a cura di Marco Matani-

Noto con estremo piacere che la proiezione, su questi stessi schermi, della mia incitazione ad un dibattito “serio e costruttivo” in merito al destino del progetto europeo, nel solco dell’appello lanciato miratamente al nodo della moneta unica da Luigi Zingales sulle colonne online del Sole 24 Ore lo scorso Aprile, ha trovato una sua eco nell’articolo di Alfredo Marini dal titolo “Come costruire gli Stati Uniti d’Europa?”; esso ha seguito il mio testo a strettissimo giro per presentare, dinanzi ai dubbi e agli scetticismi da me sollevati, una serie di prospettive ed intuizioni che profilerebbero in tutta la sua inesorabilità l’incedere del nostro continente verso le sorti magnifiche e progressive della Federazione Europea.

Credo, tuttavia, che le argomentazioni portate dal mio collega pecchino di un difetto che è proprio di tutte le più accanite perorazioni della causa federal-europeista (che tengo a distinguere dalla causa europeista in sé): quello di presentare affermazioni perentorie le quali, più che frutto di una riflessione attenta e ragionata, paiono delle esternazioni dogmatiche accolte aprioristicamente. Nell’articolo di Alfredo Marini ad essere proposto è immediatamente uno schema dicotomico in cui con l’accetta vengono ritagliate due alternative che, fin troppo semplicisticamente, escludono senza appello ogni condizione intermedia, ogni chiaroscuro, ogni compromesso. A fronteggiarsi non sono due posizioni intellettuali, ma due poli antitetici: il pericoloso ritorno “agli schemi del passato”, o la “nuova entità statale capace di raccogliere le sfide e le ambizioni dei popoli europei”; la questione viene presentata non nei termini di una discussione onesta e serena su cosa sia meglio fare poggiandosi su di una ponderata disamina del mondo reale, bensì si tratta di affermare l’ortodossia salvifica contro la catastrofe incombente, di opporre ciò che è giusto a ciò che è sbagliato, il bene al male. Il federal-europeismo, insomma, non si propone di argomentare una tesi, per il fatto stesso che non ne avverte la necessità; la (loro) verità è ritenuta a tal punto evidente che il fine deve essere, più che il creativo confronto dialettico, il sostegno incondizionato e totale a quella “nuova entità”, corrispondente nel loro disegno escatologico all’Odino che guiderà gli dei e gli uomini contro le forze del caos nell’ultima battaglia, quando giungerà il Ragnarǫk. Come il divo eddico, l’argine all’oscurità che avanza si erge splendidamente nella sua forza, e Alfredo Marini lo identifica senza alcuna esitazione: “La federazione”, quale “unico tipo di organizzazione statale nella quale possono convivere più culture e prosperare”.

La certezza, dopo tutto, è sempre quella di una palingenesi a portata di mano. La rivoluzione proletaria, quale esito della storia umana mossa dall’egoismo e dai conflitti di classe, doveva porre infine termine a qualsiasi egoismo e a qualsiasi divisione tra classi, ponendo fine, di fatto, alla stessa storia umana; nella visione di chi la sostiene, la Federazione Europea, quale esito della storia europea mossa dall’egoismo nazionale e dai conflitti tra stati, dovrebbe porre infine termine a qualsiasi egoismo nazionale e a qualsiasi divisione in stati, ma ponendo fine, di fatto, alla storia europea. La domanda di chi scrive è se ci vorranno anche in questo caso più di settant’anni per accorgersi dell’erroneità di tutte le interpretazioni rassicurantemente complete nella loro limitatezza (con un’espressione echeggiante Carlyle).

