A cura di Thilina Dulanjana Fernando Muthuwadige-

Gli Stati Uniti hanno sempre esercitato una notevole influenza sulla nostra classe dirigente: Matteo Renzi ha indicato in Obama il simbolo della democrazia; un altro Matteo è stato oggetto di scherno sul web per una foto, di discutibile coerenza, in cui indossava una maglietta a sostegno dell’attuale POTUS Donald Trump. Giulio Andreotti ha sintetizzato il rapporto che ci lega agli Usa in una formula lapidaria ma efficace: “Rilevare con oggettività – in un quadro di grande amicizia e ammirazione – anche qualcosa che non sembra giusto, rappresenta, secondo me, un segno di reciproca libertà ed è manifestazione di una fraterna affinità che non è nata con l’Alleanza atlantica, ma ha radici lontanissime e profonde”.
In Prima Repubblica tale rapporto si è a volte incrinato e rilevare ciò che non sembra giusto, usando le parole del Divo, non è stato sempre agevole. In particolare forti contrasti sono insorti tra Bettino Craxi, Presidente del Consiglio dei Ministri dal 1983 al 1987, e Ronald Reagan, Presidente degli USA dal 1981 al 1989, nel caso diplomatico della crisi di Sigonella. Il 7 ottobre 1985 la nave da crociera italiana Achille Lauro, mentre stava per lasciare le acque egiziane, diretta verso Israele, venne sequestrata da quattro militanti del Fronte per la Liberazione della Palestina (FLP) che minacciarono di uccidere gli ostaggi della nave se Tel Aviv non avesse liberato 50 loro compagni detenuti nelle carceri israeliane. Il cittadino americano Leon Klinghoffer fu ucciso ed il corpo venne gettato in mare. Intercorsero, tra i vari governi interessati e con l’ausilio del mediatore Abu Abbas, esponente del FLP, varie trattative, a seguito delle quali l’Achille Lauro fece rotta per l’Egitto dove gli uomini del FLP furono presi in consegna dalle autorità egiziane. Successivamente, sempre in base a quanto stabilito dagli accordi, un aereo della Egypt Air decollò con a bordo Abu Abbas ed i terroristi, diretto verso Tunisi. L’11 ottobre gli americani vennero informati dell’omicidio di Klinghoffer e 4 aerei statunitensi decollarono ed intercettarono l’aereo egiziano costringendolo ad atterrare nella base Nato di Sigonella in Sicilia. Indispettito dall’intromissione statunitense e deciso a far rispettare la sovranità italiana, Craxi ordinò, dopo l’atterraggio dell’aereo egiziano, che il velivolo venisse circondato da 50 componenti delle Forze Armate italiane. A quel punto due aerei americani, atterrati a Sigonella, fecero scendere 200 militari statunitensi che circondarono gli italiani puntando le armi contro di loro. La situazione era critica e si complicò ulteriormente per l’intervento di numerosi altri carabinieri in assetto di guerra, che circondarono a loro volta gli americani, creando così un triplice cordone di militari che si minacciavano a vicenda. Infine, a seguito di una tesissima discussione tra Craxi e Reagan, i palestinesi furono presi in consegna dalle autorità italiane e gli americani si ritirarono. Sia i terroristi sia Abu Abbas furono successivamente condannati dalle autorità giudiziarie italiane per il sequestro dell’Achille Lauro. L’egemonia di Craxi nella classe dirigente italiana, raggiunta a seguito dei fatti di Sigonella, durò poco. Scoppiò lo scandalo Tangentopoli e Craxi, come molti altri politici, fu travolto dalle inchieste giudiziarie di Mani Pulite, di cui fu principale artefice il pubblico ministero Antonio Di Pietro. La vicenda di Craxi si chiuse con la latitanza, secondo i suoi detrattori, o l’esilio, secondo i suoi estimatori, ad Hammamet, dove morì il 19 gennaio del 2000.
Un altro personaggio il cui legame con gli Stati Uniti non può essere sottaciuto è proprio il magistrato simbolo di Mani Pulite. Ci sono infatti delle carte della diplomazia a stelle e strisce, conservate al Dipartimento di Stato di Washington e desecretate come tutti gli altri file fra il 2012 e il 2015, riguardanti proprio Antonio Di Pietro, che si collocano nell’ottobre 1992. In quel frangente l’ambasciatore statunitense in Italia Peter Secchia scrisse un report a Washington per sottolineare che Di Pietro commise un errore: rese noti i propri rapporti con le autorità americane, in particolare con l’Usis, l’agenzia che organizzò una trasferta negli States del pm più famoso d’Italia. «Il segretario del partito socialista Craxi, sotto crescente attacco – notò Secchia nel documento datato 15 ottobre 1992 e classificato come confidential – si atteggia a capro espiatorio cercando di addebitare i suoi problemi agli americani, che egli vede operare dietro le quinte come la vera forza che ispira le inchieste sulla corruzione di Antonio Di Pietro». L’ambasciatore era preoccupato perché conosceva i rapporti fra Di Pietro e la diplomazia Usa; in particolare lo impensierì la chiamata che il magistrato ha ricevuto dall’Usis: «Un invito a Di Pietro dall’Usis potrebbe aver incoraggiato involontariamente questa visione […] Nonostante il nostro consiglio contrario, Di Pietro ha parlato pubblicamente di questo invito e i suoi nemici lo stanno utilizzando per dimostrare la nostra collusione». Il file documenta inoltre che ci furono viaggi negli Stati Uniti del pubblico ministero. Inoltre, in tempi non sospetti, il console americano a Milano Peter Semler dialogava, sotto l’egida di Secchia, con il pm. Reginald Bartholomew, ambasciatore degli Stati Uniti in Italia dal 1993 al 1997 e successore di Peter Secchia, affermò che nel consolato a Milano qualcosa “non quadrava”. Bartholomew rivendicò il merito di “aver rimesso sui binari della politica il rapporto fra Washington e l’Italia”, ponendo fine al legame diretto che si era creato tra il Consolato di Milano e il pool di Mani pulite, tollerato dal suo predecessore Peter Secchia, e riportò la gestione dei rapporti a Roma, all’ambasciata di via Vittorio Veneto.
Questi sono i fatti e ciò che rimane è l’impossibilità di appurare con certezza la presenza della longa manus degli Stati Uniti nello scandalo di Tangentopoli, forse architettato ad arte al precipuo fine di perpetrare una vendetta contro chi ha osato tenere testa alla superpotenza USA. Non mi resta che fare riferimento ad una citazione di Zhou Enlai che, invitato da un giornalista ad esprimere un parere sulla Rivoluzione Francese (accaduta quasi due secoli prima), rispose: “È ancora troppo presto per poter formulare un giudizio!”