A cura di Matteo Politano e Alberto Rando

Dalla Politica alla Scienza, dalla Storia al Futuro.

Passando per la scoperta dei Viaggi del tempo.

Giuseppe Basini è uno dei protagonisti della storia recente del liberalismo italiano. Storico membro del Partito Liberale dei Benedetto Croce e dei Luigi Einaudi, è stato nel ’93 uno dei fondatori di Alleanza Nazionale, Senatore nella XIII Legislatura (1996-2001), prima di dimettersi dalla Direzione Nazionale della stessa AN per divergenze con la presidenza sulla linea del Partito. Da sempre alla ricerca della creazione di una destra italiana convintamente liberale, liberista e nazionale, Basini è oggi Presidente onorario del moderno PLI, ed è stato eletto alla Camera nelle liste della Lega, come secondo nome nel Collegio Proporzionale di Roma Centro. Figura unica nel panorama politico anche per la vocazione scientifica, Dirigente di ricerca dell’Istituto Nazionale di Fisica Nucleare, Guest Professor presso il CERN di Ginevra, è anche, insieme al Prof. Capozziello, autore della Open Quantum Relativity, teoria che ha matematicamente dimostrato la possibilità di viaggiare nel tempo.

Lei è un dichiarato monarchico e sostenitore della Casa Savoia Aosta. Sa spiegarci il perché di questa posizione in un’epoca come quella contemporanea?

Per un motivo semplice: perché il capo dello Stato non può dire “io sono il popolo”. Mi piace l’idea di un capo di Stato, in questa prospettiva, non legittimato. Cioè, che si limiti ad essere un simbolo e rappresenti una tradizione. Sarà molto più rispettoso delle libertà. Io non sarei stato monarchico nel ‘700: perché il sovrano era considerato legittimato per diritto divino. Oggi, chiaramente, non lo è più. E non è assolutamente un caso che le monarchie di tutto il mondo moderno siano più liberali delle repubbliche: incluse quelle dei Paesi arabi. Un sistema con un capo dello Stato percepito come non legittimato è il sistema istituzionale migliore, perché il re non potrà mai dire “io son tutti voi, e per voi decido”.
 

Cosa ha significato e significa la parola “Liberale” nella storia politica italiana?

Significa molte cose. D’altro canto, liberale è una parola complessa. E nella storia del liberalismo italiano trovi di tutto: io credo di avere poche idee in comune con Piero Gobetti per esempio, che comunque era un giovane liberale, martire negli anni dell’ascesa di Mussolini. E la destra liberale è sempre stata cosa molto diversa dalla sinistra liberale.
Ma vale lo stesso per il Partito Liberale del dopoguerra: figure importanti, oggi quasi del tutto dimenticate, come Carandini e Villabruna, non avevano niente a che spartire con segretari del PLI come Lucifero negli anni ’40, o Malagodi nei ’50-‘60. Tant’è vero che uscirono e fondarono il Partito Radicale. Oppure con uno degli ultimi segretari liberali della Prima Repubblica, Zanone, che si è presentato poi con l’estrema sinistra.

Questo ed anche altro è la storia del liberalismo italiano e, volendo, anche mondiale. Lasciamo perdere poi la parola “Liberal“, senza la E, che nei paesi anglosassoni ha tutt’altro significato (significa di sinistra, NdR).
Liberale in italiano è la traduzione di “Conservative“, checché ne dicano i Liberali di sinistra.
Libertarian” è poi l’espressione anglosassone in cui veramente mi riconosco (coloro i quali pongono la libertà individuale come il valore più alto, economicamente e politicamente, mostrando sempre scetticismo nell’eccessiva ingerenza dello Stato, NdR). Con alcuni limiti, ovviamente: perché certe volte son d’accordo con i Libertarian americani, ed altre no.

