A cura di Andrea Curti

Proviamo ad andare al di là delle statiche fotografie che ci restituiscono gli editoriali di questa mattina e buttiamo un occhio alla dinamica realtà che oggi, il giorno dopo le consultazioni elettorali, ci troviamo a dover commentare.

I numeri e le percentuali, seppur non ancora definitivi, sono noti a tutti e sono facilmente consultabili online su qualunque testata giornalistica.

Cosa ci raccontano?

Partiamo dal primo dato, il più importante: la partecipazione al voto.

Rispetto alle ultime elezioni politiche (2013) in cui il numero dei votanti sfiorava a stento il 70% degli aventi diritto, osserviamo un aumento di 4-5 punti percentuali, con conseguente diminuzione dell’astensionismo, peraltro fisiologica componente ineliminabile del gioco elettorale.

Gli italiani tornano dunque a considerare rilevante la propria opinione, la propria preferenza, l’esercizio del proprio diritto-dovere nella formazione della nuova compagine parlamentare.

Libertà è partecipazione, diceva Gaber, ed è francamente incoraggiante che nell’era dell’antipolitica galoppante e più o meno mascherata si torni a frequentare la libertà della coscienza, che nel voto trova la propria espressione più bella.

Ma al di là dell’ottimo dato sull’affluenza, cosa emerge dalle scelte degli italiani?

Emerge innanzitutto prepotente –come se avessimo bisogno di altre conferme..!- l’apparente spaccatura vertiginosa tra nord e sud Italia: al Nord trionfa il centrodestra a trazione leghista, al Sud è il M5S a farla da padrone. Il centrosinistra non pervenuto se non in una piccola enclave che scorre su una debole linea gotica tra la Toscana e l’Emilia Romagna, al di là dei risultati sporadici negli uninominali sparsi in tutta Italia, ma torneremo su questo.

E’ peraltro sorprendente notare come il tema –evidentemente, al di là dei colori, profondamente attuale- delle velocità diverse delle due Italie sia il grande assente, tra molti altri, della campagna elettorale macchiettistica e gridata cui abbiamo assistito negli ultimi mesi.

Dicevamo sopra “apparente spaccatura” politica perché, a ben rifletterci, il voto che intercettano M5S e Lega –Forza Italia, come noto, è in fase di decomposizione- sia, tutto sommato, molto simile.

Viene interpretato, semplificando un po’, da due attori diversi che condividono, al di là di storie e cornici decorative diversissime, un medesimo animo e una fungibile scala valoriale. Le ragioni della preferenza accordata all’uno o all’atro, com’è intuitivo, vanno ricercate nel diverso radicamento territoriale che, per ragioni storiche, vantano l’una e l’altra forza politica.

Cosa ci porta a poter azzardare, tutto questo?

Ci porta forse a considerare l’ipotesi –fantapolitica, o forse non poi così tanto..- del ritorno ad un bipolarismo quantomeno –se non proprio partitico, com’è evidente- tra sensibilità affini: da un lato il blocco, rappresentato oggi da M5S e Lega, più “populista” (nell’accezione migliore del termine, senza spocchia o venature elitarie) e popolare, diffidente sull’Europa e per certi versi nazionalista e protezionista; dall’altro il blocco moderato, progressista, europeista e perfino socialista (non a caso, i quattro grandi sconfitti delle ultime tornate elettorali in tutta Europa, nessuno escluso), forse rassicurante per qualcuno ma ormai costantemente sfiduciato dagli elettori.

Questo dato però fa riflettere su un fatto.

In tempi di crisi economica, di forti disuguaglianze sociali, di precarietà, di incertezza chi, se non la sinistra, dovrebbe farsi carico di intercettare gli umori di un popolo bisognoso di risposte a domande non più rimandabili?

Se la sinistra, privilegiata destinataria di tali istanze e interlocutrice naturale del popolo cui –almeno in teoria- dovrebbe dar voce, non riesce a parlare, a comunicare con la propria base e rimane distaccata, lontanissima, pigra nei comodi salotti della propria superiorità, forte dell’arrogante sicurezza di essere perfino eticamente superiore a chiunque altro a guardare, dall’alto di una torre, le piazze piene riempite da qualcun altro, ecco allora che il voraginoso vuoto che lascia viene riempito da qualcos’altro, come fisica insegna.

