A cura di Valerio Forestieri e Giulio Menichelli-

Professor Cassese, volevamo anzitutto chiederle un’opinione sulla legge elettorale. A suo giudizio, il cosiddetto Rosatellum-bis sarà in grado di garantire la stabilità del Paese? Oppure è il preludio della palude, della balcanizzazione del Parlamento in una miriade di corpuscoli politici eterogenei ed incapaci di esprimere una compagine di governo?

In un articolo che ho scritto poco tempo fa, ho detto che la prova del budino consiste nel mangiarlo. Questa legge elettorale, di per sé, non garantisce la governabilità. Richiede, quindi, che le forze politiche pervengano ad un accordo. Il Rosatellum-bis potrà garantire la stabilità del governo e, conseguentemente, del Paese, soltanto se le parti politiche avranno la lungimiranza di trovare dei compromessi e individuare punti di contatto nei rispettivi programmi: il che sembra, allo stato attuale, tutt’altro che semplice. Tuttavia, ormai da diversi decenni, grandi Paesi come l’Olanda e la Germania sono governati da partiti politici che, dopo essersi contrapposti nelle piazze, hanno raggiunto l’accordo per formare longevi esecutivi di coalizione.

Quantomeno la nuova legge elettorale è compatibile con il dettato costituzionale oppure permangono profili di illegittimità costituzionale?

E’ molto difficile esprimere un giudizio di costituzionalità ex ante. Credo, tuttavia, che il Rosatellum-bis sia compatibile con il testo costituzionale e che i vizi d’illegittimità che affliggevano l’Italicum siano stati, grossomodo, emendati.

Professore, a più riprese si era espresso per “Sì” alla Riforma Costituzionale Renzi-Boschi. Ritiene che l’attuale frazionamento delle forze politiche, l’adozione di un sistema elettorale così marcatamente proporzionale e la probabile ingovernabilità post-voto siano tutte conseguenze dirette dell’esito del Referendum del 4 dicembre 2016?

Più che conseguenze, direi che sono la perfetta espressione della volontà degli elettori. Evidentemente, il popolo italiano vuole un sistema bicamerale, fortemente proporzionale, che costringe i partiti a mettersi d’accordo e a formare larghe coalizioni di governo. Altrettanto evidente mi sembra la sfiducia degli italiani per quella che viene comunemente chiamata “democrazia dell’alternanza”, ovverosia per il paradigma della democrazia procedurale delineato da Schumpeter.

E’ probabile che si torni, nel prossimo futuro, a mettere mano alla Costituzione, affrontando, magari, quei problemi che la Riforma Renzi-Boschi tentava di risolvere? E quali sono, più in generale, le principali direttrici in cui dovrebbe muoversi un eventuale legislatore costituzionale?

Penso che per almeno altri vent’anni nessuno proverà più a modificare la Carta Costituzionale. Due o tre sono stati i tentavi fatti nel recente passato: tutti naufragati miseramente. Se si sbatte la testa contro un muro due volte, la terza lo si evita. Per quanto riguarda i temi da affrontare in un’eventuale riforma, credo sia inutile riaprire un discorso ormai chiuso: probabilmente la cosa migliore sarebbe intervenire sulla seconda parte della Costituzione. Però le raccomandazioni dei giuristi suonano oziose se la maggior parte degli italiani non è d’accordo. Bisogna prenderne atto e muoversi in un’altra direzione.

Crede che esista, nel mondo politico e nella società contemporanea, una contrapposizione tra chi sostiene delle argomentazioni veritiere ma complesse e chi, invece, preferisce giocare su ragionamenti semplicistici ma di maggior immediatezza?

Che circolassero notizie non vere è sempre accaduto. In ogni sistema politico, in ogni epoca storica. Il problema è che oggi, queste notizie, circolano con una rapidità straordinaria grazie al web. Se, da un lato, è fenomeno impossibile da impedire, dall’altro, è possibile interrogarsi su come rafforzare gli anticorpi sociali. Come poter, dunque, contrastare le fantomatiche fake-news? Facendo circolare notizie corrette. Faccio un esempio: è stato realizzato un sondaggio chiedendo agli italiani quanti sono gli stranieri nel Paese. La maggior parte delle persone ha risposto che rappresentano, all’incirca, il 30% della popolazione. Falso: la percentuale degli stranieri in Italia è dell’8%. In casi come questo può essere utile l’intervento delle autorità riconosciute, come l’Istituto Nazionale di Statistica, che forniscano un dato concreto e lo diffondano.

Un’ultima domanda: con un occhio rivolto alle vicende d’oltremanica, pensa che lo strumento referendario sia adeguato per assumere decisioni politiche di primaria rilevanza oppure è mezzo che si presta a facili manipolazioni demagogiche?

È uno strumento non soltanto inadeguato, ma potenzialmente pericoloso. Quasi nessuno, infatti, ai referendum risponde alla domanda che gli viene posta. La maggior parte delle persone dà risposta ad un quesito completamente diverso da quello che figura sulla scheda. Ad esempio, nel Referendum Costituzionale del 4 dicembre, la domanda era “Vuoi la riforma della Costituzione?”, ma molti italiani hanno riposto al quesito “Ti piace Renzi?”.