In cosa non si trova d’accordo con il pensiero tipico dei Libertarian

Faccio un esempio, basato sull’esperienza personale: negli Stati Uniti, prima dell’Obamacare, se non avevi i soldi eri curato assai male o, addirittura, non curato affatto. E questo non va bene. Io non sono per il diritto di tutti di essere ricchi e stare bene, ma per il diritto a campare, sì. Poi, se questo risultato possa esser ottenuto con un sistema privato che funziona molto bene (come quello americano), e quindi facendo pagare a tutti una assicurazione per i non abbienti, o con un sistema pubblico, se ne può discutere.
Diciamoci però la verità: il sistema ospedaliero italiano funziona abbastanza bene. Quando lavoravo al CERN di Ginevra ed avevo bisogno di fare un’operazione chirurgica, io tornavo in Italia, perché il trattamento sembrava (forse) migliore là, ma i medici erano migliori qua.

Lei ha più volte criticato lo storico motto della Rivoluzione Francese e della Francia stessa, quel “Liberté, Égalité, Fraternité” così amato ed abusato da molti. Che però è di grande importanza pure per i liberali, per molti aspetti figli anche di quella Rivoluzione. Perché questa critica?

Perché trovo che quelle parole siano una formula di cui liberarsi, per molti aspetti sbagliata e comunque non più sufficiente. Io propongo una nuova triade di valori: “Libertà, Dignità, Indipendenza”. In primis, perché io non credo nell’uguaglianza. Non credendoci, non penso sia un valore positivo primario, ma secondario. Teniamo a mente che in nome dell’uguaglianza sono state perpetrate le tragedie del Novecento. Nel mio libro, il De Libertate, ho messo in una pagina lo Statuto del Partito Comunista Sovietico, e nell’altra, affianco, lo Statuto del Partito Nazista. Se non fosse che ad un certo punto uno dei due inizia ad accusare di ogni male gli ebrei, non sareste in grado di riconoscere l’uno dall’altro. Entrambi, infatti, si fondano sull’uguaglianza coatta. Tuttavia, io sono anche dell’idea (e lo dimostra il fatto che trovi giusto l’Obamacare) che ognuno di noi debba avere il minimo indispensabile per vivere, pensiero che riassumo nel concetto di “Dignità”. Dignità è, al contempo, di più e di meno di uguaglianza. È di più: perché uguaglianza può anche voler dire, parlando per estremi, che siamo tutti uguali e in galera. E’ di meno, però solo astrattamente: l’uguaglianza effettiva, infatti, non può essere raggiunta tecnicamente. Perché, per poterla realizzare, servono sempre soggetti “ugualizzatori”, che si occupano di rendere tutti uguali, e che, in quanto tali, non sono affatto uguali agli altri, ma, citando Orwell, “sono più uguali degli altri”.

D’altronde, i comunisti hanno teorizzato e messo in pratica proprio questo concetto. La teoria comunista prevede: il proletariato come guida della società, il Partito Comunista come guida del proletariato, il Comitato Centrale come guida del Partito, la Direzione come guida del Comitato, e il Segretario Generale del Partito come guida della Direzione. L’hanno letteralmente teorizzata la piramide, altro che uguaglianza.

Questa organizzazione piramidale della società come si ripercuoteva nella vita quotidiana dei cittadini dell’Unione Sovietica?

Anche in questo caso, ho un esempio personale. Quando lavoravo per il CERN, il mio precedente laboratorio in Italia era impegnato con i sovietici. Quando fu necessario pubblicare il primo articolo scientifico inerente al lavoro, gli italiani portarono le firme dei loro 10 ricercatori. Ma i russi risposero che non andava bene, perché erano troppi, e così loro ne avrebbero avuto meno firme delle nostre. Ora la stranezza è che i sovietici avevano lo stesso numero di ricercatori: ma loro non facevano mai firmare i giovani ricercatori.  Firmavano soltanto i capi. Quindi, se avessimo fatto lo stesso anche noi, sarebbe saltata la gerarchia. Noi, ovviamente, rispondemmo che il problema non ci riguardava e che avremmo fatto firmare tutti. Questo era ed è il comunismo reale. Perché l’uguaglianza non la puoi mai raggiungere, la libertà, sì. Quindi, dignità al posto di uguaglianza.

