A cura di Valerio Forestieri

Milo Yiannopoulos è eccessivo. Ogni sua parola è una picconata alla tua morale sciatta. Provoca per provocare, col gusto di essere in dissenso. Nel coro della pseudo-cultura, degli improvvisatori, dei propagandisti, è voce stonata: lo sa e se ne compiace. Che lo faccia anche per celia, perché è narciso, infatti è indubbio. Ma lo spirito del dissacratore, l’audacia, il brio di chi dà delle puttane alle vestali e bestemmia Cristo in chiesa, ce l’ha sul serio.
Milo Yiannopoulos, per quelli che non lo conoscessero, ha circa trent’anni, è inglese, cattolico praticante ed omosessuale. Di formazione letteraria, inizia come giornalista al Telegraph scrivendo di tecnologia. Fin dagli esordi, tuttavia, si distingue per lo stile mordace, le posizioni conservatrici ed una misoginia sincera. Già nel 2009, quando la politica ancora non l’appassiona, guadagna una certa fama con un articolo dal titolo: “Men perform better in many technology job. Must we apologize for that?”. Il personaggio, in nuce, è tutto lì. Alla ribalta però ascende soltanto nel 2015, col passaggio a Breitbart News, il think tank – per dirla così – dell’Alt-Right, di Steve Bannon, del paleoconservatorismo ripulito e rampante. Breitbart, nei mesi della campagna elettorale, è l’unica testata a sostenere apertamente Donald Trump, imponendosi come il giornale di riferimento dell’America in rivolta. E proprio nel trumpismo – l’affascinano probabilmente, del tycoon, oltreché una qualche affinità d’idee, il linguaggio sguaiato, l’impertinenza arrogante e l’astio che s’attira- Milo si riconosce e ne diviene l’apostolo entusiasta.
E’ in questa fase, dunque, che Milo Yiannopoulos trasfigura la propria vita in arte. Tinge i capelli di biondo platino, a somiglianza e gloria del proprio beniamino. Incomincia a riferirsi a Trump chiamandolo “daddy”, “paparino”, in un amalgama urticante di omosessualità smaccata ed affetto esibito verso quell’uomo che è bersaglio d’ogni odio e d’ogni ingiuria. Per essere, fin nell’aspetto, irriverente, pietra dello scandalo. Soprattutto, poi, intraprende una lotta serrata a tutto ciò che è, che sembra, buono e giusto. A difensore dell’indifendibile si erge. E se la prende con gli omosessuali – lui, omosessuale – e dice: << I diritti gay ci hanno resi più stupidi, è ora che torniate a nascondervi>>. Se la prende con l’Islam e con le rivendicazioni degli afroamericani, facendo però vanto d’avere, con neri e mussulmani, relazioni sessuali. Se la prende con le donne, anzitutto con le donne, e, dopo aver detto che <<il femminismo è un cancro>>, proclama, nel lampo d’una gioviale follia, il suo compleanno <<giornata mondiale del patriarcato>>. Una volta, addirittura, lo cacciano da una manifestazione contro le violenze sessuali perché ha con sé un cartello con su scritto: <<Harry Potter e la cultura dello stupro. Entrambe cose di fantasia>>. Persino twitter lo banna, in via permanente, per aver insultato e incitato ad insultare l’attrice d’un film che non aveva, evidentemente, gradito.
Il capolavoro, l’opera maestra, è però di parto recente. Interrogato sul sesso fra uomini adulti e minori, Milo – a sua volta vittima d’abusi in tenera età – osserva, con contegno serioso, che i rapporti fra adulti e tredicenni, tutto sommato, <<possono essere positivi>>, che l’età del consenso non è <<cosa bianca o nera>>, che di pedofilia dovrebbe parlarsi soltanto se il tredicenne non è ancora entrato nella pubertà. Non pago, chiosa ringraziando <<padre Michael>> per avergli insegnato, quando ancora bambino, l’arte della fellatio. Stavolta, sarà che gli americani son bigotti (in Italia l’età del consenso è fissata, di regola, a 14 anni), sarà che sono ignoranti (gli intellettuali, qui da noi, non sprecano chiacchiere; Pasolini e Penna, i minori, se li scopavano davvero), sarà che a scomodare due cliché nella medesima boutade – quello dei preti pedofili e dei gay pederasti – si mena sia a destra che a manca, Milo si ritrova tutti contro. Costretto dalla cagnara degli indignati, si dimette dal ruolo di senior editor di Breitbart.

L’epopea di Milo Yiannopoulos, <<supercattivo di Internet>>, è giunta a questo punto. Il suo significato sta in un’intuizione: che la libertà viene prima. Egli ha compreso, in anticipo su molti, che diritti e libertà sono in contrasto. Ha capito che la partita si gioca sul linguaggio e che la riaffermazione della libertà passa finanche per l’insulto. Sicché, con la sua provocazione eccentrica e indefessa, questo scontro, Milo, vuole esacerbarlo; esasperarne i toni fino al parossismo, in modo tale che il fracasso della zuffa arrivi a tutti. E perciò, a chi si inventa il “manifesto della comunicazione non ostile”, risponde con l’hate speech. Nei college liberal che si van riempiendo di safe space, organizza il “faggot tour”. E alle anime belle, sbrodolate in leziose premure verso il prossimo, le azzanna con la ferocia d’un mastino. Facendo dell’oltraggio la sua cifra, Milo Yiannopoulos ristabilisce il rapporto fra l’individuo e gli altri, e spiega: la pretesa che hai di non veder offesa, urtata, la tua sensibilità, non vale la mia libertà di parola.