A cura di Valerio Forestieri

Durante l’estate ammazzo decine e decine di animali. Li ammazzo per tutto l’anno, ma durante l’estate sono un vero serial killer. Mosche, ragni, zanzare, millepiedi, scorpioni, vermi, ogni tanto qualche riccio o qualche gatto che prendo sotto con la macchina. Una volta ho addirittura investito un cinghiale. La bestia è stecchita sul colpo, ma mi ha lasciato in ricordo qualche migliaio di euro di danni. Sinceramente del cinghiale non me n’è fregato niente. Non ho versato lacrime al suo capezzale. Al massimo gli ho scagliato contro qualche maledizione, perché mi ha arrecato un fastidio nient’affatto trascurabile. Ma quello è stato un incidente. Un caso, una sciagura. Mi si può biasimare solo per l’indifferenza; perché non ho messo il lutto per la morte di un animale che mi ha sfasciato la macchina. Ma faccio di peggio. Gli animali li ammazzo scientemente, con piena volontà. Capita infatti -pressoché ogni sera, con questo caldo- che quando vado a dormire, trovi nella mia camera da letto, all’angolo tra il muro e il soffitto, sulla cornice, un centopiedi. Sta lì, appostato, con le sue zampe lunghe e sottili, il corpo nerastro, muovendosi a scatti. Una cosa disgustosa. Ora, qualcuno pretenderà che me lo tenga sulla testa per tutta la notte, a farmi da balia. O, ancora meglio, che lo prenda in mano con delicatezza, che lo accompagni premurosamente alla porta e, con un bacio sulla fronte, lo rimetta in natura e in libertà. Io invece, che sono un gran bastardo, prendo uno scopettone e lo schiaccio. Anzi, lo infilzo: perché le setole dello spazzolone sono come gli aculei d’una vergine di Norimberga. Dev’essere una morte atroce, straziante. Ma come ci arrivo, fin lassù, altrimenti? Se anziché il centopiedi, trovo un ragno, faccio lo stesso. Lo scorpione, invece, ha un carapace durissimo: le setole non lo trapassano. Allora bisogna buttarlo giù e schiacciarlo col piede, mettendoci il peso. Qualche volta ho ammazzato allo stesso modo anche le farfalle. Certo, sono innocue. Ma l’idea del battito delle ali lanose sulla faccia, mentre dormo, non mi piace affatto.

Di animali, insomma, ne ammazzo tantissimi. È un eccidio quotidiano. Li elimino anche in maniera brutale. Ma non lo faccio per sadismo, lo giuro. Ammazzo per bisogno e per comodità. Perché se una sera mi lascio muovere a pietà, il giorno dopo, per ricompensa, di bestie, ce ne sono due. E poi tre. E poi quattro. E poi mi cacciano da casa. Li ammazzo allora con gli strumenti di sterminio che ho a disposizione. Anche se inumani, infliggendo una morte penosa, ma rapida. Ammazzo perfino i piccoli. Per evitare che possano crescere e riprodursi. Ammazzo con sistematicità. Eppure la notte -lo confesso- la notte, senza quegli animaletti schifosi sulla testa, dormo benissimo. La mia coscienza non ne risente. Ammazzo e non me ne vergogno. Al contrario, lo rivendico. È un atto di filosofia morale e, insieme, rivoluzionario. Perché anche uccidere un animale – prendendo parte a quella strage cui ogni uomo venuto a questo mondo ha sempre, inevitabilmente, contribuito- e dirlo apertamente è diventato, oggi, eccezionale. Spadroneggia, infatti, un pensiero balordo. Che mette sullo stesso piano l’uomo e la bestia. Che disprezza se stessi, al punto di attribuirsi la dignità d’un ratto o di un porco. Che mortifica, e sminuisce, e degrada, l’essere umano. Ma soprattutto – e questo proprio non l’accetto –  che crede di poter emendare la legge ferrea del cosmo, il peccato originale che contamina ogni creatura che esiste ed è esista a questo mondo: l’essere nati per arrecare dolore, sofferenza e morte. Sicché s’illude che si possa vivere senza far del male agli altri. A nessun altro. Neppure agli animali. Neppure alla più miserevole e perniciosa forma di vita che infesta questa terra. Propagandando poi questa pretesa demenziale come un’etica illuminata. Per sentirsi buoni. E pietosi. E careful.

I discepoli di questa fede sono bravi cretini, per i quali si prova, istintivamente, un tenero biasimo – al pari di quello che si ha per i vegani che vantano ragioni etiche alla base delle loro scelte alimentari: come se le verdure che si ingoiano non fossero esseri viventi; come se per coltivare gli ortaggi non si ammazzassero esseri viventi; come se per farli vivere in una casa pulita, con acqua corrente, con luce, con gas, con una macchina nel garage, in un quartiere bonificato, in un ambiente salubre, non fosse stato necessario trucidare uno stuolo di esseri viventi. Si sarebbe tentati di commiserarli, opponendo ai loro sermoni una clemente indifferenza. Sennonché, questo vezzo da borghesi annoiati, che amano la natura senza viverci in mezzo, non è affatto inoffensivo. L’animalismo infatti, oltre che grottesco – non c’è qualcosa di stridente nella frase “il 2018 è iniziato un po’ male: mia nonna, a causa di una malattia, non c’è più e poi se ne è andato via anche il mio cane che per me era un amico, un figlio, un fratello”? La dice Alessandra Amoroso. A leggerla così, ho pensato dovessi commuovermi più per il cane che per la nonna-, è addirittura pericoloso. Al pari di ogni precettistica che sacrifica il soggetto, che annichilisce l’io negli altri (Negli altri? Magari! Nelle bestie!) sfocia nell’autolesionismo. Un autolesionismo beota, che rovina, come accade sovente con le idiozie, non solo l’idiota, ma anche chi gli sta intorno.

In tal modo, si è arrivati a tanta sconsideratezza: i gruppi animalisti ostacolano la derattizzazione di Parigi. Vogliono fermare “il genocidio dei topi”.  Lo sterminio dei ratti che brulicano nelle fogne, nei parchi, nei canali della Ville Lumière. Ordinato dal comune per ragioni di igiene. Perché i topi sono diventati troppi. E sono sporchi. Sono untori. Sono aggressivi. E diffondono, con le feci o con il morso, la leptospirosi, la salmonellosi, la rabbia, la toxoplasmosi, finanche la peste. Aggrediscono addirittura i senzatetto. Ma agli animalisti non importa. Perché le bestie non si ammazzano. Per carità. Altrimenti è strage, ecatombe, “genocidio”. All’incirca come l’Olocausto. E così hanno fatto una petizione per “fermare il massacro dei roditori” che ha raccolto ben 25mila firme. Usando una terminologia in voga presso l’area politica di riferimento, si sono proposti di arginare la “rattofobia” imperante, che è un “cattivo esempio” per i cittadini. E chi segnala alle autorità le tane dei sorci, è additato come “delatore”. “Dobbiamo imparare a vivere insieme”, annunciano i paladini dei ratti. E se poi questa convivenza è, per l’uomo, potenzialmente esiziale, chi se ne frega. I topi son salvi. Per non ammazzare gli animali, si è pronti a far crepare gli uomini.

Ecco a quali misfatti può condurre un’ideologia in apparenza buona, in realtà semplicemente ridicola.