E perché “indipendenza” al posto di “fraternità”?

Prima di tutto, perché non sono affatto fratello di uno dell’ISIS, tanto per fare un esempio.                                                         Mi sento molto più fratello del mio gatto. Non sono fratello di nessuno che non sia tale per mia scelta. Secondo, perché “indipendenza” vuol dire che, in termini sociali, non bisogna creare degli Stato-dipendenti, con le case a basso fitto, o con posti di lavoro pubblici che sono inutili. Io voglio che lo Stato aiuti le persone, gli individui, a diventare indipendenti: nella pratica, non voglio darti la casa a basso fitto, voglio aiutarti a comprarla. Ma queste cose a sinistra non vogliono neppure ascoltarle. Perché a sinistra, fateci caso, vi è spessissimo quella che io chiamo “la società di mutua ammirazione tra di loro”: si citano, si ripetono sempre a vicenda quanto sono intelligenti e si complimentano in continuazione. Ma non ascoltano. Credete che qualcuno a sinistra si premuri di ascoltare davvero ciò che dice Salvini? Quasi nessuno: Salvini è il male, razzista, ignorante e fascista, stop. Non c’è altro per loro. Quello che dicevano di De Gasperi nel ’48, quello che dicevano di De Gaulle (“generale golpista”, lo definivano), quello che dicevano di Churchill, della Thatcher, di Reagan, di Kennedy. Cose allucinanti. Quando poi uno di questi anticomunisti muore, e ne arriva un altro della stessa parte, il morto viene ricordato con nostalgia, “De Gasperi era un’altra cosa” si dice spesso, peccato lo si dica da morto. Ma quando era vivo il trattamento era decisamente un altro. Anche la Thatcher: nonostante abbiano letteralmente ballato sulla sua fine politica (e sulla sua tomba), quando oggi ti parlano di Boris Johnson lo definiscono come molto più rozzo di lei, peccato che Johnson abbia scritto dei libri di storia latina di incredibile raffinatezza. Forse è rozzo nella comunicazione, ma non è affatto stupido o ignorante, anzi è coltissimo. “Però la Thatcher era un’altra cosa”, stanno cominciando a dire.

Lei si è, aldilà della terminologia inglese, sempre definito un liberale di destra.                                              Due parole che spesso vengono fraintese nel loro significato, ancor di più quando vengono accostate. Ma qual è il rapporto tra il liberalismo e la destra?

Il pensiero della destra non è quello che raccontano, è molto complesso e articolato.                                                        Non a caso è il più grande pensiero politico della storia, quello della destra liberale. E per me, la destra, se non è liberale e liberista, non è destra. Io, che sono iscritto al Partito Radicale (classico partito che mette molto in crisi le tipiche concezioni di destra e sinistra), negli anni ’90, durante una loro “maratona oratoria” in piazza al quale venni invitato, venni contestato da giovani manifestanti di AN. Quando mi presentai come senatore della stessa AN (quale ero all’epoca) rimasero interdetti. Fu una scena divertente, ma rende molto l’idea della confusione ideologica che c’è. Esempio ancora più evidente: io ho spesso discusso con il mio compianto amico Giano Accame, storico dirigente del Movimento Sociale e intellettuale della Destra Italiana. Come molti, era un fascista, ma in economia autenticamente comunista. Mi diceva, infatti, che il Partito col quale condivideva la maggioranza delle idee fosse proprio Rifondazione Comunista, “peccato che siano antifascisti”.

Ma come è possibile questa apparente contraddizione?

