A cura di Mauro Dario Rufini, da Globus Online

Si parta dall’inizio. Perchè la vicenda assume il carattere del vituperabile sin dal principio.

Il 9 Maggio del 2014 l’allora settantaduenne Marcello Dell’Utri, fine intellettuale e dotto giurista, scellerato (reo!) braccio destro di Berlusconi, dopo 12 anni di procedimento viene in Cassazione definitivamente condannato a 7 anni di reclusione. La sentenza della Suprema Corte non soggiace a mezzi di gravame, è la Minerva che nasce armata dal cervello di Giove, e l’imputato viene a sapere quasi in diretta della stessa mentre si trovava, rifugiato, a Beirut. La pena è per concorso esterno in associazione mafiosa: qui il primo vulnus dell’avvilente faccenda. Il concorso appena citato costituisce infatti un disinvolto allargamento giurisprudenziale delle maglie dell’art. 110 Cp (rubricato “Pena per coloro che concorrono nel reato”), estensione ancora utilizzata tra il permanente sgomento della dottrina.

Per i meno avvezzi al diritto, il concorso esterno, in parte prescindendo da quanto sarebbe necessario per un decoroso accertamento probatorio dell’indispensabile elemento soggettivo del reato, permette la condanna di soggetti del tutto avulsi dall’associazione mafiosa, del tutto privi dell’affectio societatis, ma presumibilmente consapevoli ed anzi desiderosi di rafforzare l’organizzazione criminale mediante il loro agire. Presumibilmente consapevoli: si usa un avverbio di tal tipo poichè numerosi sono i casi di pratica giudiziaria in cui per la dimostrazione del dolo ci si è affidati a meccanismi suppositivi di stampo latamente giustizialista. Talune volte, addirittura, a Palermo si è considerata la sfumatura ben poco chiara del dolo eventuale come sufficiente per la configurazione della fattispecie astratta del concorso esterno, in spregio non solo a quanto più volte affermato dalla Suprema Corte, ma anche ai più basilari principi costituzionali e di civiltà giuridica riguardanti la stretta legalità dell’azione penale.

Non si vuole con ciò però negare l’esistenza di giurisprudenza maggiormente accorta e garantista. Sed sic est. Al momento della condanna echeggiavano evidentemente come lontanissime le seppur di appena due anni precedenti parole del procuratore generale Iacoviello, recitate nella sua celebre requisitoria tenuta la prima volta che il caso Dell’Utri arrivò in Cassazione. “Al concorso esterno non crede più nessuno”. Già. Ma, ciononostante, la sentenza della Corte d’Appello di Palermo venne confermata. Altrettanto decise furono le espressioni usate dal precedente procuratore generale in seno alla Corte di Cassazione Siniscalchi, con riferimento ad un’altra sentenza Peloritana di condanna per concorso esterno, stavolta nei confronti di Calogero Mannino: “[nella sentenza] Non c’è nulla. Mi sono trovato dinanzi al nulla. La sentenza torna ossessivamente sugli stessi concetti, ma non c’è nulla che si lasci apprezzare in termini rigorosi e tecnici, nulla che indichi un patto elettorale con la mafia, favori in cambio di voti, nulla che possa valere a sostanziare l’accusa di concorso esterno in associazione mafiosa. Questa sentenza costituisce un esempio negativo da mostrare agli uditori giudiziari di come una sentenza non dovrebbe mai essere scritta”.

Questa la doverosa premessa. La cronaca recente invece ha dimostrato che l’accanimento nei confronti dell’emerito onorevole ormai settantaseienne non è ancora giunto al termine.

La sua salute è ormai compromessa: lo affliggono severi problemi cardiocircolatori, un tumore alla prostata e il diabete. Ed è proprio per queste cagionevoli condizioni fisiologiche che i suoi avvocati hanno presentato al tribunale di sorveglianza di Roma istanza di scarcerazione. I periti della procura generale si sono uniti a quelli della difesa e ai medici carcerari nel confermare l’incompatibilità della situazione di Dell’Utri col regime carcerario, conciliabilità al contrario sostenuta dai consulenti del tribunale. I quali, purtroppo, sono evidentemente risultati maggiormente persuasivi agli occhi del procuratore generale del Tribunale di sorveglianza di Roma così come a quelli del collegio. Per la condizione ritenuta dai legali più umana, ovverosia la detenzione domiciliare od ospedaliera, si è ritenuto fosse troppo presto. E Marcello Dell’Utri, che sempre fu uomo di tempra, ha deciso di sospendere le proprie cure: “preso atto della sentenza con cui il tribunale di sorveglianza decide di lasciarmi morire in carcere ho deciso di farlo di mia volontà”.

È d’uopo, allora, ricordare di Ovidio Bompressi, che fu condannato per un delitto, ci si permetta, bieco, esecrando e spregevole, oltre che infinitamente più grave del concorso esterno in associazione mafiosa. Fu infatti l’esecutore materiale dell’omicidio del commissario Calabresi, ignobile vicenda su cui preferiamo il silenzio e la riverente memoria alle indegne assoluzioni morali di taluno, potendo confortare quantomeno l’assunto tacitiano per il quale il rispetto è maggiore da lontano. Ciononostante, a Bompressi fu concessa la scarcerazione prima e la grazia poi, per firma di Giorgio Napolitano nel Maggio del 2006 quale iniziale atto del suo primo mandato. Concessioni motivate certamente dalle condizioni depressive e di anoressia dell’attivista di lotta continua. A maggior ragione, allora, sembra meritare medesima licenza chi da un male addirittura peggiore si ritrova oggi affetto.

Uno Stato che voglia definirsi civile ha delle regole che tutelano la salute dell’uomo. Da noi queste regole portano il nome di Costituzione, i firmatari della quale, peraltro, erano tre grand’uomini, due dei quali però, Terracini e De Gasperi, pregiudicati. Perchè non è una sentenza a stabilire il valore delle persone; non è una condanna a poter giustificare trattamenti non consoni al rispetto che si deve alla vita.

Non vogliamo credere che il diffuso desiderio di rivalsa nei confronti di una generazione politica che ha indubitabilmente fallito si sia travestito da Saulo avverso un vecchio ammalato. Al contrario, che Dell’Utri possa essere presto fatto ricongiungere coi propri cari, per trascorrere, come chiunque dovrebbe, i propri ultimi anni circondato dagli affetti familiari.