A cura di Marco Matani

“Molti muoiono troppo tardi, alcuni troppo presto. Ancor suona strano il precetto: «Muori a tempo opportuno!»

«Certo coloro che non vissero mai a tempo opportuno, come saprebbero morire a tempo opportuno? Meglio varrebbe che non fossero mai nati! — Questo io consiglio agli uomini inutili.

Ma anche costoro dànno una grande importanza alla lor morte: anche la noce vuota vuol essere schiacciata con rumore.”

Friedrich Nietzsche, Così parlò Zarathustra, Della morte libera

L’Enciclopedia Treccani definisce l’autocrazia come segue: “Nella scienza politica contemporanea, autocrazia indica il sistema di governo dello stato cosiddetto assoluto, in cui l’autorità e la potestà del sovrano non ha altro fondamento all’infuori di sé medesima […] l’adesione e il consenso dei sudditi per nulla concorrono a determinare siffatto fondamento”.
Tramontata da secoli ormai l’epoca dei conti, dei duchi, dei marchesi e della manomorta feudale in genere, il termine autocrate sopravvive oggi appannaggio degli esponenti più vistosi di quelle élite che governano intere nazioni in forza di meccanismi che si distanziano, in maniera più o meno accentuata, da quelli elettivi (dove l’aggettivo elettivo va letto secondo l’accezione originaria del verbo latino eligere che è quella di scegliere) propri della democrazia rappresentativa; in cui, cioè, la funzione di governo da parte degli eletti si fonda sulla condizione sufficiente e necessaria del consenso dei governati, che sono gli elettori, ossia coloro che scelgono da chi essere governati.
Al termine autocrazia hanno sovente fatto ricorso i giornalisti nostrani per dipingere agli occhi dell’opinione pubblica personaggi che, come Putin od Erdogan, detengono saldamente il potere nei propri Paesi con metodi poco ortodossi, quali il sistematico scoraggiamento delle opposizioni, l’occupazione dei più importanti canali di comunicazione, e così via; per raggiungere quel tocco di esotismo sempre buono a colorare l’imperante grigiore dei notiziari e giornali nazionali, non si è esitato neanche a parlare di Zar, o di Sultano, rivangando vecchie glorie della stagione migliore dell’autocrazia.

Tuttavia, a parere di chi scrive sembra oramai pienamente maturato il momento di riconoscere, francamente e senza infingimento alcuno, che per ammirare dal vivo un’autocrazia non è più necessario prendere un aereo; per comprendere ciò è necessario dismettere finalmente qualsivoglia paramento così svogliatamente occidentale che ci porta, in una sorta di riedizione del white man burden, a ritenerci aprioristicamente ed intrinsecamente migliori rispetto al resto del mondo.
Lo siamo stati probabilmente per un lungo periodo; noi occidentali, intendo, se una tal categoria veramente esiste, abbiamo per almeno due secoli impresso al mondo il battito dello sviluppo culturale, tecnologico, economico, sociale, spirituale. Oggi l’Occidente si avvita su sé stesso e non regge il passo.
Ma qui si intende parlare soprattutto dell’Italia, visto che di problemi ne abbiamo a sufficienza già a casa nostra. Il nostro Paese, si può dire, è una punta avanzata del declino occidentale; si tratta di una Nazione completamente insterilita sotto il profilo di quella cultura che eppure fu sempre tra i gioielli più belli di cui disponesse per adornarsi, drammaticamente incapace di qualsiasi innovazione, rovinosamente lanciata in picchiata verso una decrescita economica che non è capace di affrontare, teatro di una mattanza sociale che nel mondo ha paragone solo nella Grecia degli apprendisti stregoni della Troika, esangue di qualsiasi sussulto di dignità.
La classe politica occidentale ha responsabilità storiche chiarissime; in Italia essa si identifica con i volti che si sono succeduti tra Palazzo Chigi e i vari dicasteri a partire dal periodo successivo alla stagione di Mani Pulite. Oggi questa classe si va sempre più costituendo come un’autocrazia: un passaggio fondamentale in questa direzione è stato segnato dall’approvazione del Rosatellum.
Capiamoci: i listini bloccati, lo strapotere dei ras di partito, la scarsa rappresentatività della volontà popolare e via discorrendo intessono i sistemi elettorali italiani ormai da tempo; la vera novità è invece costituita dal disperato tentativo di una classe di governo sempre più inadeguata, arrogante, gretta, isolata e priva di consenso all’interno del Paese di mantenere salda la morsa delle proprie fauci addentro le carni della cosa pubblica. La crisi di credibilità della politica italiana, inaugurata dalla scena di Mario Chiesa che nel 1992 a Milano viene scortato fuori dal Pio Albergo Trivulzio per essere fatto accomodare in una volante della polizia giudiziaria, raggiunge oggi il suo acme. Nei palazzi del potere, che appaiono oramai sempre più simili alle sale da ballo del bunker degli ultimi giorni del Terzo Reich in cui Eva Braun alzava il volume del grammofono per far sì che le ballate jazz camuffassero l’eco tetra e minacciosa delle bombe che stavano distruggendo Berlino, si continua come niente fosse a trafficare, a scambiarsi favori, a ricamare tele che avvolgeranno il comune cittadino ma di cui questo non dovrà mai venir a conoscenza; il che è la norma, ovviamente, il che succede da sempre, direte voi, certo: ma quel che veramente è cambiato è che ormai ogni parvenza di legittimazione, ogni residuo genuino consenso, è venuto meno.
Cosa fare allora? Quali sono le strade percorribili dalla classe politica che non può accettare di essere ripudiata dai suoi sudditi, che da novella Luigi XVI assume implicitamente di governare per diritto divino, data l’incapacità data per scontata di chiunque sia essa esterno? Le alternative, è intuitivo, sono due.

