A cura di Giulio Menichelli-

Intervista a Samuele Sangalli, monsignore e docente di “Etica delle Professioni e Global Governane Through Interreligious Dialogue “presso la Luiss Guido Carli.

1) Una delle grandi sfide del nostro tempo è sconfiggere il terrorismo, che sempre più spesso sembra avere una matrice islamica. Perché, a suo avviso, nascono in seno all’Islam dei movimenti così violenti, e perché non se ne vedono altrettanti formati da cristiani? Come noto il terrorismo ha diverse matrici: religiose e non, islamiche, ma non solo. Certamente, nel contesto attuale di globalizzazione, spicca soprattutto quello di matrice islamica, anche perché, a seguito degli efferati delitti avvenuti in Occidente, la vita quotidiana delle nostre società ha subito significativi mutamenti, anzitutto in termini di paura, percezione della sicurezza, libertà di movimento, sguardo sospettoso sul diverso. Ma, purtroppo, – lo ripeto – non c’è solo il terrorismo di matrice islamica. In alcune zone del mondo, lungo la storia, non sono mancati fondamentalismi anche di matrice “cristiana”, come ci ha ricordato San Giovanni Paolo II nella grande richiesta di perdono durante il Giubileo dell’anno 2000. Inoltre, mafie, usurai – illegali e formalmente coperti dalla legge – e soprattutto un senso di “abbandono” da parte di chi dovrebbe essere preposto a promuovere il bene comune spesso segna e destabilizza la vita di tante famiglie. Tutto ciò richiede una comune assunzione di responsabilità che – provvidenzialmente – i vari leader religiosi, anche islamici, stanno proponendo nella logica della “regola d’oro” (fai agli altri ciò che vuoi sia fatto a te; non fare agli altri ciò che non vuoi sia fatto a te), comune a tutte le fedi e presente, come imperativo etico fondamentale, in tutte le culture. Più volte, diversi importanti leader religiosi islamici si sono fortemente distanziati da quanti hanno commesso atti di terrorismo contro persone inermi in nome della fede, condannando come contrari alla fede simili atrocità. Da qui occorre partire per camminare insieme, accompagnando il travaglio di ogni comunità religiosa perché riesca ad educare i suoi componenti in modo sempre più coerente con i principi di amore e misericordia che stanno al cuore di ogni grande religione. E qui entriamo nel mistero della “durezza” del cuore umano che – con molta fatica – accetta di “amare il prossimo come sé stesso”, soprattutto dopo aver subito qualche torto, o sopruso che alimenta l’odio e la vendetta.

2) Il sociologo Bauman, che abbiamo avuto la fortuna di intervistare poco prima della sua scomparsa, ha proposto il concetto di società liquida, intendendo quella frenetica e instabile che si riscontra nel mondo contemporaneo. Secondo lei come si può essere religiosi oggi, visti tutti gli stimoli esterni che possono distogliere l’attenzione dal trascendente?Ogni epoca ha avuto le sue sfide. La fede autentica è sempre una scelta personale, frutto, anzitutto, di una sincera e personale presa in carico dei grandi interrogativi circa la vita umana e di un’umile disponibilità a lasciarsi cambiare il cuore dallo Spirito di Dio. Significativamente, al riguardo, un grande giurista, musicista, teologo e filosofo musulmano, nato nel Kurdistan meridionale e vissuto per lunghi anni a Teheran, Ostad Elahi (1895-1974) scriveva che: «Nel cammino dell’uomo, l’egoismo, l’egocentrismo e l’orgoglio sono tra i peggiori difetti. In passato, una delle prime prove per una vita spirituale consisteva nello spezzare l’orgoglio. I più non lo sopportavano e se ne andavano (n°52)». L’orgoglio, che ci fa sentire al centro del mondo generando aggressività, competizione sterile e permalosità come stile di vita, è oggi un idolo molto diffuso, soprattutto tra le classi più alte della società, la cosiddetta “classe dirigente “ove, al riguardo, si è immediatamente pronti a riconoscerlo negli altri dimenticando l’insegnamento evangelico: «Perché osservi la pagliuzza nell’occhio del tuo fratello, mentre non ti accorgi della trave che hai nel tuo occhio? O come potrai dire al tuo fratello: permetti che tolga la pagliuzza dal tuo occhio, mentre nell’occhio tuo c’è la trave? Ipocrita, togli prima la trave dal tuo occhio e poi ci vedrai bene per togliere la pagliuzza dall’occhio del tuo fratello». (Mt7,3-5). Dunque, senza dubbio, oggi le nuove generazioni hanno molte più distrazioni che nel passato, vere occasioni, come “droghe”, per mantenersi “distratti e superficiali” nella vita. Ma io sono un’inguaribile positivo e credo che, anche se spesso a prezzo di un itinerario personale sofferto ed accidentato, una persona possa, prima o poi, fare veramente i conti con sé stessa, con la propria inautenticità, e smetterla di “recitare”. Ciò significherebbe accogliere i messaggi che la Grazia semina nella nostra vita, aprirsi al bene, che è pace profonda e “luogo interiore” dove costruire una vera personalità etica e, molto probabilmente, trovare la voce di Dio, in grado di illuminare, e segnare profondamente, il cammino della vita e il buio della morte, soprattutto quella dei propri cari e, responsabilmente, la propria. Ripeto: è un cammino sempre più personale, che il contesto comunitario può favorire e nel quale, alla fine, se autentico, inevitabilmente sfocia.

