Come ogni virus che si rispetti, sono tornata. Un po’ come la coda dell’influenza a febbraio; quasi come l’herpes labiale ogni sacrosanto agosto; sicuramente come la sicumera spocchiosa degli studenti delle altre università. Comprendo bene il vostro fastidio: “stai per laurearti, ancora qui a scrivere queste baggianate?!”, starete pensando. Ebbene, nonostante io passi le mie giornate china sul pc a rincorrere la laurea, non mi sfugge nulla. Il casus belli di oggi è un post di “Insulted, La Sapienza”, in cui si legge: “E ricordate sempre un 18 alla Sapienza equivale ad un 30 alla Luiss !! Non dimenticatelo mai !! <3”. Volontariamente ho mantenuto la frase priva di una punteggiatura degna di questo nome perché, già così, mette di buonumore: se devi “sputare” su qualcuno, almeno fallo con stile. Poi il cuoricino alla fine del post fa molto “The Plastics” di “Mean Girls”, con questo ricordandovi che il Campus “American Style” siamo noi, non voi. Tornando seri (se mai lo siamo stati), la cosa che davvero mi sfugge è il senso di una frase del genere. Sin da piccola, mi è stato insegnato che si deve parlare solo di ciò che si conosce. Il “sentito dire” è il male del secolo, quella peste che, di bocca in bocca, fornisce a tutti la scusa per parlare senza essersi documentati, motivo per cui “Striscia la notizia”, “Le Iene”, “Lercio” e “quellochecitengononascosto.it” diventano la nuova informazione italiana. Non credo, in cuor mio, che a scrivere il post sia stato un ex studente LUISS che, per velleità robinhoodiane, si sia trasferito a “La Sapienza” pur di non dare più i suoi sudati soldi ai poteri forti. Allora perché questa persona, pur non avendo sperimentato sulla sua pelle la LUISS, scrive una cosa del genere? Le ipotesi sono due: “il sentito dire” di cui sopra od “il mostro verde”. Analizziamo la prima: “non rompere il silenzio, se non per migliorarlo” diceva Ludwig van Beethoven. Ecco, tenete a mente questa frase. Intendiamoci, non è il post di “Insulted, La Sapienza” il problema, ma l’effetto domino che scatena. Centinaia, migliaia di utenti potrebbero capitare su quella pagina e, dopo aver letto quel post, maturare la convinzione che davvero alla LUISS ci si gratta la pancia dalla mattina alla sera. Privo di commento è poi l’admin della pagina che, nei commenti, ha postato un “meme” sulla LUISS, sempre sulla scia acrimoniosa del post anonimo: chi gestisce una pagina dando in pasto al web i propri contenuti, dovrebbe avere acume e maturità, rispettando la libertà d’espressione ma senza fomentare l’astio. Ovviamente, non si può pretendere tanto. Quindi un caro saluto all’admin ed ai suoi incisivi miseramente caduti durante la “rosicata maxima”. Non mi premetterei mai di paragonare i miei voti od il mio percorso a quanto ottenuto da uno studente universitario della “pubblica”: non perché mi senta inferiore, ma perché sono due storie diverse. Io non ho mai sperimentato la sua realtà ma altrettanto lui non ha mai sperimentato la mia. Perciò parlare per sentito dire è sintomo di idiozia nel migliore dei casi, di frustrazione nel peggiore. Arriviamo così alla seconda ipotesi: “il mostro verde”, meglio conosciuto come “invidia”. L’invidia di non poter sostenere, a livello economico, un percorso, sicuramente costoso, all’interno di un’università privata? E’ squallido parlare in questi termini ma mi sento costretta dalle avverse condizioni a farlo, e non mi sottraggo mai a quello che reputo un imperativo morale: in parte penso di sì. Perché in parte? Innanzitutto consiglio a coloro che per questo  motivo (nonostante non lo ammettano) si sentono frustrati, di “guardare nel proprio piatto” e di provare a fare il meglio con quanto hanno a propria disposizione. Steve Jobs non ha neanche finito il percorso accademico e, per seguire di nascosto le lezioni, dormiva nei bagni dell’università; eppure sappiamo tutti cosa è stato in grado di creare. La forza di volontà nonché il talento sono i grandi motori del successo, avere i soldi può aiutare ma non fa la reale differenza, sono tutte scuse. Allora perché ho detto “in parte penso di sì”? Perché ridurre tutto ad una frustrazione di carattere economico sarebbe da parte mia un errore imperdonabile e non farebbe altro che consolidare in voi lo stereotipo del luissino che accende le sigarette all’ “Art Cafè” con le banconote da 5 euro (solo tagli piccoli perché, essendo tutti figli di evasori, le banconote di piccolo taglio non danno nell’occhio). Penso invece che l’invidia possa derivare anche da altri e ben più importanti motivi: soddisfacendo alcuni requisiti, sì di reddito ma soprattutto di carattere accademico, lo studente LUISS può affrontare il percorso formativo grazie alla borsa di studio. Capite la portata di quello che vi sto dicendo? La LUISS, pur di avere fra “i suoi” uno studente brillante e di grandi aspettative, è disposta a fornirgli la propria offerta formativa ad un costo NOTEVOLMENTE ridotto. Quindi, miei cari ragazzi, anche nell’ “Università del Capitalismo” come spesso ci definite, i soldi non sono tutto. Il talento è tutto. Se non vi è stato riconosciuto abbastanza “talento” da poter avere una borsa di studio, non fatevene un cruccio: per quanto sia ormai un valore vetusto e dimenticato, si chiama meritocrazia. Certo, mi avrebbe fatto piacere entrare nella NASA, ma evidentemente non sono portata. Non per questo mi dispero o dico che la NASA “ha solo simulato la scoperta di altri 219 pianeti”: faccio quello che posso con gli strumenti che ho a disposizione. Questo non mi autorizza minimamente a denigrare chi è più bravo di me od ha più successo di me. Ammetto che il paragone con la NASA è azzardato ma oh, 219 pianeti di cui 10 abitabili come la Terra è una cosa meravigliosa! Mi sono sempre piaciuti gli alieni. Comunque, a chiosa di questo discorso febbricitante, vorrei dire solo una cosa: il vero terreno di prova è il mondo del lavoro. A nulla serve giocare a chi è più meritevole fino ad allora. Un po’ come davanti alla legge (o davanti alla morte, fate voi), finché non approderemo nel “mondo degli adulti che si guadagnano la pagnotta” saremo tutti uguali. Tutti studenti con l’ansia da esame, da sessione, da voto. Oppure studenti con l’ansia da serata in disco, ma quelli vi assicuro che stanno alla LUISS come in tutte le altre università del mondo.Quasi dimenticavo! Esiste anche una terza categoria: gli studenti della pubblica a cui non frega nulla di quelli della LUISS, quelli che pensano a studiare ed a fare del loro meglio senza inserirsi in non ben definite competizioni da bar. Avete la mia stima e per questo motivo l’articolo non vi riguarda affatto. Ad ogni modo, l’altra volta dovevo lasciarvi per andare a spostare il Ferrari, questa volta mi è capitato di peggio: ho versato il mio Martini sulla tesi, 600 euro buttati. Dovrò di nuovo pagare qualche “sapientino” per farmene scrivere un’altra.