La prima sarebbe quella di accettare il tramonto. Ciò significherebbe, si capisce, la fine stessa dell’élite politica: per i vari politici di professione à la D’Alema, Renzi, Bersani, Del Rio, Boschi, Alfano, Santanchè, Brunetta, Gasparri, Mussolini, Schifani e via discorrendo si porrebbe il traumatico problema di un reinserimento in una qualche carriera professionale, rimettendo piede sulla terra dopo l’etereo esilio nell’immunità parlamentare, con tutte le conseguenze del caso; gli esponenti del grande capitale nazionale ed internazionale vedrebbero cacciati dalla stanza dei bottoni i propri uomini di fiducia; la burocrazia di Bruxelles consumerebbe inutilmente i propri calli sul joystick delle pressioni, dei ricatti e delle ingerenze, senza che nel videogioco i pupazzi si muovano più; gli intellettuali e i giornalisti di partito vedrebbero sfrondare il proprio alloro; tutta la pletora della burocrazia partitocratica comprensiva dell’iperfetazione di associazioni, sigle e movimenti che da essa promana, a qualsiasi livello e grado gerarchico, vedrebbe svanire nel nulla i propri privilegi costruiti sul finanziamento pubblico, sul trasformismo, sul favoritismo, sulla complice omertà, e fatti di insopportabili voli intercontinentali e treni a spasso per l’Italia a spese del popolo produttore, di campagne elettorali lanciate dagli altari consacrati, dalle leggi ad personam, di banche di familiari ed amici, di vitalizi e lussi intollerabili, di piccoli ed insulsi regnucoli personali come quello del deputato Mario Caruso in cui tutto è lecito, come assumere il figlio dell’amico sottosegretario della Difesa per non farlo lavorare o insidiare la propria stagista che invece lavora in nero, contando di far valere la propria posizione di privilegio feudale.
Significherebbe, in sostanza, la fine di una Seconda Repubblica che invero non è mai esistita, essendo piuttosto il proseguimento di una Prima Repubblica troppo lenta a morire; ossia, la fermentazione di un cadavere i cui difetti congeniti sono tutti stati esacerbati ed esasperati: dal trasformismo al servilismo verso l’attore più forte sullo scenario internazionale, dall’incompetenza di coloro che occupano posizioni di responsabilità alla corruzione endemica, dalla burocratizzazione all’incapacità di coinvolgere effettivamente i cittadini nei processi decisionali, dalla spiazzante povertà di vedute di lungo periodo alla tendenza al clientelismo.

La seconda opzione che sta dinanzi alla classe politica attualmente al potere in Italia, incapace di rappresentarsi la portata enorme del proprio fallimento storico, inutile a dirsi, è di trincerarsi nella stanza dei bottoni, blindare i propri privilegi, scindere le proprie sorti di classe dirigente dalla volontà della Nazione: l’autocrazia, perlappunto.

