A cura di Leonardo Esposito-

 

PREMESSA

Musica funebre.

ATTO I: PROLOGO

Il professor Conte rimette al Presidente della Repubblica il mandato conferitogli per la formazione del governo. Fuoco e fiamme.

Sergio Mattarella era sceso a compromessi con sé stesso. Aveva effettuato ogni sondaggio possibile. Ascoltato più dell’esigibile. Atteso più del tollerabile. Ma oppone il proprio veto al nome di Savona al ministero dell’economia. Come egli stesso ha dichiarato, nulla gli può essere addebitato. Anche prescindendo dal piano giuridico, rispetto al quale ha agito in piena conformità, esercitando legittimamente le sue prerogative, nulla può essergli contestato da alcun altro punto di vista.

Mattarella, esercitando le sue prerogative, non ha imposto la propria visione. Ha recepito il malumore, il timore, la paura della società. Ha rifiutato la proposta di Conte, che ha rimesso il mandato.

ATTO II: INTRECCIO

Nel pomeriggio, Matteo Salvini manovra. E non è tattica, ma strategia: iniziano le grandi manovre elettorali. Da un comizio a Terni parla con toni più duri che mai, al limite della violenza. Nulla che stupisca, è la sua retorica, e non si può negare che abbia il suo charme e i suoi punti di forza. Dove sta il problema? Il Presidente del Consiglio dei Ministri incaricato Giuseppe Conte, salito al Colle per proporre i decreti di nomina del suo governo, non ha ancora concluso il colloquio quando parla il Segretario della Lega. Matteo Salvini lancia in anticipo la campagna elettorale. Mantenendo ferma la proposta di Savona al tesoro, non ha voluto forzare la mano: ha volutamente fatto fallire il governo nascente. E quest’offensiva, significativamente, parte da Terni: la Lega marcia a sud.

Segue il solito streaming di 20 minuti, che non dice nulla di nuovo, né di significativo.

Luigi Di Maio, appresa la notizia, si indigna in video, e invita il popolo a 5 Stelle a Fiumicino. Dal palco, fulmini e saette. Alessandro Di Battista, non nuovo a certe uscite, si lancia in un’invettiva furibonda contro la casta e contro il Presidente della Repubblica. Segue il Capo Politico, Luigi Di Maio, che nel mezzo della sua orazione (dalla dubbia validità tecnica: come può il debito calare grazie al deficit?) lascia cadere alcuni incisi che sono il vero fulcro del suo discorso. Su tutti, dipingere Mattarella come uno schiavo delle agenzie di rating e dello spread, manovrato dalle istituzioni europee per portare a compimento il grande disegno del colpo di stato contro il MoVimento.

Seguono ulteriori affermazioni, dal miglior repertorio 5 Stelle.

ATTO III: COLPO DI SCENA

Mentre il paese guarda allibito le prime schermaglie, da dietro le quinte dei nostri schermi piatti esce Giorgia Meloni, che porta a compimento lo schema che aveva iniziato a costruire giorni addietro, con l’aperto sostegno a Savona ministro dell’economia: propone la messa in stato d’accusa contro il Presidente della Repubblica. È un colpo fortissimo sparato dalla piccola canna di Fratelli d’Italia. Uno scenario sconcertante, che solleva immediatamente un putiferio nei saloni della politica e nelle chat del popolino.

L’idea raccoglie immediatamente il favore degli arrembanti pentastellati. La Lega resta defilata, troppo “arrabbiata” per potersi esporre immediatamente, ma sicuramente prenderà apertamente posizione più avanti.

Lo scenario è rigettato dai partiti tradizionali, Forza Italia e PD, che respingono l’aberrante proposta e giurano fedeltà al garante della Costituzione. Forse, davvero, il canto del cigno della seconda repubblica. Non è detto che nasca la terza.

CUT TO BLACK

Titoli di coda sulla XVIII legislatura (?).

CHIACCHIERE DA FORUM E SPECULAZIONI SUL SEQUEL

Questo è il film di questa sera. Un appassionante thriller politico, che si apre e si chiude con un colpo di scena. In pochi si aspettavano un fallimento di Conte, nemmeno lui stesso, e lo testimonia la sua malcelata rabbia nella breve dichiarazione stampa rilasciata dopo il colloquio con Mattarella. A lui l’onore delle armi: ci ha provato. Tutti, o quasi, si aspettavano che l’apparente “veto” di Mattarella si sarebbe risolto con una proposta di riserva, un asso nella manica che avrebbe di fatto coronato il sogno gialloverde di governo. Parleremmo di tutt’altro, adesso.

