A cura di Giordana Agosta

 

In meno di dieci giorni ci sono state ben due sparatorie in due diverse scuole americane: una in Texas, il 18 maggio, e l’altra il 24 maggio ad Indianapolis. Sembra che il fenomeno stia dilagando a macchia d’olio. Chi ha visto la seconda stagione di 13 Reasons Why, sa bene come nella serie, oltre all’importante tema del bullismo, sia affrontato anche il pressante problema della diffusione delle armi nelle scuole. Ed anzi, proprio la serie spiega bene come i due fenomeni siano strettamente collegati. Il problema è poi acuito dal fatto che nelle scuole americane, a differenza delle nostre realtà (ma forse ancora per poco) manchi uno strato relazionale tra i ragazzi e il corpo docente. Le vittime di bullismo, infatti, restano sempre più isolate, finché – senza cercare in alcun modo giustificazione alle stragi – scatta in loro la molla della pazzia e della vendetta, che irreparabilmente li porta a reagire nel peggiore dei modi, cioè usando violenza contro violenza. L’aumento di questi fenomeni, del bullismo o delle altre forme di violenza, sta prendendo piede anche nel nostro Paese. E’ questo il risultato – a mio modestissimo parere – del dilagare di forme di comunicazione che dovrebbero avere il compito di stimolare la nascita di rapporti sani, ma portano al contrario, attraverso un loro uso cattivo o eccessivo, a sfibrare il tessuto sociale. I ragazzi di oggi, più piccoli di noi, hanno dimenticato cosa significhi fare una partita a calcetto o praticare un altro sport, creando, grazie al gioco di squadra, rapporti umani stabili e duraturi; non hanno capito che ciò che vedono in televisione, nei social network o nei giochi che usano (spesso pieni di armi), è finzione, e che non li aiuterà certo a diventare persone migliori o stimabili. L’essere “prestigiosi e ricchi ricercatori di follower” non deve diventare certo il titolo cui ambire, anche perché, questa aspirazione, li porterà a non avere alcun amico sincero con cui scambiare le figurine all’uscita da scuola. A peggiorare il quadro contribuisce, in alcuni casi, l’assenza di punti di riferimento, tradizionalmente rappresentati da un genitore giusto ma severo, un insegnate o un allenatore. Fin quando le figure genitoriali o, più in generale, gli adulti non capiranno che il cambiamento da fare è la base, gli episodi come quello di Indianapolis continueranno tristemente a ripetersi.

Per quanto ancora vogliamo leggere notizie di questo tipo? Siamo disposti ad accettare che un giorno, quando avremo dei figli, tutto ciò sia all’ordine del giorno?