Per via delle sbagliate valutazioni e analisi storiche. Quando a Mussolini presentarono la Carta Sociale di Verona (l’atto fondante della Repubblica di Salò), lui rispose che quello era comunismo e non lo condivideva. Ma Mussolini non era comunista, anzi all’epoca non era neanche più socialista: perché, se c’è stato un momento di grande liberismo (solo liberismo economico) in Italia, è stato quello della prima fase del Fascismo. Con ovviamente l’eccezione del precedente periodo post-Risorgimentale, in cui, tra Destra e Sinistra Storica, a differenza di oggi, la libertà economica era ampia. Il politico più dirigista, per paradosso, era proprio Giolitti, che comunque rimane un liberista.

Come mai Mussolini non era più socialista negli anni del regime?

Perché aveva capito che il socialismo non funzionava in economia. Mussolini ha fondato un sistema in cui la proprietà privata era sacra: facevi ciò che volevi. Sembra una provocazione, ma nella realtà, se il cittadino non si opponeva apertamente al regime e al Duce, poteva fare ciò che voleva: andare o viaggiare all’estero, portarci i propri soldi, costruire una casa nuova sul proprio terreno senza problemi. Tutte attività che nell’URSS non erano permesse.

E le nazionalizzazioni?

Non ne ha fatte, Mussolini, neanche una. Quando sono fallite le banche, per via della Crisi di Wall Street, fondò l’IRI, la cui sigla è, non a caso, “Istituto per la Ricostruzione Industriale”. Alle banche ed alle aziende che furono salvate dallo Stato (comprandole) venne dato lo statuto di S.p.A.  E lo Stato possedeva sì la maggioranza delle azioni, avendo investito il denaro necessario, ma con lo scopo statutario di risanare le imprese e rimetterle sul mercato. Era molto più socialista Roosevelt di Mussolini in economia. Tant’è vero che negli anni seguenti si son potute facilmente privatizzare molte aziende dell’IRI, proprio perché avevano già lo statuto di S.p.A. Se in Italia non abbiamo avuto le code di disoccupati, è stato per la politica di Mussolini. D’altro canto, la crisi era scoppiata a Wall Street, non a Roma. La convinzione comune che Mussolini fosse socialista durante il regime è una balla, creata dai missini che non conoscono il fascismo.

Tale convinzione è stata dunque creata dal MSI, figlio diretto della Repubblica di Salò, più che del regime?

Sicuramente. Ma come già detto, molti che oggi si definiscono fascisti non sanno proprio cosa sia stato il movimento. E neanche gli antifascisti. Prima di tutto, il fascismo non è stato una rivoluzione: è stato una controrivoluzione, questa è la verità. Mussolino ha stretto accordi con la Chiesa e con la Monarchia. Un capo politico va dal Re, e gli dice (o dice di avergli detto): “Maestà, vi porto l’Italia di Vittorio Veneto”. Ma che rivoluzione è?

Cosa intende dire quando parla di controrivoluzione?

Che il Fascismo, più che una rivoluzione, è stato una controrivoluzione borghese anticomunista, nata per salvare la libertà sacrificando la democrazia. E l’idea fu quella perché, all’epoca, non si era ancora capito -non essendo ancora avvenute delle esperienze successive, tra le quali lo stesso Fascismo- che senza democrazia, prima o poi, muore necessariamente anche la libertà. Non si formò, infatti, in 20 anni un sistema di ricambio della classe dirigente. E questo ha portato ad un sistema che autoritario lo è rimasto a lungo e fino alla fine.

Quindi, anche se lei non si definisce fascista, non valuta Mussolini così negativamente?