Il Rosatellum segna implacabilmente il tracciato sul quale la classe politica al potere ha avviato il Paese, quello dell’autocrazia.
Fallito il tentativo di compattare i ranghi e racimolare le ultime sparute risorse elettorali residue con battaglie intraprese e condotte, in maniera funzionale tanto alla destra quanto alla sinistra, appositamente con la logica del tifo da stadio, secondo le vuote ed artificiali categorie degli antifascisti contro i fascisti, dei gay friendly contro i tradizionalisti, dei terzomondisti contro i guardiani dei confini, degli apostoli della scienza medica contro la barbarie dell’ignoranza, venuti a mancare anche questi specchi per le allodole, disinnescati anche questi ordigni di distrazione di massa, la classe dirigente è nuda al cospetto dei suoi fallimenti, sommandosi implacabilmente al portato di quelli del passato il conto di quelli attuali: un Paese giunto drammaticamente impreparato all’appuntamento con l’integrazione europea; una negoziazione delle cessioni di sovranità esizialmente fallimentare; lo spreco di un’occasione importante come quella rappresentata dalla stagione, carica di potenzialità scialacquate per il rinnovamento del sistema-Italia, delle privatizzazioni; la conseguente tragica esposizione ad una globalizzazione trasformatasi presto in un mattatoio, coerentemente a dinamiche impossibili da non prevedere per chi avesse a mente anche solo le minime nozioni delle relazioni intercorrenti tra prezzi e domanda, visti la focalizzazione dell’economia su produzioni tradizionali e a basso grado di innovazione, una valuta artificiosamente rivalutata e avanzati livelli di tutela del lavoro; l’incapacità di costruire una credibilità internazionale.
Non rimane allora che ingegnerizzare una legge elettorale che costringa il Paese ad essere governato dall’accozzaglia dei diversi settori di quella classe dirigente, che consenta finalmente di dismettere una volta per tutte, dopotutto anche con una certa credibilità per i poco attenti, ogni finzione di divisione, di rivalità, di alternativa, per portare alla luce del sole senza molti traumi la complice cooperazione esistente sottobanco fin dall’epoca del consociativismo. L’élite, o l’establishment se si preferisce, che non è una fantasia populista ma una creatura vera, che respira e si sviluppa, sempre più minoranza meritatamente avversata e deprecata nel Paese e dal Paese, unisce le fila e si dispone compattamente a testuggine, divenendo sempre più serrata, ermetica, prepotente, accelerando così il passo verso l’autocrazia: impedendo, con la condanna perfino di uno tra i suoi esponenti più autorevoli quale la seconda carica dello Stato Pietro Grasso, all’unica forza politica presente in Parlamento che, del tutto oggettivamente, non è ancora compromessa con le logiche del potere, vale a dire il Movimento Cinque Stelle, di interferire nella determinazione di quelle regole che dovrebbero essere le più condivise tra tutte, ossia le leggi che stabiliscono come si sceglie chi governa, cioè il fondamento del gioco politico; si ostina a vietare ai cittadini l’ardire di sconfessare le designazioni decise dalle nomenklature partitocratiche, negando le preferenze; si avvantaggia con un sistema disegnato appositamente per far più fortemente pesare il proprio punto di forza, ovverosia la presenza opprimente del notabilato sul territorio, tronfio nell’imperare del clientelismo e del voto di scambio, vincolando e subordinando senza alcuna necessità apparente, che non sia quella del mantenimento agguerrito dei propri privilegi, i risultati della parte proporzionale del sistema elettorale a quelli della parte maggioritaria; raggirando i cittadini, permettendo di costruire ingannevoli liste-civetta da cui poi sfilare i voti di tasca qualora queste conseguano un risultato tra l’1% ed il 3%; consentendo a candidati che risulterebbero difficilmente digeribili anche ad una pattumiera di presentarsi nella circoscrizione Estero.

In sintesi, il potere dei governanti viene sciolto, come esito del processo di cui il Rosatellum è una tappa nodale, dalla condizione necessaria del consenso dei governati. Ciò avviene dopo che il consenso popolare aveva già da tempo perso nei confronti di siffatto potere la propria prerogativa di sufficienza, essendo ormai da decenni altrettanto se non maggiormente necessario ai detentori nazionali del potere di governo il consenso di forze ontologicamente non-democratiche: la Commissione Europea, la Banca Centrale Europea, il Fondo Monetario Internazionale, insomma quell’autocrazia internazionale che ha fermamente in mano i destini dei popoli dell’Europa del capitalismo finanziario, e a cui l’autocrazia nazionale va a saldarsi con l’obbedienza servile del vassallo cui è stato concesso in dotazione il proprio feudo.

La classe politica nazionale, la stessa che si è alternata nelle sue fintamente diverse sfaccettature al governo del Paese negli ultimi trent’anni, sta facendo sì che si giunga ad un punto in cui la propria “autorità e […] potestà […] non ha altro fondamento all’infuori di sé medesima”, ed in cui “l’adesione e il consenso dei sudditi per nulla concorrono a determinare siffatto fondamento”; in altre parole, essa si sta trasformando in un’autocrazia, pur di non rinunciare ai propri privilegi.
Una tale deriva può essere sventata solo dalla presa di coscienza e seguente mobilitazione della parte migliore della Nazione; essa, ovviamente, gravata com’è l’Italia da un fardello di cariatidi e vegliardi che, ben rappresentati dal tipo umano corrispondente a Giorgio Napolitano, nulla possono sapere di come il mondo attuale funzioni e di cosa esso abbisogni, non può corrispondere alla parte maggiore, almeno in principio: ecco perché ci sia avvia allo scontro ormai inevitabile tra due minoranze, l’una che rappresenta il passato e l’altra che simboleggia le generazioni tra i venti ed i quarant’anni affamate di un futuro dignitoso per la Patria, l’una che combatte per la cultura del declino e l’altra che aspira ansiosa a disegnare creativamente nuovi mondi, l’una che con la sua morte, che avverrà sempre troppo in ritardo, impedisce la nascita della seconda, di cui l’attesa si inizia a fare altrettanto insopportabile.
Le conseguenze dello scontro, che non lascerà spazio ad indecisi ed ignavi, che costringerà qualsiasi essere vertebrato a schierarsi senza appello, e che sarà necessariamente asprissimo, saranno da attribuire esclusivamente ad una noce vuota che, pretenziosamente bramosa di rendere più rumoroso il fragore del proprio schianto, ha deciso di costituirsi autocrazia.