Di Elena Mandarà

Mai come nei giorni scorsi la privacy è stata di moda. Dallo scorso 25 maggio è, infatti, entrato in vigore il nuovo GDPR (General Data Protection Regulation) che impone alle aziende che fanno uso di dati personali dei propri clienti, di adeguarsi ad una normativa più stringente e finalizzata alla tutela dei dati medesimi. Dopo scandali come quello di Cambridge Analytica (la diffusione di dati personali ottenuti tramite Facebook e utilizzati nella campagna elettorale di Trump, ndr), la smania per la protezione dei dati personali è dilagata non solo fra le istituzioni ma anche fra le persone comuni, che fino a quel momento sembravano distratte ed estranee all’argomento. In primo luogo, la nuova disciplina impone alle aziende una comunicazione semplice e chiara riguardo le modalità di utilizzo dei dati, vietando di fatto i contratti lunghi e tecnici (e per questo spesso incomprensibili per l’utente medio) che inducevano ad accettare passivamente le condizioni, pur non essendo coscienti di ciò cui si acconsentisse. Dovrà poi essere specificato il periodo di conservazione dei dati. Gli utenti, inoltre, avranno il diritto di accesso ai dati personali detenuti dalle imprese, cosicché si possa sempre essere al corrente di come i propri dati vengano utilizzati in quel momento. Sono altresì contemplati il diritto di correzione, il diritto alla portabilità (l’utente potrà liberamente trasferire i dati ceduti ad un’azienda ad un’altra concorrente) il diritto all’oblio, ossia il diritto di far cancellare i propri dati se questi non servono più o sono stati prelevati in maniera illecita. Sulle aziende grava, inoltre, l’obbligo di istituzione di una nuova figura professionale, il responsabile per la protezione dei dati, che, in cooperazione con l’autorità di controllo, avrà il compito di vigilare sulla corretta applicazione del GDPR. Sorge anche l’obbligo di comunicazione agli utenti, entro 72 ore, in caso di data breach, ossia di acquisizione impropria dei dati custoditi da parte di un’altra azienda (come nel caso sopra citato di Cambridge Analytica). Il regolamento introduce inoltre la possibilità di esperire azioni collettive contro l’uso dei propri dati, alle quali potrebbe seguire il diritto ad ottenere il risarcimento del danno subito. La portata della nuova disciplina è, come si può ben notare, ampia e ambiziosa, e viene a collocarsi in un momento in cui l’esigenza di tutela è più che mai sentita. Come dicevo all’inizio, sembra che gli scandali dell’ultimo periodo abbiano finalmente reso consapevoli i cittadini dei rischi che si corrono, specialmente attraverso l’utilizzo dei social media e di internet in genere. Ma davvero? Il concetto di privacy è talmente vasto da ricomprendere gli aspetti più disparati della nostra vita, ma l’ambito in cui, ad oggi, risulta essere maggiormente a rischio, è sicuramente quello dei social network. E’ come se si potesse individuare una doppia valenza del concetto stesso, a cui corrisponde una sua doppia vita. Da un lato, infatti, è fortemente avvertita l’esigenza di impedire l’utilizzo dei propri dati personali per fini commerciali o, comunque, per fini diversi rispetto a quelli che consapevolmente perseguiamo. Dall’altro, invece, non si avverte più l’esigenza di tenere gli altri al di fuori della sfera della propria vita privata. E ciò appare ancor più paradossale, se si tiene conto del fatto che alle sue origini il diritto alla privacy è stato concepito proprio come il “diritto ad essere lasciati da soli”. Questa era, infatti, la definizione che ne diedero i due giuristi americani, Samuel Warren e Louis Brandeis, autori del saggio “The right of privacy”, nel quale per la prima volta venne teorizzata l’esigenza di tutela dall’ingerenza di terzi nella vita privata. L’ispirazione del saggio, peraltro, era tratta dall’esperienza personale dei giuristi, e in particolare di Warren, la cui moglie era spesso ritratta nelle foto di feste mondane divulgate dalla stampa cittadina. Ad oggi, invece, il popolo di Instagram, Facebook, Snapchat – e chi più ne ha, più ne metta – ha davvero ancora interesse a tenere gli altri fuori dalla propria vita privata? Si riscontra, piuttosto, la tendenza opposta. Sembra diffuso, invece, il desiderio di esporre le cose belle della propria vita, per suscitare interesse e attrarre attenzione. E, specularmente, sembra che si avverta il diritto ad essere informati su quanto accade nella vita degli altri. In modo provocatorio, si potrebbe guardare alla giurisprudenza europea, che spesso basa le proprie argomentazioni sul principio di rinuncia, anche tacita, al diritto da parte di chi ne gode. E’ chiaro e innegabile, tuttavia, che gli utenti debbano essere tutelati dalla legislazione, in quanto il diritto alla privacy ha assunto nella realtà odierna il valore di interesse pubblico, sebbene sembra che sia un diritto di cui, per certi versi, non si avverte più un bisogno concreto. E’ evidente, poi, che in molti casi manchi la consapevolezza della reale portata degli strumenti di cui disponiamo, sicché la valutazione su cosa sia lecito postare in rete e cosa no risulta quanto mai distorta. L’assottigliamento della linea di demarcazione fra pubblico e privato rende difficile la garanzia di una tutela concreta, ed evidenzia, anzi, l’inconsapevolezza o la non curanza da parte dei fruitori. Tuttavia, è innegabile la rilevanza di queste piattaforme nella società di oggi e nella vita di ciascuno, né si può ignorare- Chiara Ferragni docet- il potenziale della condivisione, sia in termini economici che di aggregazione. La soluzione, dunque, non può essere quella di estraniarsi da questa nuova e invadente realtà, ma è necessaria un’opera di sensibilizzazione, affinché si riacquisti la pretesa ad “esser lasciati soli”, almeno entro certi limiti. Ad ogni modo, protetto o no, consapevole o sprovveduto, nulla da fare: l’uomo del 2018 è un animale social.