Io probabilmente sarei stato uno che finiva al confino o a Ventotene. Avrei fatto la Resistenza. Ma forse anche la Marcia su Roma. C’era stata la settimana rossa, volevano fare come in Russia, andavano fermati. Non c’erano mica Napolitano o Amendola o Berlinguer dall’altra parte, c’era il Partito Comunista di Bordiga e quello sovietico di Lenin. Ma anche dopo son rimasti pericolosi a lungo: Pietro Secchia, potentissimo dirigente del PCI, nei primissimi anni del Secondo Dopoguerra, leader della linea dura e rivoluzionaria del Partito, era sospettato di nascondere armi dappertutto, dai campi, alle case, alle fabbriche. E dall’altra parte pure si organizzarono con solerzia: nel 1947 si mormorava che l’Arcivescovato di Reggio Emilia nascondesse armi per 5000 persone nelle cantine.                              Tutte le segreterie provinciali della DC avevano una lettera sigillata, proveniente dal Ministero degli Interni, che andava aperta solamente nel caso in cui la radio avesse ripetuto in continuazione determinate frasi. Sono solo ricordi personali di discorsi sentiti da bambino, ma mio padre, quando abbandonò la Segreteria della Democrazia Cristiana nel 1950, la aprì. Erano i piani per la controrivoluzione. Tutti coloro i quali avessero potuto dimostrare incontrovertibilmente di essere anticomunisti (inclusi gli ex fascisti) dovevano recarsi presso la più vicina caserma dei Carabinieri, dove avrebbero prestato giuramento e sarebbero stati armati dai Carabinieri. Ma all’epoca c’era agli Interni Mario Scelba, che era uno serio. I comunisti in quegli anni non hanno fatto la rivoluzione solo perché la perdevano, non per altro.

In questi tempi è davvero difficile parlare di temi così delicati, soprattutto con i ristrettissimi tempi televisivi. Ed il pubblico è sempre pronto ad attaccare, mentre difficilmente è pronto ad ascoltare un discorso che non sia uno slogan, bensì un ragionamento compiuto.

Come risolvere questa difficoltà di comunicazione nella politica e nell’informazione di oggi?

 È indiscutibilmente complesso, il problema è che certi concetti richiedono un minimo di tempo per essere spiegati con cura e senza banalizzare. Rifarsi ai modelli giusti è un’ottima via: Ronald Reagan era uno che ci riusciva bene, e lo aiutava il fatto di esser stato un attore. Ma non a caso parliamo del più grande Presidente americano del ‘900, forse il migliore dai tempi di Thomas Jefferson, che è stato Presidente ben 220 anni fa.

Cambiando campo, nella scorsa occasione abbiamo parlato di nucleare, della tragica storia di Felice Ippolito, il dimenticato “Mattei del nucleare”, e dei motivi sbagliati che avrebbero portato l’Italia a non percorrere quella strada. Ma quali crede che siano le prospettive future di questa fonte di energia così polarizzante presso l’opinione pubblica?

Sul nucleare una cosa importante va detta: l’energia nucleare oggi è davvero materia di ricerca. I reattori attuali funzionano benissimo, però si può fare molto di più. Anche sui reattori a fissione (ovverosia già provati e funzionanti), perché è possibile realizzarne di intrinsecamente sicuri. Siamo molto vicini in realtà. Il reattore a sicurezza intrinseca è un tipo di reattore che in caso di malfunzionamento si spegne automaticamente per legge fisica. Per lo stesso motivo per il quale, chiarendo con un esempio banale, se fai un salto, poi torni giù, perché la gravità ti costringe a tornare sul pavimento. Non sei legato al funzionamento o meno di circuiti di sicurezza o simili, che possono sempre e comunque sbagliare, ma si spegne, letteralmente, per “forza di cose”. Quindi è impossibile, in un reattore intrinsecamente sicuro, la c.d. “fusione del nocciolo” (ovverosia quello che è accaduto a Cernobyl), causato dal danneggiamento del nucleo per surriscaldamento. Di ricerca da fare ce ne è ancora molta, ma vale la pena: il problema vero è un altro. Il problema è che gli oppositori diranno di no lo stesso, per principio. Perché chi dice di no ai reattori, in verità, non lo fa per la sicurezza. Ed è questa la mutazione genetica della sinistra odierna. La sinistra non è più un’idea rozza, che però voleva comunque, anche se rozzamente, il progresso. Non è più socialismo + elettrificazione, come nell’URSS degli anni ’30. Al posto di Marx hanno messo Savonarola. In fondo, la sinistra dice che l’uomo non è ecologico, non è democratico, che è egoista. E’ un qualcosa che, inconsapevolmente, hanno in qualche modo ereditato dalla peggiore tradizione cattolica, quella più moralistica e ostile verso i peccatori (alla Savonarola, appunto). In realtà, inconsciamente, la sinistra oggi vuole la fine dell’umanità, perché la considera peccatrice. “Non hanno capito quanto è bello il comunismo: non meritano di vivere.” È una pulsione contro l’uomo che guida la sinistra adesso. I reattori son davvero utili, quindi no. I voli spaziali son davvero utili, quindi no. È una pulsione auto-distruttiva. La sinistra oggi è in mano a Savonarola, e quando spunta fuori qualcuno che non è così, come Renzi, non a caso lo odiano. Renzi non è il peggio che ci sia, gli va riconosciuto, ma di fatto a sinistra è odiato.

