Di Pierpaolo Canero –

La quarta rivoluzione industriale può essere definita come l’automazione dei servizi. Se prima, infatti, la macchina sostituiva l’uomo all’interno dei cicli produttivi industriali, innescando l’automazione dei cicli stessi, con quest’ultima rivoluzione la macchina sostituisce l’uomo all’interno dei servizi. Basti pensare all’introduzione della guida automatica da parte di Tesla, che può facilmente sostituirsi al lavoro dei tassisti; o anche alla nave da crociera ‘’Harmony of The Seas’’ della Royal Caribbean, nella quale un robot prepara i cocktail sostituendo il barman. Google Home, invece, propone di sostituire l’uso dei segretari, mentre Amazon di automatizzare il sistema di consegna. La vera novità di questo tipo di “macchine’’ sta appunto nel fatto che non sono più confinate all’assemblaggio, ma progettate per interfacciarsi con altri esseri umani. Se da un lato queste tecnologie portano numerosi vantaggi per il cliente, dall’altro costringono inevitabilmente il lavoratore a una competizione impari contro una macchina, che si risolve con la perdita del posto di lavoro. È proprio questo uno dei temi caldi della battaglia sindacale contemporanea, la nuova tecnologia che ‘‘ruba il posto di lavoro’’. Una persona non può chiaramente competere con una macchina dal punto di vista produttivo, anche per il solo fatto che questa è instancabile. Quale è la soluzione a questo ciclico problema? In queste situazioni emerge il ruolo dello Stato, il quale deve attuare una serie di manovre economiche e riforme che consentano all’economia del Paese di cavalcare l’onda del cambiamento e, accompagnate da una riforma dell’istruzione, consentire ai cittadini di essere informati del mondo in cui vivono e competenti in ambiti richiesti dalla società. In questa ottica è stato coniato in Germania nel 2011 il termine “Industria 4.0’’, per individuare il piano di riforme da dover effettuare al fine di dotarsi di quelle risorse umane e materiali per poter competere in un ecosistema produttivo ed economico in mutamento. Da diversi anni, quindi, i Paesi hanno seguito questa linea guida. Basti pensare che nel 2015 la Cina ha dato il via al “China manifacturing 2025’’, mirato a cambiare la concezione dei loro prodotti nel mondo, puntando sulla qualità e non sulla quantità, perché è proprio la quantità il punto forte delle macchine, non la qualità. “La robotica e l’intelligenza artificiale saranno candidate ad essere tecnologie abilitanti per il futuro soltanto se i Paesi sapranno cogliere le sfide di contesto legate agli aspetti sociali, legali e morali’’ (Maria Chiara Carrozza “I Robot e noi’’). L’intervento dello Stato è auspicato anche per permettere alla legislazione di adeguarsi e di garantire ai lavoratori migliori standard contrattuali e prendere le adeguate contromisure per evitare di essere dipendenti dalle scelte di aziende private. Come sta agendo l’Italia, dunque, in questo frangente? Il Governo italiano ha cominciato a muoversi un po’ in ritardo rispetto agli altri. Il “Piano industria 4.0’’ prevede una serie di agevolazioni per favorire gli investimenti in settori strategici di ricerca e sviluppo, credito alle start-up e valorizzazione dei beni immateriali (‘’Piano nazionale Industria 4.0’’ del Ministero dello Sviluppo Economico). Il nuovo governo del cambiamento è alle prese con un vero cambiamento; ma in un mercato del lavoro sempre più flessibile e dinamico ha risposto con il cosiddetto “Decreto dignità’’, che mira ad incentivare l’introduzione dell’anacronistico contratto a tempo indeterminato. È preoccupante, poi, che in un Paese in cui, come riscontrato a seguito di un’indagine Ocse-Piaac pubblicata nel 2016, l’analfabetismo funzionale arriva al 28%, collocandosi al quarto posto dopo Giacarta, Cile e Turchia; dove non viene insegnata informatica nelle scuole, sebbene viviamo nel mondo dell’informatizzazione, non sia stata spesa una parola circa una riforma dell’istruzione. L’unica certezza in questo ambito è che l’unico bonus previsto per gli studenti, il ‘’Bonus cultura’’, non è stato rinnovato. La rivoluzione non crea disoccupazione, ma nuovi posti di lavoro. Lo Stato deve muovere le proprie politiche verso riforme che modernizzino il Paese e diano ai cittadini gli strumenti per sfruttare le opportunità emergenti, non verso vecchie e retoriche promesse. Non posso tuttavia che esprimere perplessità a riguardo a causa della scarsa consapevolezza della politica del mondo circostante. Ricordo quando, nel 2014, durante una simulazione del Parlamento italiano, incontrammo l’attuale Ministro dello sviluppo economico e del lavoro Luigi Di Maio che, forse pensando di motivarci, ci disse: “Io quando sono arrivato qui non avevo la più pallida idea di come funzionasse il Parlamento’’. Bisogna abbracciare e conoscere il cambiamento per non esserne travolti. Alla soglia del XVI secolo tre caravelle varcarono le Colonne d’Ercole, i confini del mondo del mondo conosciuto, per scoprire che oltre di esse non c’era un profondo baratro, ma un mondo nuovo. “Fatti non foste a viver come bruti ma per seguir virtute e canoscenza”.