Tra noi e l’orizzonte di un’Europa compatta, forte, autonoma, che ponga i suoi popoli all’avanguardia nella gara perenne in seno al consesso umano verso il progresso civile, si frappongono tutta una serie di problemi, questioni, motivazioni che l’imposizione della panacea federalista trancia di netto. Il motivo di questa colpevole banalizzazione, ad avviso di chi scrive, risiede in quanto segue: la totale indifferenza davanti al fatto che l’identità europea non è sostitutiva di quelle nazionali, bensì è un completamento di queste ultime che a loro volta costituiscono una premessa della prima, una sua condizione sine qua non.
L’identità europea è cioè un’identità qualitativamente, ontologicamente diversa dall’identità nazionale, ma non si oppone ad essa. Come le identità nazionali coll’illuminismo ed il romanticismo nacquero qualitativamente diverse dalle identità feudali che erano state quelle della fedeltà ad un re, ad un principe, ad una casata o ad una dinastia, l’identità europea nasce anch’essa qualitativamente diversa dalle identità nazionali. La nuova qualità d’identità, quella nazionale, completò allora, pur opponendovisi, la precedente: il potere del sovrano era stata la forma storicamente necessaria di organizzazione del potere; l’identità nazionale sottrasse la determinazione della vita civile all’arbitrio del monarca, per porla sotto la guida della volontà popolare espressa nelle opportune istituzioni, composte da uomini appartenenti alla stessa comunità storica, culturale, linguistica, etnica, cioè alla stessa nazione. L’identità europea completerà l’identità nazionale, ma non lo farà per opposizione come l’identità nazionale ha fatto con l’identità feudale; il completamento avverrà infatti, necessariamente, per apposizione, e ciò per il motivo che lo stato nazionale è la dimensione della pacificazione sociale come direbbe Alberto Bagnai, cioè la dimensione della democrazia, intesa come momento del confronto tra quanti sono portatori d’interessi che sottendono un interesse comune e generale. L’Europa non è, e non potrà mai essere, una nazione, in quanto gli interessi che i propri cittadini condividono tra loro sono solo in parte quelli comuni ai cittadini di una nazione; questa parte di interessi comuni a livello europeo potrà trovare migliore realizzazione all’interno della dimensione super-nazionale, ma altrettanto non potrà avvenire per la parte restante di interessi che tra loro gli europei non condividono. Lo stato nazionale è allora una conquista definitiva della civiltà umana come l’abolizione della servitù, il suffragio universale, l’eguaglianza dinanzi al diritto e altre conseguenze della Rivoluzione Francese; negare questo significherebbe difatti disconoscere tutti quegli interessi dei popoli che la dimensione super-nazionale non può accogliere proprio in quanto non-nazione, ma appunto super-nazione.
La conseguenza pratica di questa impostazione distorta della progettualità federal-europeista è la radicale avversione allo stato nazionale, avvertito logicamente, per quanto abbiamo detto sinora, come ostacolo, e non invece come rampa di lancio così come dovrebbe essere, per il traguardo europeo. La dimensione nazionale deve essere dissolta all’interno di quella europea, o meglio la dimensione europea deve essere la nuova dimensione nazionale, rimanendo le ex-identità nazionali a un livello degradato di identità regionali, mere formali suddivisioni amministrative dell’”Unione delle Repubbliche Democratiche Europee”. Il problema di fondo rimane tuttavia lo stesso: l’Europa non è e non può essere una nazione, mancandone degli elementi costitutivi, cioè tutta una serie di interessi condivisi e comuni tra quelli che dovrebbero essere i cittadini della nazione; pertanto pretenderlo che essa sia una nazione, con le funzioni che sono ordinariamente attribuite agli stati nazionali anche se federali, significherebbe sopprimere tutta una serie di interessi e diritti che i cittadini europei oggi esercitano nell’ambito degli stati nazionali medesimi, e che fuori di essi non sopravvivrebbero, e come si vede non sopravvivono, per il fatto semplicissimo che un tal tipo di interessi al di fuori dello Stato Nazionale non può sussistere. Metaforicamente, immaginate di avere un vaso, che rappresenti gli stati nazionali: questi vasi stentano oggi a contenere tutto il liquido che ospitano, perché questo, vuoi globalizzazione, vuoi nuove tecnologie, si sta facendo straripante; si prende allora un altro vaso, evidentemente più piccolo del precedente per costituzione. La scelta logica sarebbe quella di versare nel vaso minore la parte eccedente del contenuto dei vasi traboccanti, usandolo da “supplemento” così da arrivare ad un equilibrio ideale; invece, col federal-europeismo si pretende stoltamente di versare l’intero contenuto dei vasi precedenti nel vaso più piccolo, così da perdere nel travaso un ammontare di liquido enorme.