Quindi, tornando all’inizio, l’essere contro il nucleare, è proprio perché il nucleare funziona.

È ecologico, non inquina, e i rischi son bassissimi, diciamo pure quasi inesistenti.

Quindi lei crede che il nucleare sia migliore rispetto alle energie rinnovabili, come il solare o l’eolico?

Pensiamo al solare, chiarendo con un esempio estremo. Immaginiamo che l’energia elettrica italiana sia prodotta tutta dal solare: dovremmo avere una superficie, più o meno ampia quanto la Toscana, coperta da un unico pannello. Sopra le case, sopra le strade, le foreste, i laghi, tutto. L’inquinamento sarebbe enorme, sia per la produzione sia per lo smaltimento dell’impianto stesso. In realtà l’energia solare ha funzionato unicamente perché sono stati versati 110 mila miliardi di lire in contributi in 15 anni, e continuiamo a versare 15-16 miliardi di euro l’anno. Ora il contributo sta diminuendo, anche perché, forse, ci stiamo rendendo conto che il solare è, potenzialmente, il sistema più costoso e più inquinante. Può essere utilissimo per piccole produzioni: ma la produzione, per essere “nobile” (come si dice in termine tecnico), ovvero utilizzabile per grandi sfruttamenti di aziende o agglomerati urbani, deve essere concentrata. Le perdite, in caso contrario, sono tali al punto che il sistema diventa poco efficiente all’origine. E soprattutto: le statistiche son tutte truccate. Il che non significa che siano in sé delle balle, bensì son truccate per il modo in cui vengono proposte. Dicono che il solare sia quadruplicato, e poi affermano che le energie rinnovabili costituirebbero il 15-20% della produzione energetica complessiva. Ed è vero. Peccato che le stesse statistiche non specifichino mai quant’è la produzione della singola fonte: perché il solare ha sì quadruplicato o anche decuplicato, ma va dallo 0,1 all’1,0%, o magari ha sì quasi raddoppiato, ma dallo 1,5 al 2%. E soprattutto: il 70% delle rinnovabili in Italia sono ancora le centrali idroelettriche fatte dal fascismo e dai democristiani. La grandissima maggioranza delle energie rinnovabili provengono da centrali idroelettriche, che tra l’altro, ironicamente, sono state storicamente le prime alle quali si sia opposta la sinistra (si ricordi il Disastro del Vajont del 1963).  La sinistra è diventata un qualcosa che non vuole il progresso, e non pretende più che la gente stia bene: mentre in passato, nonostante una sanguinaria dittatura, lo voleva, anche se in maniera rozza.

Ma a cosa è dovuta questa involuzione?

