A cura di Leonardo Esposito

Un tema comune, anche se passato in sordina, di questa campagna elettorale è l’abolizione del divieto di mandato imperativo. Ma cos’è? È realmente necessario oppure è un subdolo meccanismo al servizio di una classe politica corrotta?

Si tenti, per comprendere, questo semplice esercizio mentale. Immaginare la prossima legislatura. Svegliarsi di buona mattina, e con orrore vedere che il nostro parlamentare di fiducia ha votato contro il nostro partito, o non ha rispettato un programma elettorale. Scandalo! Che fare? Scrivere un post indignato su Facebook? Smettere di seguirlo su Instagram? No, no! Si deve pensare più in grande. Rivolgersi alla camera di appartenenza la quale, verificato il misfatto, lo dichiara in un batter d’occhio decaduto della carica. Fine dell’esercizio.

Ah, che splendore, grazie rottamatori ed estremisti, paladini della giustizia contro i parlamentari perennemente indecisi! Ci avete liberato da un abominio! Nulla di più semplice, nulla di più giusto, no?

No.

Mai e poi mai si può pensare di violare il precetto della libertà dei parlamentari dal vincolo di mandato. “Perché?”, si chiederanno alcuni di voi. Non è forse vero che i candidati, prima, e deputati e senatori, poi, fanno promesse che devono essere mantenute? Non è forse corretto che almeno formalmente aderiscano ad un’ideologia e ad una linea politica coerente? Non è forse osceno che alcuni di loro non facciano che rimbalzare da un gruppo parlamentare all’altro? Nulla di più giusto. Ma si tratta di casi patologici che, per quanto diffusi, non delegittimano di certo la forza e l’importanza dell’articolo 67 della Costituzione. Un articolo che assurge ad una funzione molto più importante di far espellere un parassita con la passione per il trasformismo.

Ciononostante, è pur vero che i problemi di cui sopra non sono di certo di poco momento, tutt’altro. La classe politica italiana, negli ultimi decenni –e spero di essere perdonato per questa uscita gentista- non ha certo brillato per limpidezza ed onestà. Tuttavia queste carenze, che ribadisco essere patologiche e non sistematiche, sarebbero risolvibili con interventi strutturali ma che non privino il nostro ordinamento di uno strumento di protezione fondamentale quale il principio che preclude l’apposizione di vincoli di qualunque sorta al mandato parlamentare. Con un minimo sforzo creativo, possiamo immaginare che all’atto di metter mano alla legge elettorale (come non dubito sarà fatto nella prossima legislatura), potrebbe essere studiato un meccanismo di preferenze che giocoforza imponga un impegno dei candidati più diretto e radicato nel territorio delle loro circoscrizioni di appartenenza, possibilmente (magari!) responsabilizzandoli. Il meccanismo porterebbe peraltro con sé un vantaggio indiretto non di poco conto: il radicamento territoriale degli eletti permetterebbe agli elettori, di tornata in tornata, di far valere la responsabilità politica degli eletti che si ricandidino, confermandoli o sostituendoli anche in ragione del loro concreto operato.

Dunque, placati i dubbi sull’apparente legittimazione -per mezzo del mantenimento della proibizione del vincolo di mandato- della scorrettezza della classe politica, tentiamo di capire l’importanza di tale principio di civiltà giuridica.

Il principio del divieto di mandato imperativo è un silenzioso baluardo della nostra democrazia, come di molte altre nel mondo, e forse è l’ultima difesa contro ogni possibile degenerazione autoritaria di un sistema politico. È infatti una clausola che svincola ciascun parlamentare dagli ordini di partito, rendendolo libero, armato di una buona dose di coraggio e coscienza, di opporsi alle direttive operando nel miglior interesse della nazione.

Non a caso mi riferisco alla nazione. Perché non può esistere tale “svincolo dal vincolo” senza apporne un altro, fondamentale e, paradossalmente, imperativo: la rappresentanza della nazione, ex articolo 67 della Costituzione, nello svolgimento della propria carica impone infatti al parlamentare di agire per il bene della stessa.

Il sillogismo è semplice: precludere che un rappresentante della nazione sia sottoposto ad alcun mandato imperativo, potendo votare secondo coscienza e responsabilità, è condizione necessaria affinché questi possa perseguire il bene della nazione. Una formula chiara e limpida, come dovrebbe essere l’operato dei parlamentari.

Non è difficile a comprendersi. Eppure, sono molteplici i programmi che propongono una tale aberrazione. Le possibili spiegazioni sono due. O questi soggetti difettano di una minima cultura giuridica tanto da ignorare una basilare norma costituzionale, dimostrando, oltre alla loro conclamata incompetenza, anche la deplorevole ignoranza del funzionamento delle nostre istituzioni, deficienza gravissima, a fortiori in questa congiuntura politica così complessa; o, e questo sarebbe ancor più grave e rivoltante, i nostri demagoghi di fiducia, consci dell’intrinseca debolezza delle loro proposte, non hanno altro strumento di difesa che accalappiare i più assennati tra i parlamentari e legarli ad un palo con lo stretto guinzaglio del vincolo di mandato.

Occorre cautela, i collari potrebbero diventare piuttosto costosi.