A cura di Giulio Menichelli

La storia repubblicana è iniziata con certezze ideologiche tanto grandi quanto le incertezze politiche che ammorbavano l’Italia e l’Europa. Se infatti era certo l’esito del processo più controverso della storia, non altrettanto certi erano il destino della Germania, i confini delle cosiddette sfere d’influenza americana e sovietica e, tanto meno, il ruolo che dovesse avere la nostra neonata Repubblica, ancora senza una Costituzione, nello scacchiere internazionale.

Al contempo però una cosa era chiara: o si era democristiani, quindi della destra più a sinistra della storia, e conseguentemente filoamericani, o si era di qualche gradazione di sinistra, socialisti o comunisti, cioè più o meno filosovietici. Tertium non datur, o almeno non in termini di rilevanza numerica, perché il neonato Movimento Sociale Italiano, ultima roccaforte di quella destra che, in altre vesti, aveva governato l’Italia negli ultimi vent’anni, non aveva e non poteva sperare di avere un grande successo nel paese che in quegli anni altro non voleva che dimenticare la parentesi fascista, fallimentare nel lungo periodo.

Certamente c’erano anche altri partiti che hanno avuto un successo variabile tra cittadini e istituzioni, ad esempio il PLI, che, pur non dotato di grande forza elettorale, ha espresso già in sede di Assemblea Costituente il Capo Provvisorio dello Stato, De Nicola, in seguito primo Presidente della Repubblica e il suo successore, Einaudi, oppure i Qualunquisti, che tanto hanno fatto e fanno parlare, e già sono stati esplorati da Alberto Rando su queste pagine in un articolo a cui rinvio. Altrettanto certamente però non si può parlare di fenomeni di massa al pari dei due, quasi tre, foci politici ideologicamente orientati: DC, PCI e PSI. Insomma chi credeva in Dio, chi in Stalin e chi nel popolo sovrano senza troppi fronzoli.

Questa situazione sembrava destinata a rimanere quasi immutata, nonostante la DC tentasse un allineamento sempre più verso il centro-sinistra, trovando come naturale interlocutore il PSI, decisamente più moderato del PCI, formando un fil rouge che da Moro porta direttamente al Craxismo; finché nelle elezioni del 1992 qualcosa sembra cambiare.

L’undicesima legislatura, la più corta della nostra storia, è interessante ai fini di questo articolo non per quello che succederà verso il suo tramonto, ma per come si presenta al primo giorno di lavori parlamentari. Infatti non bisogna dimenticare che solo tre anni prima è caduto il muro portante del mondo intero, con la conseguenza che i comunisti si sono dovuti trasformare in qualcosa non più riconducibile agli sconfitti della guerra tra potenze meno combattuta della storia recente. Negli stessi anni, nelle regioni settentrionali della penisola, prendeva piede un’idea trasversale, ispirata al periodo feudale, per la quale i virtuosi comuni del nord non avrebbero dovuto pagare alcun pegno all’imperiale Repubblica Italiana che, come Barbarossa, voleva reprimere la loro autonomia e rubare la loro ricchezza in favore di un nemico chiaro come non mai: il Meridione, terra non in grado di badare a sé stessa come la ricca Padania che, quindi, meritava di essere libera, autonoma ed indipendente. Il ’92 si apre quindi con una sinistra non più gravata dal peso orientale e qualcosa nella destra dell’emiciclo che era in verità indipendentista. Al centro il Quadripartito, retto dalla ormai solida alleanza DC-PSI.

Senonché, proprio in quella legislatura, cominciano a volare monetine, grandi leader politici vanno a processo facendo poco più che scena muta e, mentre in Sicilia dei giudici in procinto di sconfiggere la mafia vengono uccisi, grazie ad un altro giudice, decisamente più controverso, il popolo comincia a sentire l’esigenza di un cambiamento radicale del mondo politico.

