A cura di Francesca Muccio

Nel libro del professor Capponi, “Otto studi sul processo civile”, edizioni Cedam, le ragioni dell’apparentemente inarrestabile crisi del nostro sistema di amministrazione della giustizia civile.

E’ appena abbozzata, la Cassazione, quasi una dissolvenza, sotto il titolo che campeggia in rosso.
Gli “Otto studi sul processo civile” sono l’ultima fatica letteraria del professor Bruno Capponi.
Docente di Diritto processuale civile presso il nostro Ateneo, avvocato cassazionista e già magistrato, Capponi analizza, nell’introduzione del suo testo, le ragioni dell’apparentemente inarrestabile crisi del nostro sistema di amministrazione della giustizia civile. Aggiornati rispetto alla loro prima apparizione in diverse riviste giuridiche, gli Otto studi, invece, affrontano, anche sulla scorta delle più recenti evoluzioni giurispridenziali, temi cruciali della materia: dal tempo nel processo civile, alla “ragionevole brevità” dei suoi atti, per giungere alla quantità e qualità della giurisdizione, alla “crisi” della motivazione nella sentenza, all’esecuzione, infine, forzata, con la tutela del debitore.
Un giudizio, quello di primo grado, verso cui il processo di ordinaria cognizione è sbilanciato, rigido e massificato, che mal si adatta, per Capponi, ai diversi possibili oggetti della causa. Un automatismo che di per sè esclude ogni potere autoritativo del giudice, dato che esso deve seguire uno schema preconfezionato, non sono ammessi percorsi alternativi, e il giudice istruttore è solo un notaio che vigila sul rispetto delle forme imposte dal legislatore. A ciò si aggiunge il carattere in prevalenza scritto della causa, che, nel tempo, ha rischiato di fare di ogni processo un vero e proprio monumento di carta, misurabile in anni e non in mesi. E ciò, se da un lato può avvantaggiare quella, tra le parti, che non nutre interesse per una rapida soluzione della controversia, dall’altro ritarda la tutela per chi ne abbisogna prontamente, non facendo altro, di fatto, che prolungare l’ingiustizia.
Inoltre, sempre più di frequente le sentenze sono pronunciate da giudici onorari, giurisperiti non di toga e dalla nomina temporanea, altro tema, tra gli altri, che Capponi affronta, insieme a quello della formazione dei giovani, che, spesso, anche se brillanti, non ancora, anche all’età di trent’anni, possono vantare esperienze di lavoro davvero significative. Con una laurea quinquennale che vale, afferma il docente, molto meno di quella “vecchia” quadriennale, in quanto l’attuale titolo, non in grado di immettere subito nel mercato del lavoro, sembra solo garantire l’accesso ad un nuovo ciclo di preparazione (quello delle SSPL, per esempio). Ne consegue, dunque, che gli uditori giudiziari (i magistrati in tirocinio) hanno, oggigiorno, età media più alta: resistere attendendo il concorso, asserisce Capponi, diviene, con gli inevitabili nuovi studi da pagarsi, selezione anche di censo. Ed invece proprio i giovani potrebbero dare nuova linfa vitale al sitema, andando inizialmente ad affiancare il giudice, in un ufficio di supporto, potendo imparare, così, subito dopo immessi, il mestiere sul campo.
Si avverte prepotente, dunque, il bisogno di una riorganizzazione dei tribunali (in quelli di medio-grandi dimensioni vi dovrebbe essere lo “sdoppiamento” del vertice, con un “capo” per l’ufficio penale ed uno per il civile), di un rafforzamento delle strutture, ma, soprattutto, si sente forte il bisogno di una riforma del Codice, divenuto un “vestito d’Arlecchino” con sempre più frequenti e maldestri rattoppi, i quali, nel complesso, non si può credere mutino, comunque, il quadro della nostra giustizia civile, con al centro un giudice abbandonato al suo carico pesante di lavoro. Urgono, in definitiva, norme più semplici e chiare, ed una maggiore flessibilità per il rito di ordinaria cognizione in primo grado, attraverso un modello plasmabile alla pluralità dei casi possibili; sono da bandire le cosiddette misure tampone, che pure si sono succedute numerose nel tempo, come i continui, insipienti, interventi sul dettato codicistico. Esaminate le impugnazioni, che, dovendo soggiacere a potenti “filtri”, vedono oramai, nelle sentenze finali, veri e propri trattati sulle questioni di ammissibilità (ciò su cui pure gli atti di parte si soffermano), icasticamente, Capponi disegna il processo civile come una “macchina esageratamente complessa e largamente inefficiente, che si fa fatica a governare”. E per la cui “revisione” Governo e Parlamento, in tutti questi anni, non hanno investito risorse, preferendo sembrare occuparsene che occuparsene effettivamente. La tendenza generale, afferma il docente, sembra esclusivamente essere quella del respingimento del contenzioso e dell’inseguimento delle “pallide chimere” della degiurisdizionalizzazione.
Le ultime pagine degli “Otto studi sul processo civile”, edizioni Cedam, sono dedicate all’attualità di Kafka, al (non) Processo, alle “inaccessibili porte della Legge”. Con il noto, letterario, novecentesco, signor K. oramai non più speranzoso in un giudizio, che, difatti, ritiene “non potrà esserci”. Mentre, solo, si prefigura la redazione della sua fondamentale difesa, e, nel frattempo, tutti l’hanno già, inesorabilmente, condannato…