A cura di Giulio Menichelli

Mi è sempre piaciuta la storia. Grandi generali, battaglie campali tra imponenti schieramenti, gesta eroiche di personaggi al limite del mito. Ma anche scelte politiche, relazioni diplomatiche, diritto, spionaggio, commercio. Insomma, la storia in tutte le sue sfaccettature. E sono stato fortunato perché ho trovato spesso dei professori preparati e appassionati ad insegnarmela.
In particolare, ricordo la mia professoressa di storia (e latino) del primo anno di liceo: una signora vicinissima alla pensione ma molto energica, un po’ severa ma estremamente competente, che ci teneva a rendere i suoi allievi cittadini consapevoli più che a dar loro un bel voto. Insomma un’insegnante che credeva fermamente nel suo lavoro. Ricorderò per sempre che una mattina, prima di iniziare la lezione, ha sgridato tutta la classe perché non ci fermavamo mai un attimo a guardare fuori dalla finestra le meraviglie della nostra città (la mia classe affacciava direttamente sul Colosseo quell’anno) ma eravamo sempre sonnolenti e imbronciati, rivolti verso l’interno a guardare con occhi vuoti la lavagna, pensando solo alla prossima interrogazione.
Tornando a noi, questa docente, pur avendo una fissa per la civiltà persiana, un giorno fece una lezione sulla democrazia ateniese e ci raccontò di come a un certo punto ad Atene si sono accorti che i contadini erano decisamente restii a prendere in mano le sorti della città, perché partecipare alle assemblee elettive portava via un sacco di tempo e, soprattutto, non permetteva di badare alla cura dei campi e quindi al sostentamento della propria famiglia. Così, ci disse, gli ateniesi hanno deciso di introdurre una retribuzione per i cittadini che ricoprivano incarichi pubblici per far sì che potessero lo stesso dar da mangiare ai propri figli, pur non coltivando i loro campi o tenendo il loro peschereccio ancorato nel porto. Ci spiegò che in questo modo anche le classi sociali meno agiate poterono mettersi al lavoro per il bene comune senza temere di trovare, a casa, il piatto pieno solo di una manciata di polvere e quindi senza dover ricorrere ad improbabili accordi con prepotenti ricconi disposti a ricoprire d’oro gli eletti per una deliberazione a loro favorevole.
Insomma la professoressa ci insegnò che, affinché tutti possano partecipare alla vita politica, è necessario che lo Stato garantisca agli eletti un’indennità tale sia da garantire la sopravvivenza propria e della propria famiglia, sia da proteggerli da pressioni che porterebbero a deviare il regolare svolgimento del sistema democratico, influenzando la libera scelta degli eletti. Non vi sorprenderà leggere che quando quest’insegnante andò in pensione regalò a tutti noi una copia della Costituzione Italiana cosicché potessimo leggerla, comprenderla e batterci per i valori in essa contenuti.
Il tema delle indennità, o più in generale del compenso per la copertura di carica elettiva, ritorna continuamente nel dibattito politico oggigiorno, in varie forme. Vi aspetterete forse che dopo questa lunga premessa io parli della proposta di legge Richetti, appena approvata alla Camera. Bene, non lo farò, se non marginalmente. Sicuramente non entrerò nel merito.
Non mi interessa infatti esprimere se sia giusto o sbagliato abolire i vitalizi o convertire il sistema pensionistico dei parlamentari. Non mi importa dire se la proposta sia incostituzionale o meno. Il mio obiettivo è un altro.
Voglio infatti proporre una riflessione sul come ci siamo arrivati, sul perché il partito di governo e quello che sembra il suo più acerrimo rivale siano d’accordo su come gestire un punto tanto delicato del funzionamento della Repubblica come i compensi degli eletti. E la risposta è spaventosamente semplice: l’elettorato di entrambi i partiti la pensa allo stesso modo, tutti vogliono togliere il vitalizio ai parlamentari. Tutti vogliono abbattere a picconate i privilegi della tanto disprezzata casta. Ma perché?
Le ragioni, a mio avviso, sono di due tipi.
La prima considerazione che i cittadini svolgono è che i politici guadagnano decisamente troppo per quello che fanno, ostentano davanti agli inermi elettori i frutti del loro (poco, a detta dei cittadini stessi) lavoro o, peggio, vengono colti con le mani nel sacco ad usare soldi pubblici per scopi indecentemente privati. Gli esempi sono moltissimi, reali e presunti. Mi viene da pensare al “fatti li c***i tuoi” di Razzi, alle mutande verdi di Cota, e anche alla finta notizia che girava sul web riguardo l’aereo privato di Renzi (a cui molti hanno creduto, ma spesso i cittadini non sanno riconoscere i sempre più diffusi memes, e lo stabilimento balneare fascista in Veneto ne è un esempio lampante).
Il secondo motivo di questa posizione è secondo me molto più agghiacciante. La maggior parte degli elettori vede la politica, o meglio, le cariche elettive, come qualcosa di irraggiungibile, inappetibile o peggio, ripugnante. Nessuno ci vuole andare, nessuno vuole mettersi in gioco. Sempre meno, addirittura, vogliono votare. Perché “sono tutti ladri”, “non ci si arriva da soli, ti serve una spintarella” oppure “no, io sono onesto, non ci vado mica a Roma a rubare”. A parte questi ed altri “quando c’era Lvi”, ciò che manca nell’elettorato è la fiducia: nel futuro, nella classe politica, nelle banche, insomma, in qualunque cosa. E questo porta alla mancanza di prospettive, che a sua volta conduce alla perdita di ogni voglia di fare.
Questo credo sia il motivo della crisi della mia generazione in fondo: non già la mancanza di opportunità, che, invero, è reale, ma abbiamo passato altri periodi di stagnazione nel corso dei secoli, e li abbiamo superati, non necessariamente con una guerra. La fiducia, quindi, difetta.
E c’è da chiedersi: ridurre i privilegi per chi si mette in gioco per il bene di tutti, aumenterà davvero la fiducia dei cittadini nel sistema? La Camera ha risposto, vedremo che ne dirà il Senato.