A cura di Alberto Rando

Nella crisi della democrazia, il riaffacciarsi di una figura antica. Vediamo.

Tutti abbiamo avuto o abbiamo un modello, un esempio di personaggio (pubblico o no, reale o no) da seguire nella nostra vita; la società umana ha necessità di avere qualcosa di più: ha bisogno di eroi.

Ma cosa è davvero un eroe?  Utile fare una ricerca etimologica, innanzitutto. Eroe: nella mitologia = essere semidivino che compie gesti prodigiosi e che possiede meriti eccezionali; la radice da cui proviene questo sostantivo, di origine greca, è comune in molte lingue indoeuropee. Conclusa l’analisi linguistica concentriamoci sul significato, mutato nel tempo.

Per gli antichi l’eroe era appunto semidivino, intermediario tra Dei e uomini, dotato di capacità straordinarie, valore e coraggio, in battaglia e fuori da essa. Era considerato non solo giusto, ma anche di buon auspicio tramandarne il ricordo delle gesta, nei poemi, usando l’eroe come figura pedagogica per l’intera società.  Non dimentichiamoci che Alessandro Magno si ispirò ad Achille e (pare) dormì sempre con l’Iliade a fianco.

Col tempo il termine “eroe” venne usato anche per esseri umani (non più semidei) che davano prova di valore e coraggio, compiendo azioni straordinarie ed andando in contro a grandi pericoli, e per questo meritevoli di memoria da parte dei posteri. La storia è piena di “ritratti” di eroi. La civiltà occidentale moderna ha avuto molti eroi, realmente esistiti, anche se spesso romanzati: grandi condottieri e/o politici capaci; nel mondo contemporaneo si sono aggiunti prima gli artisti e gli scienziati, poi gli attori e gli sportivi, fino agli eroi nati dalla fantasia degli scrittori, dei registi e dei fumettisti.

Abbiamo quindi assistito ad una “umanizzazione”, sempre più marcata, dell’eroe (in alcuni casi si parla di “antieroe” addirittura), nettamente diverso dall’originale espressione greca, tuttavia sempre di grande impatto sulla società. Non lo si vede più come “mediatore” tra l’umanità e la Divinità: l’eroe è più uomo degli altri; lo distingue la capacità di manifestare ciò che può fare l’umanità, ossia il coraggio di agire, spesso perdendo la vita per questo.

Bisogna, tuttavia, notare che ci sono profondi rischi nell’umanizzare troppo l’eroe, specie in una società con più scale di valori tra loro diverse, per ragioni religiose, culturali, politiche ed economiche. Infatti non esistendo un sistema comune di valutazione oggettiva di “cosa è eroico”, chi è eroe/martire per alcuni, è visto da altri come un nemico morto o, peggio, un cattivo esempio da non seguire. Innumerevoli sono gli attacchi alla memoria di chi non viene considerato eroe, o anzi l’esaltazione di chi è da altri considerato un criminale.

La cronaca di questi ultimi periodi ci mostra come persino un violento, un terrorista, può essere considerato eroe da molte persone, anche se le vittime sono persone prive di colpa propria. Perché accade questo?  Perché per molte persone, l’attentatore ha avuto coraggio di tirare fuori ciò che molta gente ha dentro di sé, perché si è sfogato di una situazione sbagliata ed ha voluto vendetta contro l’ingiustizia sociale.

L’eroe è solo un amplificatore di malcontento? Basta sfogarsi, indignarsi, protestare, essere “contro” qualcosa per diventare eroi? La semplice constatazione di una situazione che non ci aggrada e la successiva manifestazione di ribellione è sempre e comunque eroismo? La vendetta, per quanto comprensibile, è prova di coraggio o è farsi giustizia secondo i propri canoni? Non è facile dare una risposta corretta a questi interrogativi, se vogliamo eroi anche oggi.

Nel dialogo tra Socrate e Cratilo, riportato da Platone, si fa derivare “eroe”, nell’accezione greca, dalla stessa radice di “eros” poiché frutto dell’amore tra un dio e un mortale. Dal punto di vista linguistico l’origine è fantasiosa e scorretta, come abbiamo visto all’inizio con l’analisi etimologica, ma non è un’interpretazione da abbandonare, anzi è più utile di quella corretta dal punto di vista filologico. Eroe come legame tra uomo e Divino, come Amore per l’uomo, non sarebbe una risposta valida al nostro bisogno di eroi? In questo caso la sapienza potrebbe giovare all’eroe “umanizzato”.