occorreva solo attendere. L’ufficio sarebbe stato immediatamente informato dalla segreteria dell’ospedale, ed era prassi concedere un periodo di riposo in casi analoghi. Ettore sembrò comprendere la sua posizione. Dunque si era ammalato, su questo non vi era alcun dubbio (eppure la pelle sembrava avere il colore consueto). La società gli aveva imposto il ruolo del malato, e questa posizione aveva dei vantaggi (anche se temporanei), in fondo. In ogni caso, non avrebbe potuto farci nulla, doveva accettare la sua nuova situazione, inutile ogni lamentela. Così pensò Ettore tornando a casa, da solo, su una strada deserta.
Quella notte Ettore fece uno strano sogno. Pioveva senza tregua ed era l’ora di uscire dall’ufficio. Ettore doveva uscire, non vi era scelta. Così, correndo tra un tetto spiovente e l’altro, per fuggire alla tempesta, si trovava davanti ad una torre in rovina, un cumulo di macerie disposte in obliquo, colpite da un fulmine. In mancanza di altro riparo, era quindi costretto ad entrare nel forte. Al momento di requie seguiva un’amara scoperta, all’interno vi era un uomo impiccato, una creatura solo in parte riconducibile all’umano, un essere con la pelle blu. Il forte si faceva allora gremito di persone, tutti indicavano l’impiccato, gridavano, inveivano, altri bisbigliavano, altri inorriditi si coprivano il volto. Poi un vecchio si rivolgeva ad Ettore e gli diceva: “Ma sei tu!”. Allora tutti si voltavano e lo riconoscevano. Tutti lo indicavano e guardavano l’impiccato, lo prendevano, lo afferravano, cosa intendevano fargli? Qui un risveglio improvviso. Nulla accadde i giorni successivi, ogni ora uguale all’altra, nessun contenuto a colmare un tempo privo di ogni senso. Solo un senso di accettazione, un piegarsi continuo della volontà all’evidenza della solitudine. Così passarono venti giorni e non giunse alcun risultato, alcuna analisi. Allora Ettore decise di recarsi all’ospedale per richiedere di persona l’evidenza degli accertamenti medici. Non un’ombra si vedeva lungo la strada, per la prima volta anche le finestre, ogni finestra, era chiusa, nessuno sguardo accompagnava il suo cammino solitario. Giunto all’entrata dell’ospedale, Ettore venne fermato dal personale della sicurezza, che gli impedì fermamente l’ingresso. Alla domanda circa le analisi venne risposto, consultando un documento che era stato lasciato a questo scopo alla segreteria dell’entrata, che questi documenti non erano ancora pronti, erano stati rinviati per necessità più urgenti. Non rimaneva dunque che ritornare tra altri venti giorni. Sulla via di ritorno a casa, Ettore pensò di recarsi, sia pur brevemente, visto il suo stato di salute, in ufficio, almeno per avvisare. Alla porta incontrò (lo stavano forse aspettando?) lo staff della segreteria. Ettore veniva avvisato di non preoccuparsi, la sua posizione di malato era chiara, la sua postazione era stata temporaneamente rioccupata, era la prassi. Il direttore non era ovviamente disponibile, i suoi colleghi occupati in un affare che stava impegnando da giorni l’intero studio. Ettore capì allora che il solo spazio che gli rimaneva era la propria dimora. La sua stessa casa, per un triste ossimoro della vita, era diventato il luogo del suo esilio.
Per venti giorni, da allora, Ettore non vide nessuno. I tristi sogni si confondevamo alla monotona realtà della veglia finché non divenne impossibile riconoscere dove finissero i primi ed iniziasse la seconda. Il ventunesimo giorno, alle ore undici e quarantacinque minuti, mezzogiorno meno dieci secondo una versione meno accreditata, suonò il suo campanello. Entrarono tre uomini, di cui non è stata mai chiarita l’identità e la cui ombra è stata ripresa dalle telecamere sulla via. Le strade intorno alla sua casa erano vuote, deserte, come sempre in quei giorni. Gli uomini uscirono tenendo Ettore per le braccia, che con le gambe opponeva ogni resistenza. Poi il gruppo voltò ad un angolo che dava su una strada senza uscita, cieca.