A cura di Damiano Sanna

 

Fare previsioni sul futuro è un’attività rischiosa e certamente sopravvalutata. Nel ragionare quindi sulla possibilità che l’assetto prevalentemente proporzionale della legge elettorale possa sopravvivere, ovvero essere abbandonato in favore del maggioritario, dobbiamo quindi usare molta cautela. Quello che possiamo fare è elencare le ragioni per le quali, a opinione di chi scrive, vi siano diversi elementi per credere che il proporzionale verrà mantenuto. Non siamo più nel 2006 o nel 2008, oggi l’elettorato è spaccato in tre tronconi di simili dimensioni. Un po’ per convenienza di ciascuno, un po’ per il riconoscimento del fatto che questo orientamento dell’opinione pubblica non può essere semplicemente ignorato, si vuole evitare che, con un solo voto più dell’altro, magari prendendo una percentuale tutt’altro che esaltante, uno dei tre blocchi possa prendere in autonomia le decisioni che più la convincono, magari alcune di grande impatto. Si noti poi che appare passata la fobia ingiustificata del paese in balia del caos nel caso in cui dalle elezioni non emergesse un vincitore chiaro. Tutte le democrazie europee, comprese quelle più grandi, si trovano dopo il voto a dover far trascorrere un periodo di tempo necessario per formare una maggioranza parlamentare. In alcuni casi il processo richiede mesi o addirittura anni, se in Italia avremo bisogno di qualche settimana questo non può essere visto come il preludio dell’apocalisse. Scendendo poi sul piano partitico, molto dipenderà da quali saranno gli effettivi risultati il 4 di marzo, risultati sui quali la cautela è altrettanto necessaria. Se il risultato dovesse essere quello di un parlamento senza una maggioranza con un centrodestra lontano alcune decine di seggi da quota 316, allora potrebbe rafforzarsi in Forza Italia la convinzione che l’unico schema in grado di portarla al governo è una grande coalizione con il PD. PD che non avrebbe nessun interesse a modificare l’impianto proporzionale che gli conferisce un ruolo centrale, in favore di un maggioritario che lo costringerebbe a ricucire con gli scissionisti di Liberi e Uguali. Analoga considerazione si può fare per il movimento cinque stelle che, aldilà degli allarmi berlusconiani, non sarà in grado di raggiungere una percentuale di voti neanche lontanamente vicina a quella necessaria per ottenere una maggioranza di governo. Tanto vale, quindi nell’ottica grillina, conservare un proporzionale che consenta di criticare gli “inciuci” e di tenersi aperta la porta di una coalizione.