Mutatis mutandis è quanto accade anche alla destra moderata di Berlusconi: se i moderati rinunciano a fare i moderati e inseguono gli istinti e i linguaggi di chi arriva diretto al cuore dei problemi intercettando gli umori di un popolo stanco e disilluso, ecco allora che l’elettore sceglie l’originale, abbandonando la macchiettistica imitazione al proprio infausto destino.

Ed è proprio questo che i centristi, i democratici del nostro Paese avrebbero dovuto fare da molto tempo: ragionare sulle motivazioni di un declino costante e perfettamente noto a tutti gli addetti ai lavori, procedere a severe autocritiche e a cambi di leadership per dar voce a chi si sente silenziato in casa propria, dialogare e affacciarsi nuovamente con la cautela del principiante nelle piazze, nelle strade, nelle scuole per capire cosa dice la gente comune, recuperare il contatto con una realtà che non si è più in grado di leggere da troppo tempo, per fornire risposte concrete e –magari, chissà- più affidabili di quelle gridate dagli urlatori.

Emblema di tale (annunciato) fallimento, che comporta anche una grave responsabilità nell’aver disperso un patrimonio di fiducia e speranze che inizialmente aveva avuto il merito di suscitare, è il PD a guida Renzi.

Renzi prende un partito al 25%, lo porta al 40% mentre è al governo, e nell’arco dei tre anni successivi colleziona sonore sconfitte in ogni battaglia politica che si trovi ad affrontare: le amministrative, il referendum costituzionale, le elezioni politiche.

Restituisce un partito al 20% scarso.

Una meteora velocissima che nell’arco di un tempo brevissimo mostra tutta l’inconsistenza del proprio progetto politico, totalmente incapace di riconoscere gli errori e priva del necessario coraggio di voltare pagina per ripartire da un trend negativo che non ha mai mostrato segni d’inversione di tendenza.

Già, ma perché?

Perché -basti guardare l’ultima campagna elettorale- si è rinunciato a parlare di sinistra, di disuguaglianza, di lavoro, di diritti, di Europa e si è scelto di puntare unicamente su scie chimiche e vaccini, dimostrate fake news che tanto –a parole- si volevano combattere, che peraltro non interessano a nessuno e che dimostrano quanto fallimentare sia stata la scelta degli avversari da combattere, dimenticandosi che una sinistra responsabile, forse, dovrebbe concentrarsi a fornire un’alternativa credibile alle destre estremiste che ovunque, in Europa e non solo, stanno rialzando la testa dal fango.

Ma si sa. In una competizione elettorale le grandi responsabilità le hanno i partiti, i leader, gli elettori, ma prima e al di là di loro, lo strumento della legge elettorale.

Grande sconfitto e grande colpevole (annunciato, peraltro) in questa competizione è il Rosatellum, una legge elettorale varata a colpi di fiducia, un proporzionale con una piccola quota di maggioritario che meglio avrebbe operato in un contesto bipolare, ben sapendo tutti che con tre poli a contendersi il podio il maggioritario a doppio turno è forse l’unica risposta a garanzia di governabilità e stabilità.

La sbandierata –e, per la verità, da subito messa in dubbio- possibilità di scegliere le persone nei collegi uninominali è stata smentita dai fatti: D’Alema quarto su quattro in Puglia, Minniti dietro a un protagonista di rimborsopoli cinque stelle e ad un signor nessuno del centrodestra nelle Marche, Boschi vittoriosa nel “suo” Trentino-Alto Adige et cetera.

Questo perché l’elettore non sceglie le persone, che spesso non conosce neppure di nome in quanto alieni paracadutati dall’alto nel proprio territorio. Scegliere la persona significa studiarla, e lo studio è faticoso.

Ecco allora che si preferisce scegliere la lista, il simbolo, mettere la X su ciò che si conosce.

In altre parole, non si sceglie la persona nel merito, ma si vota la squadra, ciò che le candidature negli uninominali miravano –giustamente, negli intenti- a mitigare.

Ad ogni modo, les jeux sont fait.

Tante cose prevedibili, molte previste e alcune –poche- sorprese.

Adesso la palla passa, fortunatamente, al Presidente della Repubblica.

Quanto ai grandi sconfitti, non c’è autoanalisi migliore dello scendere al bar sotto casa ed ascoltare di cosa parla la gente davanti ad un caffè al mattino.

E’ sicuramente il punto di partenza più efficace su cui ricostruire, all’esito di una sincera, spietata e irrimandabile autocritica, un percorso di consenso e partecipazione verso storie politiche a cui la nostra democrazia non può rinunciare con tanta irresponsabilità.