A cura di Emanuela Storti

Il tema delle elezioni dà spazio a numerose discussioni e tanti sono coloro che acclamano o criticano i vari partiti, movimenti e candidati che partecipano all’attuale campagna elettorale.

Su questo argomento è intervenuto anche il procuratore nazionale antimafia, Federico Cafiero de Raho, che, al programma “Mezz’ora in più” su Raitre, si è dichiarato contrario alle “toghe in politica” e a favore di una legge al riguardo, in quanto “chi esercita il potere giurisdizionale deve tenersi fuori dalla politica.” Questa affermazione fa immediatamente pensare a Pietro Grasso, ex magistrato e leader del partito Liberi e Uguali, che De Raho non critica apertamente, definendo la sua una “scelta legittima”.

Queste parole, però, danno spunto a una riflessione molto importante: è giusto che un magistrato, simbolo di imparzialità e terzietà, sia politicamente coinvolto? Certamente la libertà di manifestazione del proprio pensiero e, di conseguenza, anche la possibilità di scegliere un orientamento politico devono essere riconosciute. Il problema inizia quando viene messa in discussione l’imparzialità del giudice, in quanto la sua ideologia politica rischia d’ influenzare l’esito di una sentenza nell’ambito di quel margine di discrezionalità consentito, fino ad arrivare al passaggio da un potere dello stato all’altro: magistrati che diventano leader di partiti emergenti.

La questione affonda le sue radici nel rapporto tra diritto e politica.

Il giurista più tradizionale direbbe che il diritto deve restare separato dalla politica, essendo egli quasi affascinato dal rigido formalismo degli istituti del diritto.

In realtà, l’oggetto dello studio del giurista è in gran parte contenuto in leggi, emanate dal Parlamento i cui membri sono eletti dal popolo tra i candidati dei vari partiti. D’altro canto, non si può dire che la politica possa prescindere del tutto da una adeguata conoscenza del diritto, altrimenti risulterebbe soltanto una indefinita forma di populismo mista a una buona retorica.

Così ragionando, sembra che diritto e politica non siano altro che due facce della stessa medaglia o, per quanto si voglia separarli, risultano inevitabilmente legati.

Riportando queste conclusioni sul piano concreto, è possibile notare come il ruolo del giudice sia quello di applicare la legge, la quale non è altro che una forma di manifestazione del pensiero della coalizione politica del momento. Nonostante ciò, nell’applicazione di tale legge, egli deve restare comunque terzo e imparziale perchè, se così non fosse, il giudice rischierebbe di snaturarne la funzione.

Per questo motivo i magistrati, almeno nell’esercizio delle loro funzioni, non dovrebbero essere fervidamente attaccati alle proprie idee politiche. D’altronde, sarebbe davvero bizzarro assistere ad un giudice convinto comunista che decide in merito ad un’azione di rivendicazione della proprietà privata.