A cura di Emanuela Storti e Giulio Menichelli-

Da dove vengono i prodotti che acquisti? Sei sicuro di ciò che compri? Insomma, sei sicuro di quello che mangi? Di questo si è parlato nella conferenza sulle Agromafie dal titolo Denominazione di origine mafiosa, organizzata dagli studenti LUISS, con il supporto del Prof. Antonio Gullo, nell’ambito della partecipazione al progetto “Università per la legalità”, promosso dalla Fondazione Falcone, in collaborazione con il MIUR e la CRUI, tenutasi il 25 settembre presso il Dipartimento di Giurisprudenza.

Non si parla spesso di questo argomento, in parte perché poco conosciuto, in parte perché passa in secondo piano rispetto ad altre manifestazioni del fenomeno mafioso: si tratta, infatti, di una modalità d’azione meno visibile, ma con profili anch’essa di pericolosità.

In fondo si può ben vedere dalla storia della criminalità organizzata come la sua evoluzione non poteva portare che a questo: la malavita che si fa impresa.

Questa è una storia di contadini, di proprietari terrieri che per proteggere i loro possedimenti si rivolgevano a soggetti prepotenti e ben armati, con i quali si creava un pericoloso vincolo di interdipendenza. Tanto più potere acquisivano questi novelli feudatari, tanto più grande era la loro influenza nelle piccole realtà in cui operavano.  

Con il progressivo sviluppo economico, l’ampliarsi del settore terziario a danno del primario ha comportato uno spostamento del centro d’interesse della mafia, che, dal semplice farsi carico della protezione dei possedimenti agricoli, ha ritenuto di trasformasi essa stessa in un’impresa in grado di concorrere sul mercato.

Quindi, una mafia dai mille tentacoli che si insinua, occulta, nel sistema produttivo, raggiungendo finanche le nostre tavole: un cancro silente che divora poco a poco l’organismo procedendo per piccoli e inosservati mattoncini sino a dargli il colpo di grazia prima che questo possa esserne cosciente.

Come sostiene la dott.ssa Raffaella Saso, coordinatrice del rapporto agromafie di EURISPES, intervenuta alla conferenza: “Anche quando agisce nell’imprenditoria, la mafia rimane un’organizzazione criminale: non punta al semplice profitto come un qualsiasi imprenditore, ma punta al massimo profitto senza rispettare le regole, ledendo quindi i diritti del consumatore, la tutela della salute, dell’ambiente e della qualità”.

Invero, la mafia non si preoccupa di coltivare terreni inquinati, mettere sul commercio prodotti insalubri e di bassa qualità, incentivando anche il fenomeno dell’Italian Sounding, ossia l’utilizzo di denominazioni geografiche, immagini e marchi che evocano l’Italia per promuovere e commercializzare prodotti non riconducibili al nostro Paese.

Le stesse forze dell’ordine, nel rapportarsi con il fenomeno, osservano questo modus operandi. Il col. Luigi Cortellessa, responsabile del Comando Carabinieri Politiche Agricole e Alimentari, che vanta nella sua carriera la cattura del latitante Lorenzo Nuvoletta, uno dei mandanti dell’omicidio del giornalista Giancarlo Siani, relatore anch’egli alla conferenza, afferma infatti: “Quelli con cui abbiamo a che fare non sono criminali lombrosianamente individuabili, possono essere vestiti da contadini come da negozianti, assumono abiti sempre diversi e sempre in evoluzione rispetto alle esigenze del consumatore: il consumatore e il mercato pongono dei canoni e questi vi si adeguano.”

Tuttavia, questa operazione criminosa, oltre a colpire la massa dei consumatori ha dei risvolti anche sull’organizzazione del mercato del lavoro: affinché si possa raggiungere il massimo profitto è necessario evitare i costi che normalmente sosterrebbe un’impresa che agisce nella legalità. Non solo quindi ignorare i diritti dei consumatori, ma anche stracciare tutte le tutele poste in favore dei lavoratori, preferendo occupare in nero, a condizioni quasi schiaviste, approfittando della fragilità sociale di particolari categorie di persone, quali immigrati clandestini o soggetti che versano in condizioni economiche particolarmente sfavorevoli.  

Davanti ad un fenomeno così radicato e ben strutturato, pronto ad adeguarsi a ogni tipo di situazione la domanda che sorge spontanea non può che essere una: come combatterlo? Sicuramente perché si possa affrontare una situazione di questo tipo bisogna essere a conoscenza della sua operatività, quindi è necessario che le istituzioni e gli enti, privati e pubblici, pongano in essere un’opera di sensibilizzazione dei consociati.

Importante, ad esempio, è EURISPES, ente privato di ricerca che con il suo Rapporto Agromafie contribuisce a un’informazione più completa sul tema. Così Marco Omizzolo, sociologo e giornalista che collabora con l’ente: “Lo scopo della ricerca è indagare questo genere di fenomeno anche quando è mascherato da una parvenza di legalità, da un agire amministrativamente e formalmente corretto.” 

Iniziative come la Call della Fondazione Falcone, da cui parte il progetto, possono essere allo stesso modo un vettore di informazione e sensibilizzazione, nel caso di specie rivolto a giuristi in erba e membri attivi della futura classe dirigente.

Uno spunto su come indebolire in concreto questo tipo di azione criminale è stato fornito nella conferenza dal col. Cortellessa ed è il tema della tracciabilità, che può essere indizio della provenienza criminale di un prodotto. Sostiene infatti: “la tracciabilità serve a dare sicurezza al prodotto, in modo tale che ogni anello della catena funzionale alimentare sia individuato. Il prodotto sicuro precede il prodotto sano. Quando il prodotto non è sano, bisogna guardare alla sicurezza del prodotto e risalire così alle responsabilità di confezione e produzione.”

Iniziative come questa sono la dimostrazione che non è la volontà a mancare, ma troppo spesso viene meno il coraggio del singolo nel perseguire un’attività di contrasto, fondamentale per sradicare questa pianta malata. Per questo motivo, prendendo spunto dal progetto, ci auguriamo che le preziose parole ascoltate possano diventare ago della bussola del comportamento di ciascuno di noi.