Alla pulsione contro l’uomo stesso, considerato malvagio o peccatore nella sua essenza.

Prendiamo ad esempio la più nuova sinistra di oggi, il Movimento 5 Stelle. I 5S sono, almeno in parte, la quintessenza della sinistra di oggi: hanno poca democrazia interna e sono eterodiretti, non dal Capo di Partito, ma da fuori. E aldilà delle valutazioni personali, Grillo è di sinistra e lo è sempre stato fin da ragazzo. Inoltre, il Movimento chiede la decrescita felice, chiede la patrimoniale e il no alle grandi infrastrutture: è pauperismo contemporaneo, con alcune delle stesse motivazioni iniziali della sinistra storica. Può darsi che quel Movimento, anche per effetto di alleanze, evolva positivamente, ma non è scontato.

Un simile partito potrebbe affermarsi in un Paese anglosassone?

No, non potrebbe neppure in un Paese semplicemente borghese. Ma questo non è più un Paese borghese, oggi è un Paese “di semplici ricchi”. E non è la stessa cosa.

Collegandoci alla borghesia che non c’è più, torniamo indietro nel tempo: lei nel corso degli anni ha definito il XIX Secolo come il periodo storico a cui è più legato culturalmente e politicamente, soprattutto per la visione del futuro (e della scienza) positivistica e figlia dell’Illuminismo, tipica di quegli anni.
Secondo lei cosa è cambiato al giorno d’oggi, se comparato con l’epoca di Cavour e Mazzini?

Volete la verità o la risposta politica rassicurante?  Se la prima, è cambiato il fatto che allora votava solamente la borghesia. Il popolo era contro l’unità d’Italia: Garibaldi riuscì a farsi seguire da molti perché aveva un enorme potere carismatico, ma fu l’unico. E in generale il popolo seguiva il prete contro l’unità d’Italia, e seguiva il prete contro la scienza. Questa è la realtà. Lo dico con le parole di Einaudi del 1946: “come conciliare l’irrompere delle masse sulla scena politica, senza cadere nel cesarismo o nella tirannide, è il problema irrisolto di tutte le democrazie occidentali”. 1946. E ancora oggi non si può affermare meglio di così tale concetto. Generalmente, tra persone che studiano possono esserci idee divergenti, ma c’è quasi sempre una base comune: l’informazione e la razionalità. Le masse si muovono per altre motivazioni: l’emotività, gli impulsi. Che non sono buoni o cattivi, in quanto sono semplicemente quello che sono. Spesso e volentieri, se la massa vede arrivare un nero dell’ISIS, o un professore universitario di fisica indiano, non fa nessuna distinzione: lo vede come diverso, e non lo vuole. Qualche volta ha ragione e qualche volta ha torto, ma è casuale, e dipende dalle circostanze: può andare dal “Basta, a fuoco le Chiese!” al ” Dio lo vuole”. E non ci sono quasi mai vie di mezzo.

Quindi lei non crede nella democrazia?

Sì che ci credo, è sempre il “peggior sistema ad eccezione di tutti gli altri”, citando Churchill. Il punto è che in realtà noi abbiamo visto solo due vere forme di Governo nella storia, l’oligarchia e la dittatura, ed alla fine è meglio la prima, quasi sempre. La democrazia rappresentativa, fino a questo momento, è stata la miglior forma di oligarchia. Il discorso però è che nell’800 vi erano classi dirigenti, adesso no: adesso vi è quella che io chiamo la “casualcrazia”, o democrazia casuale. Guardate i casi delle storie d’amore e della loro influenza sulla politica, ad esempio (il che già di base è folle come concetto, in teoria di un politico dovrebbero essere valutate le proposte e le soluzioni che porta, non con chi va o non va a letto): cosa sarebbe successo se avessero scoperto prima le storie di Bill Clinton che di Gary Hart?

Cosa intende dire?