In definitiva, l’errore dei federal-europeisti consiste nel voler attribuire all’identità europea una qualità nazionale che essa non può avere, quando invece essa dovrebbe avere una qualità super-nazionale. Così facendo, essi non si pongono come elemento innovatore, ma invece ripropongono, pur traslandola su un livello più ampio che è quello continentale, un tipo di identità qualitativamente nazionale, sia pur federale, che fu già acquisita, e in via definitiva, nei secoli passati; è per questo che essi si dimostrano ben più anacronistici di coloro che accusano di voler tornare ai tanto temuti “schemi del passato”, non riuscendo a cogliere che la necessità è quella di delineare una nuova identità per la “nuova entità”, che sia qualitativamente altra rispetto le identità qualitativamente nazionali già esistenti. Essi, vale a dire, sono i primi che ripropongono gli “schemi del passato”, nell’incoscienza di chi non è in grado di emancipare la propria visione al nuovo Zeitgeist.

Per coniugare meglio quanto detto sinora, analizzerò punto per punto quelle proposte che nel suo articolo Alfredo Marini presenta come “scelte audaci, pietre miliari alle fondamenta della futura federazione”:

1) Organizzare servizi di informazione pubblici a livello europeo: Alfredo propone di istituire “nuovi mass media continentali dai quali il cittadino europeo potrà acquisire informazioni”, i quali fungano da “strumento di coesione e costruzione di […] una più solida identità europea”, sul modello del ruolo svolto negli anni ’60 dalla RAI in Italia. I profili di problematicità che emergono qui sono due, entrambi rilevantissimi. Primo: in che lingua saranno questi mass media? L’inglese è parlato solo da una porzione di popolazione europea; l’unico Paese madrelingua sarà entro breve l’Irlanda, e se oggigiorno la maggior parte delle persone al mondo dai trent’anni in giù mastica un poco di inglese, sono comunque in pochi quelli che padroneggiano la lingua a tal punto da poter seguire un notiziario o un qualsiasi programma in quella lingua. Si potrebbe pensare che in futuro la diffusione dell’inglese migliori, ma le stesse dichiarazioni beffarde di Junker sul tramonto di questa lingua non lasciano aperti molti spazi in questo senso. Secondo, ben più importante: non mettiamo le pere con le mele. La Rai costruì in Italia un sostrato comune di cultura nazional-popolare, cosa diversissima e lontanissima dall’identità nazionale, che in Italia nacque non dai teleschermi, ma dalle trincee fangose ed insanguinate del Carso. Ben vengano iniziative come l’Euro Music Festival volte a cementare una sub-cultura comune al continente, ma l’idea di una sorta di propaganda orwelliana mirante ad inculcare nella mente delle persone l’idea di un’identità nazionale europea, che per forza di cose, come visto ampiamente sopra, non può esistere, mi spaventa.

