A cura di Giulio Menichelli

 

Ah l’Erasmus, che bel modo di conoscere altre culture e civiltà! Certo si studia (poco, molto poco rispetto a noi italiani), ma soprattutto si sodalizza con coetanei di altri Paesi facendo festa tutta la notte.

A proposito di feste, qualche sera fa ero ad un compleanno e, tra una pinta di birra e l’altra, mi sono trovato a parlare di Europa con un ragazzo francese, François. Lui ha un anno più di me e da grande vuole fare il magistrato, come suo padre e suo nonno prima di lui.

Ci accorgiamo subito di essere entrambi europeisti, cattolici e tendenzialmente progressisti. A un certo punto lui mi chiede se l’Unione Europea come sistema mi convince, io rispondo sicuro di sì, così mi racconta un piccolo aneddoto. “Qualche settimana fa – dice – mi è venuta incontro una ragazza bellissima che mi ha chiesto: < Secondo te la Francia dovrebbe uscire dall’Europa? > Avrei voluto risponderle di sì, però le ho risposto < Per me dovrebbe essere l’Europa ad uscire dalla Francia >.” A quel punto io lo guardo molto perplesso. “Sì perché – continua – il problema secondo me sta nel tipo di Unione che stiamo costruendo.” La mia perplessità aumenta ad ogni momento. Lui continua a parlare in un francese che capisco, seppur non alla perfezione. La cosa che mi è chiara, però, è che il suo dubbio riguarda le persone:

“Vedi Giulio, io e te ci capiamo alla perfezione, abbiamo gli stessi riferimenti culturali e potremmo parlare di diritto, politica, letteratura e filosofia per tutta la notte. D’altra parte noi siamo entrambi ragazzi fortunati che si apprestano ad entrare nel mondo degli adulti in qualità di classe dirigente, i patrizi del mondo romano. Però io ti chiedo: in primo luogo, secondo te un operaio francese ed uno italiano riuscirebbero a capirsi allo stesso modo? E poi, se un domani io e te diventassimo entrambi magistrati, tu potresti davvero dire di essere in grado di giudicare un contadino francese e io uno italiano?”

La sua risposta è ovviamente no ad entrambe le domande. Io obietto che su molti temi i nostri ordinamenti sono vicini, che su altri ancora dobbiamo entrambi rispondere a un diritto europeo comune e che quindi, in giuridichese, la domanda è mal posta. Allora lui controbatte in un modo che non mi aspettavo. Dice infatti che, come io non ho bisogno di lui né lui di me, lui avrà bisogno del contadino francese e io di quello italiano perché altrimenti, vivendo di chiacchiere, non sapremmo come produrre il nostro cibo e che quindi siamo, forzatamente, legati da un vincolo di fraternitas con i plebei dei nostri paesi. Ma solo con questi. E per un semplice motivo: secondo lui, cioè, per sentirsi uniti in una stessa societas bisogna vivere insieme, cosa che in Europa non si fa. La sua conclusione è distruttivista. Per creare un’Europa veramente unita bisogna prendere il progetto eurounitario, metterlo da parte e ripartire da zero in una maniera molto più totalizzante che non coinvolga soltanto i patrizi ma i popoli europei nel loro insieme. Per di più, specifica, non tutti i popoli europei, ma soltanto quelli che sono più vicini tra loro: “La Francia e l’Italia ad esempio sono in ottimi rapporti, – continua, mentre io storco il naso per la storia della Gioconda – con l’Inghilterra, nonostante qualche guerra centenaria, bene o male ci capiamo, con la Germania uguale, ma cosa abbiamo a che spartire con la Polonia? O con l’Ungheria?”. Insomma pochi popoli simili, poco alla volta.

La sua tesi non mi ha convinto del tutto, soprattutto per quanto riguarda il prezzo da pagare per un’operazione simile, tuttavia mi ha dato molto da pensare. E non solo in una prospettiva europea.

Penso infatti anche alle recenti elezioni e, prima ancora, al referendum costituzionale. Se dal punto di vista politico tutto è sindacabile, sembra che il problema, sempre più evidente, sia quello di un distacco importante tra, come dice il mio amico François, patrizi e plebei, tra noi, cioè, che ci chiudiamo nelle nostre torri d’avorio a parlare di argomenti tanto tecnici quanto incorporei dando dell’analfabeta funzionale a chiunque non vada al nostro passo, e chi, fuori, cerca risposte a problemi concreti essendo disposto ad accettare anche qualche sogno irrealizzabile pur di sperare in un miglioramento della propria condizione. Come è giusto che sia.

Ecco, a questo ho pensato in questi giorni, e mi sono domandato il perché, il quando, il come sia potuta succedere una cosa del genere.

Non lo so. Ma quanto sarebbe diverso il mondo se, anche solo per poco, ci mettessimo davvero ad ascoltare cosa si dice in strada.