A cura di Francesco Concetti


Il suo nome è José Pinera. 
Neoliberista, di scuola Friedmaniana, fu Ministro del lavoro fra il ’78 e l’80 con Pinochet. Nel processo di liberalizzazione e privatizzazione degli enti, rivoluzionò la previdenza cilena, togliendone il monopolio allo Stato. Ritenne necessario e maggiormente equo dare la possibilità agli occupati di avere una più ampia autonomia sulla propria vita lavorativa, attuando una semplice politica: nessun cileno avrebbe più versato contributi allo Stato centrale, ma ciascuno avrebbe piuttosto creato un proprio fondo, privato, rivalutato annualmente, dal quale attingere nel momento reputato più vantaggioso. Correva l’anno 1981 e questa fu la prima sperimentazione di tale modello. 
Pertanto è costruttivo un confronto con il nostro precario sistema pensionistico, per il quale, in breve, gli occupati versano contributi affinché l’INPS possa erogare pensioni a coloro che già hanno lasciato il lavoro. Tuttavia, così facendo, i rischi di default sono enormi. Basti pensare, banalmente, al requisito minimo ed indispensabile affinché tale struttura possa reggersi: il denaro proveniente dai lavoratori deve essere sempre almeno pari a quello necessario per la previdenza. Ne consegue che, in un momento di crisi economica o demografica, il nostro sistema verrebbe minato alle fondamenta. Va poi considerato il fatto che il numero di lavoratori dovrebbe essere in costante aumento, cosicché, in un lontano futuro, vedremmo un’Italia sovraffollata, ben oltre i limiti della capienza e del vivere sano. Più nella pratica, cosa ne sarà di coloro, oggi lavoratori, che contavano sul fatto che le pensioni sarebbero state pagate da quella generazione che non ha potuto versare contributi perché attanagliata dalla crisi? Probabilmente in uno Stato nel quale ognuno gode del denaro che versa, quale il Cile di Pinera, questo tragico problema non si sarebbe posto, come non si sarebbero poste le questioni della scarsità dei nuovi nati e dell’aumento dell’aspettativa di vita. Finanche questo, infine, è tema di estrema rilevanza in quanto il nostro modello pensionistico non ha ad oggi – e teoricamente la situazione può soltanto peggiorare – la forza di poter erogare per troppi anni assegni a futuri pensionati, che per questo vengono tenuti ancora in occupazione, tarpando le ali nel mondo del lavoro a quei giovani che un domani avranno ancor meno capacità contributiva per sostenere la previdenza sociale e concluderanno col ricevere una pensione da miseria ad un’età estremamente avanzata. 
La questione è spinosa, risolverla è costoso, le responsabilità sono sconfinate, ma chiudere gli occhi di fronte al futuro e alle alternative, pur consci della lenta discesa verso il baratro, è una coltellata al grembo della madre delle prossime generazioni.