2) Organizzare i sindacati e i corpi intermedi su base federale: proposta interessante, ma che va declinata oltre la semplice affermazione retorica di un bel concetto. I lavoratori europei non potranno mai essere d’accordo su tutto: potranno e dovranno unire le forze laddove condividono interessi, e cioè nella tutela dei diritti che dovrebbero essere garantiti a tutti i lavoratori (sebbene vadano in direzione diametralmente opposta le scelte compiute sinora dall’Unione Europea, all’insegna della compiacenza fiscale verso le grandi multinazionali, la cancellazione di storiche conquiste sindacali come la contrattazione collettiva, e la coventrizzazione dello stato sociale). Ma i problemi sorgono allorché si passa ad osservare il versante degli interessi economici: ad esempio, i lavoratori tedeschi, la cui industria è così orientata all’esportazione di beni di consumo qualitativamente validi, avranno grande interesse ad aprirsi quanto più possibile a quei mercati orientali le cui merci a prezzi irrisori hanno invece devastato il tessuto delle piccole e medie imprese italiane. Ecco emergere in tutta la sua evidenza il doppio binario sopra tracciato tra interessi potenzialmente super-nazionali e interessi necessariamente nazionali, tra cui solo i primi possono assurgere al livello sopra nazionale; di contro pretendere di spiantare gli interessi del secondo tipo dal terreno nazionale per ripiantarli in quello nazionale sarebbe distruttivo, in quanto l’innesto è destinato a fallire e gli arbusti morirebbero subito, in un tipo di ambiente che a loro non è adatto. Infatti, come anche l’esperienza storica del passato prossimo ci dimostra, gli interessi che per natura dovrebbero essere nazionali, trapiantati sul piano super-nazionale non si armonizzano, ma si divorano a vicenda, col risultato che a sopravvivere sono solo quegl’interessi nazionali più arroganti e prepotenti, affatto trasformatisi in super-nazionali, ma rimasti squisitamente nazionali, e anzi rinforzati nella loro natura nazionale.

3) Creare uno statuto dei lavoratori europeo: anche qui una bella affermazione di principio, che va però declinata. Ovviamente, per quanto detto sinora, lo statuto riguarderebbe gli interessi super-nazionali dei lavoratori, ovvero quel tratto di interessi che appartengono a tutti i lavoratori europei e li accomuna. In pratica, cosa si dovrebbe scrivere nello statuto? Ecco alcune idee di chi scrive: salario minimo, orario della giornata lavorativa, diritto dei lavoratori alla partecipazione agli utili e alla direzione dell’impresa, affermazione del principio della contrattazione collettiva, condizioni di lavoro minime e istituzione di apposite gendarmerie incaricate di sorvegliare sulla loro corretta applicazione, aspre pene per la violazione delle norme in materia di lavoro e creazione di un’apposita magistratura volta a dirimere le controversie in questo campo, un concilio permanete dei lavoratori europei con potere di presentare proposte di legge al parlamento europeo.
Per le restanti funzioni dei sindacati, che consistono (o dovrebbero consistere) nel partecipare all’indirizzamento dell’economia nazionale, si dovrebbe, per quanto detto sopra, permanere ad un livello appunto nazionale, evitando che gli interessi più prepotenti fagocitino tutti gli altri.

4) Creare partiti federali: “Gli attuali “partiti europei” sono miscugli formali e senza senso, privi di leadership e di consenso popolare incapaci di assolvere alle funzioni che competono loro”, denuncia Alfredo; e, si può scommetterci, tali rimarranno, finché ci si ostinerà ad assegnare loro funzioni che non possono avere, quali la rappresentanza a livello super-nazionale di interessi che hanno una dimensione naturalmente nazionale. I “partiti europei” avranno senso quando faranno ciò che dovrebbero fare, vale a dire concentrarsi su cosa possono fare, e cioè perorare interessi super-nazionali, lasciando con buona pace gli interessi nazionali ai partiti nazionali.

