A cura di Elena Mandarà

 

Secondo una recente ricerca curata dal sociologo Franco Garelli “nel nostro Paese piccoli atei crescono”. Tale studio, infatti, riporta che è notevolmente cresciuto (si parla di un incremento intorno al 5%) il numero di giovani italiani, in età compresa fra i 18 e i 29 anni, che si dichiarano “non credenti”. La percentuale viaggia intorno al 28% contro il 10,5% dei credenti attivi. Nel complesso, la fetta più larga della popolazione italiana continua tendenzialmente a definirsi “cattolica”, ma i dati evidenziano una tendenza chiara di allontanamento delle nuove generazioni dalla religione. Garelli definisce l’ateismo addirittura come “l’avanguardia moderna dell’Italia giovane” poiché i dati raccolti crescono notevolmente fra i giovani che hanno frequentato l’università e provengono da famiglie di medio-alta condizione socio-culturale.
Il dato risulta quanto più paradossale se lo si relaziona al rapporto che storicamente la Chiesa cattolica ha avuto con la cultura, riservandosi sempre un ruolo primario nell’educazione e nell’istruzione dei giovani e restando per molti secoli la sola e unica detentrice della conoscenza più raffinata. La piena affermazione nell’era moderna di un’istruzione libera e laica, la crisi dei centri educativi cattolici, a cui spesso sono preferiti altri luoghi di formazione, la democratizzazione della cultura e, infine, l’inarrestabile ascesa della cultura scientifica hanno contribuito a relegare la Chiesa e la religione ad un ruolo secondario nella vita dei giovani. Se la fortuna dei Cristianesimo, in epoche più che mai remote, fu dovuta alla sua capacità di dare risposte e speranze a chi non ne aveva, risulta evidente anche il perché oggi la religione “non va più di moda”. In un’epoca improntata sul pragmatismo e sul realismo non ci si può più permettere di “credere senza vedere”. Le risposte che chiede oggi il mondo sono risposte concrete e utili nell’immediato, che non lasciano tempo a riflessioni spirituali. La morale stessa è oggi costruita su valori molto spesso lontani da quelli che caratterizzano la dottrina cristiana: non c’è più religione perché la religione non serve più.
Un ultimo dato che merita attenzione è quello che riguarda la capacità delle famiglie di trasmettere ai figli il proprio credo religioso: è trasmesso più facilmente l’ateismo o una credenza blanda piuttosto che un forte sentimento religioso. Le esigenze della società moderna hanno dunque soppiantato il ruolo edificante spettante alle famiglie, riuscendo ad influenzare in maniera decisamente più incisiva l’identità religiosa dei giovani. Ma viene anche da chiedersi: non sarà che oggi è solo più facile trasmettere valori deboli che principi forti?