A cura di Elisabetta Cannavò

Vi racconterò una storia, una storia attuale che leggiamo nei volti di molti nostri amici, ma che a noi, studenti di giurisprudenza, non colpisce direttamente. La protagonista è una mia amica, appena reduce e, solo adesso, vincitrice di una lunga battaglia tra lei e il recente test di medicina, o, per meglio dire, il non chiaro sistema di accesso alla facoltà di medicina. C’è chi lo descrive come un mostro, chi come una valida espressione di meritocrazia, chi non fa commenti e ringrazia di non aver mai mostrato alcun interesse per la medicina e di aver soffocato, prima che fosse troppo tardi, il pensiero di trovarsi un giorno a fianco di Meredith Grey per l’ennesima eroica vittoria in una sala operatoria del Seattle Grace Hospital. Il nostro personaggio non rientra in nessuna di queste categorie, lei con dedizione e con una inimmaginabile perseveranza ha sacrificato anni della sua carriera universitaria aspirando a nient’altro che ad un posto nelle aule della facoltà di Medicina. Ottimi voti e soddisfazioni hanno segnato il percorso liceale di questa ragazza senza però nulla togliere all’altrettanto brillante percorso universitario che da frequentante di corsi liberi (ovvero corsi a scelta del primo anno della facoltà di medicina che gli studenti non ammessi hanno la possibilità di frequentare) l’ha distinta con dei meritati trenta e lode (lontani traguardi anche per i migliori studenti di medicina). E così, senza farsi tentare dalla strada del ricorso (essendo il rapporto costi-benefici rischioso), ha deciso di non mollare e riprovare il test. Come il mio incipit suggerisce, si tratta di una storia breve perciò andiamo direttamente alle conclusioni. A questa mia amica e a molti altri, una volta ammessi, era stata data la possibilità di potersi iscriversi al secondo anno dato che attraverso i corsi liberi avevano completato la maggior parte delle materie del primo. Il criterio attraverso cui è data questa possibilità guarda ragionevolmente al numero di posti disponibili che potrebbero non essere più tali nell’università in questione e che probabilmente saranno piuttosto occupati da persone che hanno conquistato per vie traverse (più di quante ne immaginassi) l’opportunità che ad altri è stata negata. Ciò che si palesa è un meccanismo poco limpido, non garantista della parità di chances. Sono paesi come Romania, Albania e Bulgaria quelli che offrono scorciatoie di questo tipo, idonee ad aggirare le modalità di ammissione. La prassi che contesto si sostanzia in una (spesso onerosa) permanenza annuale/biennale degli studenti italiani presso atenei al di fuori dai confini nazionali che offrono corsi di Medicina e Chirurgia in italiano. L’obiettivo finale è il successivo trasferimento e inserimento nelle università italiane senza una prova di accesso della medesima portata di quella tipicamente proposta dal MIUR nel nostro paese. E ancor più odiosa risulta essere l’eventuale conseguenza che potrebbe presentarsi qualora l’ingresso di questi soggetti comportasse una diminuzione di posti disponibili per chi non ha tentato l’esodo verso l’Est e si è fermato in Italia, essendo nel nostro paese limitati i posti anche negli anni successivi al primo. Certamente si tratta di una soluzione non gradita dagli studenti italiani scartati dal test nazionale che non hanno optato per l’alternativa estera. E’ un sistema che crea contraddizioni, frutto di un’intollerabile lacuna del procedimento di selezione. Non voglio dare un giudizio sulle scelte dei giovani aspiranti medici e sulle mille peripezie che sono costretti e disposti ad affrontare pur di inseguire la loro aspirazione ma ho il diritto di pretendere che il rigido criterio di selezione per l’accesso alle facoltà a numero chiuso (che purtroppo fa più vinti che vincitori) per lo meno garantisca coerenza, possibile solo attraverso la presenza di un’unica via d’accesso. La (dis)avventura che vi ho raccontato si è conclusa con un lieto fine per la nostra protagonista alla quale auguro un futuro pieno di successi. Vorrei, infine, elogiare lei e tanti altri ragazzi in ogni angolo dello stivale per la forza e la perseveranza dimostrata e rassicurarli che la loro unica colpa è la “pretesa” di inseguire una passione che è afflitta, il più delle volte, da stratagemmi che costituiscono elementi patologici di un sistema che necessita, al più presto, di una cura.