5) Organizzare un sistema di sicurezza e di difesa unico; chi ha letto il mio articolo precedente intuirà immediatamente che questo punto mi trova entusiasta, e senza alcun punto da aggiungere alle parole di Alfredo: “è necessario avere un esercito forte ed efficace ed un servizio di intelligence federali, cosi da acquisire indipendenza difensiva uscendo dalla NATO (vettore di influenza e controllo statunitense sul continente europeo)”.
Tuttavia, non sono sicuro che l’istituzione di un esercito unico sia conveniente e nemmeno strettamente necessaria; potrebbe essere sufficiente, e potenzialmente conveniente al fine di ottenere una fisionomia delle forze armate più agile e snella, istituire semplicemente un comando unico, un po’ come avvenne per l’esercito inglese e francese dopo Dankerque impegnati a combattere i tedeschi durante la Seconda Guerra Mondiale, o per gli eserciti egiziano e siriano nell’ambito della Repubblica Araba Unita.
Per il resto, yankees go home per tutta la vita.

6) Dotare l’Eurozona di un ministero delle finanze unico, cosi da attuare le scelte di politica economica e monetaria che sono sempre mancate all’Unione e che hanno spesso provocato problemi: tra i punti proposti da Alfredo, questo è forse quello più catastroficamente disastroso. Privare i gli stati nazionali di una moneta sovrana è stato quanto di più perverso l’ideologia neoliberista potesse partorire, inventando di fatto una nuova categoria di rischio che prima non esisteva, quella sul debito sovrano, che ha pesato sulle teste dei popoli europei come una tegola caduta dal dodicesimo piano – tranne per quelli che si erano disegnati moneta e trattati ad personam, s’intende. Ogni iniziativa volta a rafforzare questa scelta sbagliata è a sua volta sbagliata; la politica monetaria, fiscale ed economica è un esempio perfettamente calzante di interessi nazionali per vocazione, che dovrebbero rimanere nazionali. D’altronde, persino il presupposto teorico su cui l’euro si basa, quello delle aree valutarie ottimali di Mundell, rende evidente come la moneta unica europea sia un progetto ancora, irrimediabilmente, sbagliato, mancando i presupposti di perfetta mobilità dei fattori produttivi i quali sono veri solo ed esclusivamente per il grande capitale internazionale, e non per i comuni mortali, siano essi lavoratori, imprenditori o risparmiatori.
Continuare ad ostinarsi a imporre a forza la stessa taglia di calzatura a piedi tra loro diversissimi, per usare un’immagine cara a Paolo Barnard, è sic et simpliciter una follia da fanatici ideologizzati, non lontani dai cultori della Dea Ragione durante il periodo del Terrore Rivoluzionario, dai comandanti delle SS o dai dirigenti della Repubblica Democratica Tedesca che gioivano della caduta del Muro, perché ora coloro che non avevano una fede socialista sufficientemente ardente sarebbero stati liberi di andare via, permettendo loro di instaurare il vero paradiso dei lavoratori. In questo campo, lo smantellamento consapevole e coordinato dell’euro è una prerogativa necessaria per la futura felicità dell’Europa, e le uscite dragoniane sull’irreversibilità dell’Euro sono un caso vero e proprio di autoritarismo e terrorismo psicologico.

7) Primarie per la scelta del Presidente della Commissione Europea: buona proposta, che però rimarrà sterile sinché la dimensione politica super-nazionale avrà la prepotenza di avocare a sé competenza che non le riguardano, facendo sì che i cittadini europei la avvertano, e a ragion veduta, con la meritata ostilità. Si svolgessero oggi, insomma, tali primarie sarebbero sicuramente disertate in massa, mandando a farsi benedire il principio della democrazia rappresentativa.

8) Gareggiare alle olimpiadi sotto la bandiera dell’Unione Europea: questa proposta risulta assurda per tutto quanto si è detto sinora. Essa dipinge con tratti netti e riconoscibilissimi l’equivoco di fondo della concezione federal-europeista: quello di un’identità europea che anzi di apporsi si contrappone alle identità nazionali, quello di un’Europa antitesi e non completamento degli Stati Nazionali, quello di un’Europa che vede come ostacolo e non come propria linfa costitutiva gli spiriti nazionali dei popoli.

