A cura di Giulio Menichelli-

 

Febbraio 2004: un controverso studente di Harvard, già accusato di aver praticamente rubato le foto di tutti gli studenti dell’università, lancia un piccolo sito dove tutti possono raccontare le proprie storie a tutta la loro rete di conoscenti, senza dover fare dei noiosi incontri in cui mostrare le proprie vacanze al proiettore.

Marzo 2006: un altro ragazzo, un giovane imprenditore sull’orlo di un inevitabile fallimento, ascoltando il brusio degli uccellini, decide di creare un servizio di messaggistica istantanea con cui scrivere poche parole alla volta a un gruppo ristretto di contatti.

La capacità di comunicazione a distanza è qualcosa che da sempre permette l’interazione tra società o gruppi sociali diversi e lontani. Basta pensare all’importanza che hanno avuto nel corso della storia idee come la posta, il telegrafo, il telefono: mezzi geniali per permettere che, a distanze incredibili, due persone possano (con qualche limite temporale o economico) scambiarsi idee e punti di vista. Certo, se, per esempio, ci vogliono giorni o settimane per fare arrivare una lettera da un capo all’altro del mondo, è importante non essere prolissi, evitare di ripetersi troppo o di trattare temi futili; se si arriva a spendere una fortuna per comunicare con un fratello emigrato in America, è bene dedicare completamente alla conversazione il poco tempo concesso.

Eppure, questi due ragazzi hanno esteso all’inverosimile le possibilità: se prima bastava alzare la cornetta per parlare con una persona come se si fosse nella stessa stanza o, più di recente, erano sufficienti pochi minuti per ricevere un testo scritto sul proprio computer, con Facebook e Twitter tutto ciò è diventato istantaneo e, soprattutto, gratuito.

Il successo di queste idee è ben noto. D’altronde, non è innovazione da poco poter scrivere qualsiasi cosa a chiunque in qualsiasi momento. Tuttavia, proprio questo è il problema. Se i nostri nonni aspettavano con ansia le reciproche lettere d’amore, se i nostri genitori passavano lunghi minuti a decidere chi dovesse chiudere il telefono per primo, oggi noi utilizziamo il nostro tempo per scrivere davvero qualsiasi cosa, da sedicenti grandi trattati di filosofia alle più piccole scemenze della vita quotidiana. È iconico che il primo tweet sia stato «sto impostando il mio Twitter» e non qualcosa alla grande passo per l’umanità. Non ci curiamo, insomma, di ciò che scriviamo, il che ci rende liberi di dire veramente di tutto utilizzando qualsiasi registro.

Tutto ciò sarebbe positivo, se l’uomo non fosse per natura un animale violento. Non è raro, infatti, leggere post carichi di rancore od odio indirizzati al nemico del momento, come ha scritto su queste colonne l’anno scorso il nostro Francesco Mezzasalma, in un articolo (Odio) che consiglio e a cui rimando per le considerazioni sociali sul fenomeno.

Tuttavia, oggi voglio proporre una riflessione un po’ diversa, a metà strada tra il pessimismo nichilista e l’ottimismo umanista. Se è vero che sui social network si utilizzano toni talvolta davvero forti e si ferisce nel profondo l’interlocutore, è anche vero che non lo si prende a coltellate. Se è vero che il nostro comportamento online può condurre all’emarginazione sociale, è anche vero che questa non è una vera e propria ignis et acquae interdictio. Se è vero che può ben capitare di trovarsi davanti a schieramenti sproporzionati e dinamiche di branco, è anche vero che potenzialmente tutti gli utenti hanno lo stesso potere. Non bisogna essere ipocriti: la spada ferisce ben più della penna (o di una tastiera) – oltre a sporcare dappertutto. Se questa violenza virtuale può evitare sanguinosi conflitti, micro-guerre civili e fenomeni di violenza reale, ben venga. La domanda che dobbiamo porci, quindi, non è se sia cosa buona o meno, ma «quanto siamo in grado di far sì che questo tipo di violenza rimanga un sostituto e non diventi invece il presupposto della violenza reale, fisica, concreta?»