A cura di Matteo Politano-

7 maggio 2017. Emmanuel Macron. Il salvatore. L’uomo nuovo.
Queste erano le aspettative di tutti coloro che brindarono in quel giorno storico: alla sconfitta dei nazionalismi, di Marine Le Pen, dell’euroscetticismo. Al più giovane Presidente della storia francese.
E forse hanno fatto bene.
Forse. O forse si stanno già ricredendo.
Un sondaggio del giornale Le Figaro è esemplificativo: dopo 100 giorni di presidenza, soltanto il 36% dei francesi approva l’operato di Macron.
Da allora è passato oltre un mese, e la situazione potrebbe anche esser peggiorata.
Numeri impressionanti, perfino rispetto a quelli di Hollande, già passato alla storia come il più impopolare Presidente di sempre, che nello stesso lasso di tempo non era comunque sceso al di sotto del 46% di gradimento.
Ancora è presto per tirare le somme ma, di fatto, non sono pochi a parlare già di tradimento.
Tradimento di idee, valori, e di modi di far politica.
Spicca anzitutto il ruolo di En Marche!, classico partito definito “pigliatutto”, al centro (ideologico e pratico) dello scacchiere politico, che media e decide su tutto, anche grazie ad una schiacciante maggioranza in Parlamento. Qualcosa che ricorda la Democrazia Cristiana italiana, per fare un esempio vicino.
Poi gli stessi primi interventi: i tagli ai sussidi per pagare gli affitti, l’aumento dei contributi per l’assistenza sociale, l’aumento delle tasse sulle sigarette sono alcune delle novità di questo nuovo corso già così contestato, in modo particolare dai giovani.
Ed è significativo il fatto che tutti questi interventi saranno accompagnati da un piano di riforma fiscale, che (pare) permetterà al 10% più ricco della popolazione di ottenere il 46% dei benefici della riforma stessa.
Ridurre le tasse ai ricchi tagliando lo stato sociale sta contribuendo all’immagine di Macron come giovane virgulto dell’alta borghesia lontano dai problemi dalla gente comune. Il suo curriculum del resto parla da solo: è stato studente dell’esclusivissima SciencesPo di Parigi, banchiere dei Rothschild, ministro dell’economia di Hollande.
Ma non è solo una questione politica. La presidenza di Macron è stata definita da alcuni “imperiale” e
“napoleonica”, sia per i toni usati, che per i metodi definiti autoritari.
Su tutto, la riforma del lavoro: così fermamente portata avanti quanto da molti osteggiata con altrettanta forza.
Il calo di popolarità di Hollande – all’epoca sostenitore (come Macron stesso) di una legge quasi identica- è rivelatore del disappunto dei francesi su questo punto.
E poi vi sono una serie di piccoli (grandi) gesti e dichiarazioni molto criticati: Macron è stato il primo Capo di Stato da quasi mezzo secolo a non concedere un’intervista nell’anniversario della Presa della Bastiglia, la festa nazionale principe in Francia, per la sua “complessa idea” sull’argomento. Un’evidente risposta evasiva, che come conseguenza ha fatto infuriare la stampa.
Ha proposto di dare un incarico ufficiale a sua moglie Brigitte, creando in maniera formale il ruolo di “first lady” francese: ruolo per il quale riceverebbe uno stipendio pubblico, in quanto consulente del governo; il tutto dopo gli scandali simili degli ultimi anni di vecchi leader dei grandi partiti, soprattutto dell’ex candidato Repubblicano alla Presidenza Francois Fillon, sotto inchiesta per il presunto lavoro di assistente parlamentare della moglie -fatto che, probabilmente, è stato anche determinante per la sua bruciante sconfitta al primo turno (arrivò terzo, dietro la Le Pen e lo stesso Macron).
Il nuovo Presidente è riuscito anche a rendersi antipatico alle forze militari: dopo una campagna elettorale in cui aveva promesso nuovi investimenti, una volta salito al potere – forse rendendosi conto di non poter contenere il deficit – Macron ha bruscamente comunicato la sua decisione di tagliare il bilancio militare, attirando le ire del generale Villiers. Alle critiche di quest’ultimo, in particolare, ha replicato pubblicamente affermando: «Quando il presidente e un generale non sono d’accordo, il generale dovrebbe dimettersi». Cosa che il generale ha fatto subito, tra mille polemiche.

Ma il “tradimento” forse non si ferma qui. Qualcuno lo ha già definito il peggior nemico per l’Italia. E forse qualche ragione c’è.
Macron si era proposto come convinto europeista, e primo alleato dell’Italia: i fatti stanno dimostrando l’esatto opposto. Le ingerenze in Libia, il voltafaccia sui migranti, l’asse con la Germania sull’austerità, la questione Fincantieri: tutti punti di una politica estera in continuità con gli egoismi nazionali degli ultimi Presidenti francesi, che punta ad escludere l’Italia dalle decisioni e a scaricarle i problemi più delicati.
Dopo pochi mesi, i punti contestabili di questo nuovo leader sono già molti. È innegabile che Macron sia stato un terremoto nella politica francese, il più grande dai tempi di De Gaulle; forse, però, passati i 5, lunghi anni di presidenza, tutti si ricrederanno, scettici ed ottimisti.

Come tutte le cose, solo il futuro saprà dare una risposta.