In conclusione dell’articolo, fornirò la risposta a coloro che, giunti a questo punto della lettura, penseranno che chi scrive è solo buono, come ogni euroscettico che si rispetti, a distruggere, senza mai apportare alcun elemento fecondo di creatività.

La mia idea di Europa non è quella della Federazione Europea, per i motivi che ora dovrebbero essere chiari; questa difatti schiaccia gli Stati Nazionali, comprimendone la sovranità anziché espanderla e rafforzarla, perché pretende di appropriarsi di competenza volte all’armonizzazione di interessi che hanno invece nella Nazione la loro espressione migliore.
La mia idea di Europa è quella che condivida tra gli Stati quegli interessi, e quei relativi aspetti di sovranità, che possono trovare a livello super-nazionale la loro più piena e compiuta realizzazione. Si tratta di quella parte di interessi e sovranità armonizzabile, e che include la difesa, la sicurezza, le relazioni estere, la garanzia degli elementari diritti del lavoro, il fronteggiare giuridicamente e fiscalmente la soverchiante protervie dei colossi transnazionali, la promozione degli scambi culturali ed economici, per questi ultimi su una base volitiva e non costrittiva. La restante parte di interessi, quelli nazionali e quindi conflittuali, e che rimarrebbero tali anche dopo l’innaturale e forzata traslazione su un livello super-nazionale, deve permanere di competenza nazionale; altrimenti, come l’esperienza storica recente ci insegna, a realizzarsi sarebbe non un’armonizzazione che è possibile solo in mondi utopicamente fantastici e con la concretezza dei sogni nelle allucinazioni di qualche fumo oppiaceo, bensì una cannibalizzazione di alcuni interessi da parte di altri. Ostinarsi a negare ciò significa essere complici, coscienti o ingenuamente illusi, di queste prepotenze, che sono insite e connaturate nel voler forzare l’integrazione oltre i limiti che le dovrebbero essere propri. Si tratta di far arrivare l’integrazione ad un livello ottimale dove possa essere benefica per tutti, e non oltre, evitando così di esporre, senza alcuna utilità se non quella di perseguire rigidamente e fanaticamente un disegno pericoloso, gli europei ad una latente guerra tra interessi che, sebbene non necessiti più di granate e carri armati, è comunque ben avviata.

Ecco perché la mia idea di Europa è un’Europa che sappia dove arrivare e cosa fare, senza ubriacature indotte dai vini dei Savonarola del federl-europeismo a tutti i costi. Non una Federazione quindi, bensì una Confederazione Europea, che mantenga agli stati nazionali, quali tutori delle sovranità popolari, l’iniziativa e la libertà d’azione; un’entità costruita su base volitiva e non coattiva, verso cui i popoli convergano spontaneamente non per costrizione ma sulla base del riconoscimento che essa giovi alla loro felicità, per il fatto di accogliere quell’insieme di interessi che hanno un’espressione inadeguata a livello nazionale e dovrebbero invece avere uno sviluppo super-nazionale. Non più direttive impositive, ma un confronto permanente ed incessante, ai cui frutti (trattati commerciali, apertura dei mercati, cessioni più o meno ampie di sovranità) gli Stati Nazionali possono aderire o meno liberamente e nella misura che ritengono opportuna.
Questo nella considerazione sempre presente che lo Stato Nazionale esiste fino a quando è sovrano, e che esso è sovrano fino a quando le cessioni di sovranità sono volontarie e provvisorie; esattamente al contrario di quanto purtroppo le parole del Sig. Draghi lasciano desumere.
Questo per un’Europa che sia dove serva, o non dove danneggi i suoi popoli privandoli della loro dimensione naturale.
Questo nel solco della Confederazione vagheggiata da Kant, la quale più che uno stato dei popoli è un popolo di stati; e nel segno della visione del Mazzini, per cui i popoli sono schiere, ciascuna con un proprio compito specifico, riunite dalla mano divina sotto diverse bandiere di uno stesso esercito, che avanza verso l’orizzonte del progresso umano.