3) Papa Francesco nel suo pontificato sembra aver teso più volte la mano sia ad altre confessioni cristiane, sia ad altre religioni, come l’Islam. A suo avviso quanto è importante il dialogo interreligioso e in che modo lo si può immaginare?Papa Francesco, come più volte da lui stesso ribadito, continua – indubbiamente con uno suo stile personale inconfondibile – un cammino avviato dalla Chiesa con il Concilio Vaticano II attraverso il Decreto Nostra Aetate. Questi segnò una vera svolta nella storia del cattolicesimo, avviando un percorso di dialogo interreligioso, fatto di stima, solidarietà e mutuo apprendimento, frutto di una maggiore presa di coscienza delle implicazioni degli insegnamenti del Vangelo. Il dialogo interreligioso, in generale, è uno dei segni profetici del nostro tempo. Le religioni, che condividono la coscienza di una comune origine e di un comune destino di fratellanza per i popoli, hanno il dovere di essere tutte insieme, per la prima volta, uno dei principali promotori di mutua comprensione, pace e fratellanza tra i popoli. Gli incontri di Assisi, avviati nel 1986 con Giovanni Paolo II, sono stati una luce ed hanno avviato uno stile che domanda di essere reso quotidiano e non più lasciato solo “ad alti livelli”. In quest’ottica, anche in LUISS abbiamo avviato, già da qualche anno, nel Dipartimento di Scienze Politiche ma aperto a tutti gli studenti dell’Ateneo, il corso di Global Governance through Interreligious Dialogue, tenuto congiuntamente da me, dal Rabbino Benedetto Carucci Viterbi, Preside della Scuola Ebraica di Roma, e dal Dott. Abdellah Redouane, Segretario Generale del Centro Culturale Islamico della Grande Moschea di Roma. Ogni anno, insieme, introduciamo al dialogo interreligioso e affrontiamo una tematica sociale di rilevanza internazionale, mostrando come i tre monoteismi possono dialogare e contribuire, anzitutto a livello etico, ad individuare percorsi comuni di trattazione dei problemi. Significativo, a questo riguardo, è stata la visita in LUISS, lo scorso anno, delle Women of Faith for Peace, un gruppo di donne cristiane, ebree e musulmane di Gerusalemme che, con grande impegno personale, promuovono proprio in quella città percorsi educativi ed iniziative di dialogo, assistenza e mutua comprensione tra le tre fedi. Colgo l’occasione per ringraziare le Autorità accademiche e la Direzione Generale dell’Università che mi hanno sempre sostenuto in questo intento di offrire alle nuove generazioni occasioni e modelli per crescere come donne e uomini dalla mente aperta, attenta a vedere l’altro come una risorsa e non una minaccia, e con una vera passione per la pace. Pensiamoci bene: solo una vera pace è condizione per un autentico sviluppo, personale e comunitario. Conto molto, cari studenti, anche sul vostro sostegno, il vostro stimolo, la vostra partecipazione. Grazie per la vostra attenzione.