di Filippo Marchetti-

Vorrei premettere al mio intervento una dichiarazione di intenti: questo articolo si pretende non politico, ma Politico, per richiamare una figura utilizzata da Settis per indicare il discorso politico inteso da un lato, come “campagna elettorale e propaganda”, dall’altro come “dialogo politico democratico e costruttivo”. La riprendo senza pretese e con tutta l’umiltà di cui sono capace per promettere che il contenuto di questa disamina è assolutamente scevro da qualsiasi sostegno ad una determinata forza politica, essendo, invece, un discorso sul metodo democratico.

Mi è capitato di leggere su Iris Prudentes un articolo, a firma di Valerio Forestieri, (reperibile qui: http://www.iurisprudentes.it/2018/05/17/la-sinistra-e-populista-come-gli-altri-lesempio-del-femminicidio/) che invito a leggere e a cui vorrei offrire questo modesto contributo.
Considerando la fumosità del termine e la molteplicità di definizioni che se ne danno, aggiungo che, populismo non sia nient’altro che una cacofonica riedizione del più strutturato lemma “demagogia”, e ciò al fine di analizzare l’etimo, riportando questo passo delle storie di Polibio:

<<Finché sopravvivono cittadini che hanno sperimentato la tracotanza e la violenza […], essi stimano più di ogni altra cosa l’uguaglianza di diritti e la libertà di parola; ma quando subentrano al potere dei giovani e la democrazia viene trasmessa ai figli dei figli di questi, non venendo più in gran conto, a causa dell’abitudine, l’uguaglianza e la libertà di parola, cercano di prevalere sulla maggioranza; in tale colpa incorrono soprattutto i più ricchi. desiderosi dunque di preminenza, non potendola ottenere con i propri meriti e le proprie virtù, dilapidano le loro sostanze per accattivarsi la moltitudine, allettandola in tutti i modi. Quando sono riusciti, con la loro stolta avidià di potere, a rendere il popolo corrotto e avido di doni, la democrazia viene abolita e si trasforma in violenta demagogia.>>

Se dovessimo tracciare quindi, dalle parole di Polibio, un ritratto della demagogia, dovremmo evidenziare più punti:

Il primo è che la demagogia è uno stato patologico, in cui la democrazia cade allorquando individui ricchi ed avidi di potere rendono il popolo solo parzialmente consapevole del proprio dominio, rendendo la libertà di parola e l’uguaglianza mere enunciazioni formali. La “demagogia”, almeno nel senso proprio del termine, non nega il valore della democrazia, ma ne evidenza una debolezza sua connaturata.

Il secondo è che la demagogia non è un ideale, né tanto meno la qualità di una proposta specifica. Demagogia è un metodo di controllo, utilizzato per squalificare gli avversari politici. Questo mi offre l’opportunità di aprire una parentesi importante: Schmidt ci insegna che tutto è politica, in quanto riconducibile allo schema amico-nemico, finanche il linguaggio, e la neutralità politica è un’illusione. Senza voler estremizzare le sue parole, si deve tuttavia concordare che in Politica “idee giuste” o “neutre” non esistono. Sebbene sia certamente misurabile e valicabile criticamente la fattibilità concreta, in date circostanze, di una certa proposta politica, tuttavia tale analisi può solo darsi sul “come”, sul metodo impiegato, e mai sul “cosa” (sempre nel rispetto dei limiti della nostra Costituzione). Di per sé, in politica, è concepibile tutto, anche uno Stato senza imposte, perfino un mondo senza guerre. La problematica, fintantoché una cosa sia materialmente possibile, non sta mai nell’idea, ma nel come verrà realizzata. Ogni idea, in politica, è espressione di un interesse particolare. Il che riconduce al terzo spunto di riflessione che vorrei ricavare dall’estratto sopra riportato.

Populista è colui che fomenta le masse per negare il diritto dei propri avversari ad esprimersi, squalificandoli dal dibattito democratico con espedienti diversi. Giova, quindi, ripetere che le idee in democrazia, debbano valutarsi per se stesse, ignorando chi ne sia l’autore. questo apporta un duplice beneficio: Da un lato si evita di ridicolizzare l’avversario (il che è senza dubbio, alla luce di quanto sopra, un atteggiamento demagogico) e si dibatte sul contenuto, risparmiando agli elettori la pochezza di campagne elettorali simili all’ultima. In secondo luogo, si è liberi di appropriarsi dell’idea altrui quando questa sia buona, replicando l’atteggiamento di Seneca che, colto dall’allievo a citare Epicuro (suo rivale filosofico), rispondeva “perché queste idee le reputi di Epicuro, e non patrimonio comune?”

Avviandomi verso la naturale conclusione di questo discorso, vorrei, pere contrasto, dipingere quella che ritengo la democrazia in salute. Quivi ognuno si esprime, a patto che lasci che gli altri si esprimano, lasciandoli liberi di concorrere alla determinazione della politica nazionale, sempre nel rispetto del nostro quadro di riferimento comune, che è rappresentato dalla Costituzione; il compromesso in sé non è demonizzato perché, al pari dello scambio in economia, produce la maggior soddisfazione possibile per quella data proposta. La critica non è mai un “no” vuoto, ma è sempre sul merito e giammai sulla persona. Poiché facciamo nostre le parole di Tacito, secondo cui veritas visu et mora, falsa felstinatione et incertiis valescunt, sarebbe a dire che la verità discende dal confronto aperto e pacato, mentre le menzogne di coprono con la fretta e l’approssimazione; allora riteniamo che nella democrazia ideale si p consapevoli che l’idea viene da dentro ma, sulla scorta dell’insegnamento di Socrate, non vale a nulla se non sottoposta all’esame di chi la contrasta logicamente, costruttivamente, ma con forza. Pertanto “l’urgenza” p sempre da guardare con sospetto.

Termino questa mia riflessione, con una constatazione superflua, e una invece doverosa.
A riprova del fatto che non mi sto riferendo a nessuno in particolare, vorrei precisare che tutti i principali attori della politica nazionale sono tacciabili a vario titolo di “agire demagogico”. Questo è totalmente irrilevante per la verità, considerando che questo discorso è sul merito.

La considerazione doverosa, invece, è che ben consapevole di essermi oltremodo dilungato – per dare l’ultimo sfogo all’evidente “mania da citazione” che oggi mi affligge- “se vi si è annoiati, non lo si è fatto apposta” (semicit.).