Così si entra in quella che giornalisticamente viene chiamata Seconda Repubblica, nonostante sia mancato un qualsiasi processo di trasformazione istituzionale, che si apre con un imprenditore di successo che ha finalmente il coraggio di presentare agli italiani un sogno per il Paese che dice di amare: la rivoluzione liberale. Nel naufragio del grande centro quale faro più luminoso di chi si contrappone a coloro i quali, fino a cinque anni prima, erano disposti a sottomettere la nazione alle direttive di Baffone e dei suoi successori? Quale ipotesi migliore di una destra che, nonostante l’appoggio dato a Fini a Roma e l’alleanza con la Lega Nord, riesce a rimanere, nella testa degli italiani, ancorata al tanto caro principio moderato di libertà, vecchio ma nuovo nello scenario politico repubblicano? Difatti Berlusconi e Forza Italia riescono a diventare l’avversario politico di una sinistra che, seppure illesa dopo Mani Pulite, non convince abbastanza, almeno finché non capisce che la parabola del nugolo di zanzare, espressa poi satiricamente da Corrado Guzzanti nel 2010, non è poi così efficace.

Ebbene comincia a prendere piede un altro sogno, quello di Prodi, di unire tutti i progressisti in una casa comune, per avere un dialogo costruttivo e riuscire, finalmente, ad arrivare al tanto agognato governo del Paese. Nasce così L’Ulivo, che sotto vari nomi e forme si alterna a Berlusconi, nonostante i vari tradimenti interni, fino al 2007, quando dà vita al Partito Democratico, più Ulivo dell’Ulivo, ultima frontiera del centro-sinistra.

Da qui in avanti la storia è nota: nella sedicesima legislatura, dopo tre anni di governo, Berlusconi cede il posto a Monti, prima salvatore della Patria, poi ennesimo soggetto politico centrista che prende posto tra i vari partitini che un tempo formavano la balena bianca. Nel frattempo nasce un nuovo soggetto politico che raccoglie l’insoddisfazione di tutti quei cittadini ormai stanchi delle logiche di potere che muovono tutto l’agire nelle istituzioni, un movimento che ha come posizione ideologica l’onestà, e come valore fondante la democrazia diretta, in una pericolosa inversione tra propellente e perseguito.

Ieri sono state sciolte le camere risultanti dalle elezioni del 2013, prospettando uno scenario completamente diverso da quanto predicibile.

Un Berlusconi a prova di bomba torna alla carica, dopo essere stato sconfitto, ucciso e sepolto, con posizioni populiste ma, allo stesso tempo, con un profilo da pater patriae al limite dell’incomprensibile, che riscuote una fiducia altrettanto inspiegabile.

Il PD chiude la legislatura inaspettatamente come forza di governo, nonostante la sinistra sia divisa al suo interno forse come prima del 1995, e nonostante non sia riuscito a portare a termine tutto ciò che sperava, anche a causa di un atteggiamento interno forse troppo dirigista e improntato a partiti da uomo solo.

Il MoVimento Cinque Stelle, ormai anche forza amministrativamente significativa, si ritrova apparentemente svincolato dal suo fondatore, Beppe Grillo, che ha abdicato in favore del leader forse meno carismatico tra quelli che avrebbe potuto esprimere, e con l’altro possibile candidato che preannuncia un ritiro alla vita privata.

La Lega, non più nord, si preannuncia a capo di una coalizione nazionalista in palese controtendenza con il primo ideale indipendentista, guidando tutto ciò che si può vedere a destra di Berlusconi.

La sinistra sinistra, guidata da nomi piuttosto importanti dell’ultimo decennio e non solo, tra cui anche i due presidenti delle camere uscenti, minaccia vendetta e pretende un dialogo più dialogo con tutti, a patto che sia ascoltata veramente.

Al centro gruppetti e partitini che sembrano destinati a un rapido tramonto o a cercare urgentemente un posto nelle coalizioni.

Insomma, le camere sono state sciolte, ha inizio la campagna elettorale. La caccia è aperta, si salvi chi può!