A cura di Francesca Muccio

Dottor Lo Storto, di recente, per le edizioni “Rubbettino”, è uscito il suo libro “EroStudente, il desiderio di prendere il largo”. Una domanda sorge, dunque, spontanea: com’era Giovanni Lo Storto studente?

Ero attento, concentrato, volenteroso. Non disponevo di cospicue risorse economiche ed avevo bisogno di capire l’importanza della formazione e cosa potesse offrirmi. Sentivo di dover comprendere quanto investire e quanto rischiare su di essa. All’epoca si andava a scuola con carta, penna ed un evidenziatore. Ecco, il libro restituisce l’idea di quella generazione di allievi, tutta intenta a fissare le nozioni che i maestri elargivano a piene mani, adattandola ai tempi che inevitabilmente sono cambiati. Tempi in cui l’insegnante non è più il mezzo attraverso il quale il sapere passa, quanto invece un facilitatore di processi di apprendimento molteplici e simultanei.

In un’epoca dai grandi mutamenti, Lei parla, nel testo, dell’ardore come del grimaldello che può aprire la porta del successo. Non a caso, già il titolo, “EroStudente”, richiama l’antico concetto di “eros”, di passione. Ma si tratta di passione o di tenacia?

È un misto di passione, tenacia, curiosità, sacrificio.

Come nasce l’idea di questo testo: ha aperto uno scrigno di ricordi o si è confrontato con la realtà attuale?

Direi più la seconda. Ricordare come si era studenti venti anni fa giova a poco altro che a provare un pizzico di nostalgia. Guardandomi intorno, con la consapevolezza di avere il privilegio di osservare il cambiamento del mondo laddove germoglia, ossia nei giovani, mi sono reso conto che la dimensione dello studente è passata. Non si è più studenti nel senso “antico” del termine, quanto piuttosto “apprenditori”. La vostra generazione apprende in modo molto diverso da quanto accadeva in passato. Avete molti più strumenti a vostra disposizione, molte più occasioni di imparare. In LUISS abbiamo provato a sistematizzare queste occasioni in programmi come la Biografia dello Studente o i percorsi di volontariato, che allenano ad abilità che i percorsi accademici tradizionali hanno un po’ trascurato. Nella seconda parte di Erostudente ho poi voluto dare voce agli studenti che hanno provato sulla loro pelle quello che ho chiamato life largelearning. Sono loro i primi veri “apprenditori”.

E proprio sulla formazione, in “EroStudente”, emerge una riflessione generale. È quasi del tutto tramontata l’era della penna e dei taccuini ed i nativi digitali ci stanno scrutando con fare sospetto. Qual è, se c’è, la sfida che imporranno a noi tutti?

Una sfida ambiziosa: essere attenti alle urgenze del cambiamento. I risultati dell’intelligenza artificiale chiedono a noi tutti una lucida capacità, quella di attribuire rilevanza alle relazioni ed al valore dell’essere umano. Il cambiamento, innato nei Millennials, è per noi quasi un anelito, una aspirazione. Noi possiamo essere generosi nei confronti dei nativi digitali. E mi piace citare, al riguardo, il titolo eloquente di un’opera di Tomassini: “L’innovazione non chiede permesso”. In essa l’Autore parla delle generazioni antecedenti al 1985 come di quelle che hanno conosciuto l’analogico. Ecco, proprio i valori dell’analogico sono quelli che dobbiamo esser bravi a trasferire ai Millennials. 

Tra le buone qualità per raggiungere importanti obiettivi, Lei pone il desiderare non del sapiente che conosce la verità, ma del filosofo che si affanna alla sua ricerca. Ma quanto la nostra società è disposta ad accogliere questo filosofo che desidera e, desiderando, letteralmente “cade dalle stelle”?

Parte degli esperti di sviluppo digitale sostiene che il mondo, tra 10/15 anni, sarà ancor più diverso rispetto a quello che, per oggi, è il mondo di 200 anni fa. Questa accelerazione nella trasformazione ci impone di rimettere al centro la capacità dell’essere umano di governare i processi. Le macchine, grazie alla connettività e all’aggiornamento, impareranno a dire “sì” e potranno essere più intelligenti degli umani; all’uomo resterà la saggezza e la capacità di dissentire. Il filosofo è urgente per questo, perché ci aiuta a essere (e restare) umani.

Il governo dei processi non può, dunque, che passare per il “Life largelearning”, l’“apprendimento largo”, fatto di opportunità e abilità, conoscenza e umanità, come detto. In particolare, però, cosa intende per opportunità?

Mi riferisco alla grande occasione di sfruttare, ad uno ad uno, nelle diverse fasi della vita, i momenti di crescita, facendo di essi preziosi ed irripetibili attimi di arricchimento personale.

A fronte di cambiamenti così profondi e repentini, nel libro trapela che umanità, lentezza ed incontro con l’altro sono un allenamento tra i più difficili dell’essere umano. Pensa che, oramai, siamo a tal punto disavvezzi all’umanità da doverci riabituare ad essa?

Uno dei rischi di questi tempi di grande accelerazione è di perdere la confidenza con la ricchezza che solo la diversità può offrire. Ritengo, pertanto, che occorra far crescere l’umanità attraverso l’esercizio al rispetto dell’altro. E ciò è possibile con la conoscenza, fatta di studio, come detto, ma anche di esperienze concrete.

Un’ultima domanda. Cosa sente di dire ai ragazzi che desiderano “prendere il largo”? Alla luce di quanto affermato, e soprattutto del “Life largelearning”, si può dire che Giovanni Lo Storto è ancora studente (come tutti, a questo punto, del resto)?

Ai giovani direi di non smettere mai di credere nel proprio sogno, investendo in sacrificio, coraggio, determinazione e fatica. Credere fortemente in ciò che si desidera consente di darsi delle opportunità. E, d’altro canto, i desideri che vengono approfonditi consegnano la chiave del successo del proprio percorso professionale, che risiede nella capacità di essere preparati.

Sono ancora uno studente, uno studente curioso, che legge, dialoga, si informa.