Nel 1988 Gary Hart era quello che stava vincendo le primarie democratiche, sarebbe diventato il candidato delle Presidenziali e probabilmente Presidente al posto di Bush padre.                    Ma poi scoprirono la sua storia extraconiugale con una modella e ritirò la sua candidatura ormai compromessa. Semplicemente, Clinton ha avuto la fortuna di esser stato scoperto dopo: questo è ciò che intendo con casualcrazia. Ma, dicendo ciò, non voglio sostenere di volere la dittatura, voglio l’esatto contrario: e, anzi, affermo che proprio questo sistema porta alla dittatura.

Concludiamo passando dal passato al futuro. Se spiegare certi concetti e riflessioni è così complicato, come pensa di riuscire a spiegare qualcosa di così tecnico e complesso come la sua teoria sui viaggi del tempo, la Open Quantum Relativity?

Difficile a dirsi, ma sono riuscito a trovare un esempio che la spiega con dei modelli. Pensate ad un vecchio film, una pellicola di celluloide: lo mettete in un proiettore, ed immaginate di cambiare la velocità del motore. A questo punto un film, che doveva durare un’ora, durerà venti minuti, se lo avrete accelerato, o due ore se lo avrete rallentato. Cosa succede? Che il tempo locale del proiettore non coincide più col tempo reale: anzi, se il film lo iniziassimo a guardare dalla fine verso l’inizio, avremmo letteralmente messo il futuro al posto del passato. Quindi, in questo caso, è stata persino invertita la freccia del tempo. Se poi noi tagliassimo un pezzo del nastro e lo mettessimo in un altro punto della pellicola, avremmo di fatto cambiato la storia: ed è proprio quello che schematicamente avviene nella Open Quantum Relativity. Inoltre, è possibile farlo quante volte si vuole.

Perché ed in che modo sarebbe possibile cambiare la storia quante volte lo si vuole?

Perché, sempre riferendoci all’esempio di prima, vi è la persistenza delle immagini su ogni singolo tesserino di questa striscia di celluloide, che restano tali anche quando vengono tagliate e poste in un punto diverso della pellicola. Il tempo in realtà non passa: in questo momento ci sarebbe un bimbo che si chiama Matteo Politano, e sei tu, che sta facendo la prima elementare. E c’è un bimbo, che si chiama Matteo Politano, e sei sempre tu, che sta facendo la seconda elementare, in questo stesso momento. E così via. Il tempo non passa perché, al contrario, siamo noi che lo percorriamo. Se io mi alzo dalla sedia e cammino verso il tavolo, non per questo la sedia scompare e posso tornarci. Ed è, riteniamo, vero anche per il tempo. È chiaramente un modello, ma un modello che spiega semplicisticamente come funziona: il tempo può esser percorso nei due modi, attraverso le sue due frecce, che abbiamo dimostrato esistere nelle tante equazioni della teoria mia e del Prof. Capozziello. E la questione è enorme. Perché è un indizio di quello che abbiamo sempre sentito in varie forme: ovvero, la speranza dell’immortalità. E forse avremo la possibilità di fruirne coscientemente. Il che sarebbe un punto di arrivo per l’umanità. Peccato che non abbiamo ancora idea di quanto ci vorrà per rendere questa possibilità concreta, perché bisogna ancora capire quali possano essere le tecniche e i materiali necessari. Ma siccome può riguardare anche viaggi nel passato, magari è già successo e non lo sappiamo.

Crede sia possibile?

Il punto è questo, ed in questo caso rifletto sia da astrofisico sia da deputato ed ex senatore. Se fossi un legislatore del futuro, un futuro in cui i viaggi del tempo siano realmente possibili, porrei come prima regola un concetto molto semplice: ovvero, non ci si può palesare ad una civiltà che non sia arrivata autonomamente ai viaggi nel tempo. Per cui, se è già successo, lo sapremo solo quando sapremo – se lo sapremo- farlo anche noi.