di Leonardo Esposito-

In questi giorni di politica convulsa (e sessione ancor più caotica) giunto a fine giornata ho bisogno di due sole cose: musica, e un recap delle notizie del giorno. Accendo il mio speaker, apro Spotify, mi stendo sul letto e mi tuffo nella sintesi di giornata.

E in questi giorni, un album mi aiuta a distaccarmi dalle meschinità mondane e a guardare tutto con dolce malinconia dall’alto. Il Tranquillity Base Hotel & Casino, mi accoglie con un dolce lounge rock nella hall di un motel di seconda classe pescato direttamente negli anni ’50 ed imbevuto di un 2018 denso e grigiastro.

Così, leggo di tale Giuseppe Conte, il nome caldo di questi giorni per la poltrona più prestigiosa e scomoda del paese. Quale descrizione più azzeccata per la sua improvvisa venuta che “dancing in my underpants, I’m gonna run for government”, mi domando. Del resto, “l’amico del popolo” -così lo ha definito Di Maio-, è sceso nell’agorà con le brache apparentemente calate (si vedano tutti i dubbi sull’esattezza del suo curriculum, forse gonfiato, forse inesatto) mentre balla dimenandosi tra le orde di giornalisti assetati di notizie che lo inseguono da un paio di giorni a questa parte. Ma nessun problema: il capo politico garantisce per l’onestà, la legittimazione democratica (quale, c’è da chiedersi, visto che dubito che i famosi “11 milioni di italiani” di Di Maio abbiano realmente votato tenendo il signor Conte, pur presente nella squadra presentata dai pentastellati, a mente) e la “politicità” (ma il MoVimento non combatteva i crudeli politici?) del grande indiziato per palazzo Chigi.

I’ve been on a bender back to that prophetic esplanade,where I ponder all the questions but just manage to miss the mark”. Nel frattempo, il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella sorseggia il suo cocktail gialloverde, accolto dopo l’offerta di due habitué del bar di bassa lega della politica odierna, con quell’aria perplessa (che tutti abbiamo avuto almeno una volta) di chi sta cercando di capire se l’intruglio che sta bevendo gli piaccia, o almeno che non meriti di essere gettato nel vaso della pianta malaticcia che si deprime in un angolo. Ma proprio non riesce a trovare una risposta -chi mai potrebbe, con un mix esplosivo ad alto tasso alcolico come questo-, ed offre un sorso alle due più alte cariche dello stato, per vedere quanto queste (e i loro 915 amici) apprezzino lo sgargiante intruglio. Aperitivo con vista, sul tetto del Quirinale. 60 milioni fanno la fila all’ingresso.

Il tutto mentre Matteo Salvini, appena chiusa l’ennesima diretta su Facebook (a quanto pare è così che si fa la democrazia oggidì, “1984-2019”), osserva il cielo uggioso pensando “finally, I can share with you through cloudy skies every whimsical thought that enters my mind, there ain’t no limit to the length of the dickheads we can be”. Sogna di sussurrare all’orecchio del suo acerrimo amico qualche sarcasticamente boriosa risposta sovranista ai tecnocrati di Bruxelles, magari mentre sono riuniti al tavolo del loro Comitato di Conciliazione, quel curioso organo para-costituzionale (di cui al libro I del Codice Civile, Titolo II, Capo III; sarà un caso che il candidato premier insegni diritto privato?) che dovrebbe risolvere ogni grana del futuro governo.

Da qualche parte invece, Silvio Berlusconi presenzia ad un comizio. Si appella alla grazia divina, al buon senso e al suo 14% per far concedere un incarico al centrodestra unito. A quando prima che chieda “Can I please have my money back? My virtual reality mask is stuck”? Il vero problema è che il visore per la realtà virtuale se lo è messo da solo, credendo davvero che il suo alleato Salvini non sarebbe scappato alla prima occasione disponibile. Altro che VR, chi è causa del suo mal…

Che storia, questo governo. Lo chiamerei “four stars out of five”, dato che una di queste si è persa per strada e probabilmente ora galleggia nel Po. Mi auguro che le mie aspettative siano smentite, e di poter dare un voto all’altezza del nome.

Ma non ci spero. E del resto, nemmeno mi interessa. Al momento mi sto godendo, dalla hall un motel di bassa lega disperso nel nulla lunare, la vista di un piccolo globo azzurro, sulle note di cinque sbarbatelli di Sheffield troppo onesti per rockeggiare mentendo a sé stessi e a noi altri come qualche anno fa.