Una finestra sulla Cina

中国之窗

A cura di Pierpaolo Canero-

In collaborazione con l’avv. Carlo Geremia, Senior Advisor della sede NCTM di Shanghai

Questo è il secondo articolo che vi propongo per seguirmi in un cammino che ho iniziato a 14 anni e che prosegue adesso che ne ho 21, alla scoperta di un paese che è stato in grado di farmi scoprire un mondo completamente nuovo, celato dietro troppi pregiudizi. Per questo ho deciso di aprire una finestra che metta in discussione le nostre idee confrontandoci con un modo di pensare ed una legislazione completamente differenti.

Approfittando della profonda conoscenza dell’avvocato Carlo Geremia in materia laburista, ho posto le seguenti domande:

Quali sono le principali differenze tra il diritto del lavoro cinese e quello italiano? 

La differenza principale risiede nel minore rilievo che la normativa di carattere pubblicistico ha rispetto agli strumenti negoziali privatistici. Questo elemento è dovuto al ruolo estremamente ridimensionato dei sindacati e della contrattazione collettiva, oltre che alla mancanza del riconoscimento del diritto di sciopero.

Chi è allora che tutela il lavoratore e chi lo rappresenta?

Il lavoratore è tutelato principalmente dalla legge, dalle organizzazioni governative e da forme meno istituzionali di tutela. Gli standard legali delle condizioni di lavoro in Cina sono elevati, ma non sempre facilmente attuabili. Prendiamo, ad esempio, un’azienda che abbia intenzione di attivare un piano di licenziamenti collettivi. In questo caso è prevista una disciplina ad hoc, a tutela del lavoratore. Entra, inoltre, in gioco un’autorità locale e la creazione di un sindacato atipico. I lavoratori sono spesso reclutati in base alla provenienza geografica, è quindi frequente che si creino gruppi organizzati all’interno dell’azienda dai quali emergerà un leader, che avrà una rappresentanza tale da acquisire legittimazione a discutere con il datore di lavoro e le autorità locali in merito al licenziamento collettivo, anche attraverso scioperi e forme di protesta.

L’autorità locale, invece, dall’altro lato, ha il ruolo di mediatore, facendo sì che il negoziato avvenga nella maniera più indolore possibile per la forza lavoro e la comunità locale.

Ciò che emerge, quindi, è che non esiste un sindacato di previsione costituzionale, ma una serie di sindacati non legittimati ufficialmente, creati ad hoc e che rispondono alle esigenze del momento.

 

Problema differente emerge invece nell’ipotesi in cui non ci sia riferibilità diretta della forza lavoro all’azienda. Spesso accade infatti che, nel caso di un cantiere, la ditta appaltatrice ceda in subappalto ad una seconda ditta la ricerca del personale. Quest’ultimo si ritrova spesso a non avere un rapporto di lavoro scritto né con la ditta appaltatrice né con la società di reclutamento, traducendosi in una sorta di caporalato. Anche a causa dalla diffusa analfabetizzazione, i lavoratori spesso non conoscono i propri diritti e per ottenere miglioramenti delle condizioni di lavoro, anziché utilizzare strumenti legali, si affidano a quella forma di sciopero atipico precedentemente citata.

In conclusione, è presente in concreto un ampio quadro normativo a tutela dei lavoratori e, nel caso di conflitto, un ruolo cruciale è giocato dalle autorità locali. Minore tutela ha invece il lavoratore che non sappia né leggere né scrivere, in quanto solo nel momento in cui costui acquisisce consapevolezza dei propri diritti, allora può effettivamente esercitarli. In tale direzione si muove la legislazione, introducendo una serie di servizi di consulenza gratuiti in materia laburista e rafforzando il rilievo di mediazione delle pubbliche amministrazioni.

Noi occidentali siamo propensi a pensare le relazioni di lavoro subordinato in termini dialettici e di contrapposizione; al contrario, in Cina, questi termini non fanno parte della fisiologia ma della patologia, ossia emergono quando il rapporto degenera. Ciò è dovuto al fatto che, quella cinese, è una cultura che punta ad un’armonia a livello di organizzazione, intendendo l’azienda come famiglia allargata.

Dal momento che le forme di tutela ed il costo del lavoro vanno via via aumentando, in cosa consiste la competitività cinese?

Un tempo la competitività consisteva nell’abbondanza della forza lavoro tendenzialmente a basso costo. Ad oggi non è paragonabile a quella di altri paesi dell’Asia, come il Vietnam e la Cambogia.

Il vantaggio allora non sta nel basso costo della manodopera ma deriva dall’esistenza di un mercato molto ampio, nel quale collocare una serie di prodotti o servizi che da noi hanno raggiunto la saturazione. Non ha più senso quindi delocalizzare la produzione in Cina per vendere in Occidente, bensì per vendere all’interno della Cina stessa. Il maggior costo della produzione viene compensato da un più facile piazzamento sul mercato e dalla mancanza di costi di esportazione.

La Cina e il problema della staticità del posto di lavoro.

Una dinamica del lavoro particolare in Cina è la mancanza di stabilità della forza lavoro. I dipendenti spesso cambiano spontaneamente datore per cercare un impiego più remunerativo, anche di poco, oppure perché essendo solitamente sradicati dal luogo di appartenenza, cambiare città non rappresenta un problema. In parole povere, il mercato è così dinamico che il datore di lavoro non riesce a fare affidamento sul posto fisso dei propri lavoratori. Mentre dal lato del datore di lavoro ci si trova a sostenere degli elevati costi di formazione del personale sempre nuovo, da quello del lavoratore si evita il posto fisso con continua ricerca di lavoro maggiormente remunerativo. Si delinea, quindi, una problematica opposta a quella italiana.