Il secondo colpo di scena è la proposta di impeachment.
Personalmente, non ritengo sussistano gli estremi. Sergio Mattarella ha esercitato in piena legittimità le proprie prerogative costituzionali di Presidente della Repubblica: non ha accolto le proposte del Presidente del Consiglio incaricato. Non sono stati imposti veti irrituali di sorta. Ma ha anche mantenuto fede al proprio ruolo di garante della Costituzione. Quando lo si taccia di essere stato guidato dalle banche, dallo spread, dalle agenzie di rating, di aver fatto gli interessi della Germania, si sbaglia per eccesso. Il Presidente ha certamente tenuto conto dei riflessi economici che la nomina di Savona come ministro avrebbe potuto avere. Chi non lo avrebbe fatto? In questo finale di maggio siamo martellati dalle notizie su uno spread che nelle due settimane precedenti è quasi raddoppiato (117 – 206 punti base in un mese) e dalle minacce di downgrading del tasso di affidabilità italiano. Il Capo dello Stato ha, molto semplicemente, visto oltre alle sterili chiacchiere sul fatto che questi indicatori siano soltanto parte di un grande sistema per minare il cambiamento, comprendendo che il mercato vive di individui. Individui che affidando a banche e fondi di investimento, che sono due dei principali operatori sul mercato dei titoli di stato italiani, i propri fragili risparmi sorreggono sostanzialmente il nostro debito pubblico. Mattarella ha tentato di tamponare lo shock finanziario che si sarebbe causato il giorno seguente e nei mesi a venire.
Esercitare le proprie prerogative non è attentato alla Costituzione. Proteggere i cittadini non è alto tradimento. Il fatto non sussiste.

Eppure, la prospettiva di vedere le Camere, in seduta comune, deliberare la messa in stato d’accusa, e per di più con i numeri per approvarla, è terrificante.

Intanto, si apre la campagna elettorale, la seconda nel giro di pochi mesi per la nausea di tutti noi. Una campagna elettorale della quale si possono leggere due tratti distintivi.

Il primo, è molto mediatico, e certamente d’effetto. Suggerisco a chi è rimasto turbato dalla violenza della scorsa campagna di saltare al prossimo paragrafo. I toni saranno roboanti, feroci, crudeli. I toni, durissimi, del pomeriggio di Salvini sono apparsi quasi pacati al confronto col comizio serale di Di Battista e Di Maio. Grida rabbiose nei confronti delle istituzioni, dell’Europa, della legge e della legalità. Toni accesi, altisonanti, parole gonfiate. Ma soprattutto, il disprezzo, malcelato, verso il Presidente della Repubblica, colpevole dell’assassinio premeditato del governo Lega-5 Stelle, complice dell’establishment. Quello di oggi sarebbe un attacco alla Democrazia. “Chiunque offende l’onore o il prestigio del Presidente della Repubblica è punito con la reclusione da uno a cinque anni”, recita l’articolo 278 del Codice Penale.
Sarebbe opportuna un’analisi sulla classe, sullo stile, sul tatto di quella che a quanto pare è il nuovo ceto dirigente del nostro paese, ma non è questa la sede.

Il secondo tratto distintivo è di portata epocale. La prossima campagna e la prossima tornata elettorale saranno, di fatto, un referendum sull’Europa. Aggirando peraltro i vincoli dell’articolo 75. Il grande convitato di pietra degli ultimi 82 giorni di crisi di governo si è finalmente manifestato dopo essere sempre stato ignorato. Si tratta di un tema talmente trasversale che non potrà che causare una radicale spaccatura nella società italiana, senza distinzioni di sesso, di età o di classe.

Secondo alcuni, questa è un’opportunità. “Il re è nudo”. L’Italia si può, finalmente, guardare in faccia allo specchio e può tentare, in un modo o nell’altro, di darsi una scossa e di risorgere dalle proprie ceneri prima che si spengano. Potrei crederci anch’io.

Ma non stanotte.

Tutto è buio, nella notte più nera della Repubblica.