A cura di Elisabetta Cannavò – 

A Domenico Lucano dobbiamo molto, forse un giorno lo capiremo, forse un giorno saremo coscienti e riconoscenti della grandezza delle sue azioni.
In un’Italia che va per la direzione opposta, il Sindaco di Riace, Domenico Lucano, diventa il simbolo dell’accoglienza.
L’aver concretizzato quella che era solo un’idea, a me è parso straordinario.
Tuttavia, sta proprio qui il problema, il fatto che un modello di integrazione sia considerato un rischio,un azzardo o un’utopia; uno dei più naturali fenomeni di interazione umana è stato ridotto così ad una assurdità.
L’assenza di informazione, le onde di pregiudizio e ignoranza, non permettono di far veicolare l’idea che i flussi migratori potrebbero rappresentare una grande risorsa a livello economico nonché culturale. Un utilizzo intelligente e organizzato del fenomeno migratorio è la chiave!
Con questo non voglio minimizzare le difficoltà dell’accoglienza, richiede la strategica collocazione di grandi masse di persone bisognose di sostentamento e cure. Importa, ovviamente, un dispendio economico che per essere accettato dagli Stati deve tradursi necessariamente in un investimento a lungo termine.
È evidente, “integrazione” e “accoglienza” sono parole complicate!
Nel 1998 la cittadina calabrese di Riace di poco più di 2mila abitanti accolse per la prima volta dei migranti e Domenico Lucano, allora insegnante del laboratorio di chimica, attivò il suo progetto: diede loro ospitalità negli appartamenti abbandonati di Riace Superiore, la zona del paese che a partire dagli anni ’60 si era progressivamente spopolata (contava solo 400 abitanti), così da rivitalizzare, anche economicamente, il paese.
Il modello ha avuto successo nel corso degli anni e gli valse diversi premi e riconoscimenti personali (tra cui l’inserimento nella classifica della la rivista americana Fortune tra le 50 persone più influenti del mondo nel 2016), ma soprattutto nel corso degli ultimi 14 anni della sua carriera, Lucano ha reso il borgo calabrese un modello per l’accoglienza famoso in tutto il mondo.
Oggi, 2 ottobre 2018, questo grande impegno gli è valso ben altro, l’accusa di favoreggiamento dell’immigrazione clandestina.
In particolare, gli si rimprovera di aver organizzato con la collaborazione della compagna uno o più “matrimoni di comodo” al fine di ottenere permessi di soggiorno, nonché di aver forzato la procedura in modo da affidare alle cooperative nate a Riace, che danno lavoro a migranti e riacesi, il servizio di raccolta rifiuti.
Domenico Lucano si è sempre dichiarato un sindaco ribelle, pronto a compiere anche delle forzature ai fini dell’accoglienza e la conversazione intercettata lo conferma: “Io la carta d’identità gliela faccio. Io sono un fuorilegge perché per fare la carta d’identità io dovrei avere un permesso di soggiorno in corso di validità …”, “sia come sindaco e soprattutto come responsabile dell’ufficio … proprio per disattendere queste leggi balorde vado contro la legge”, “Sai qual è secondo me l’unica strada percorribile? volendo spremere le meningi, che lei si sposa!”.
Non posso negare la gravità delle sue parole, è chiara la serietà  della questione dal punto di vista giuridico. Non possiamo però negare a noi stessi una valutazione anche in una chiave differente da quella prettamente logico-giuridica.
Potremmo essere alla porte di una rivoluzione, lì dove la disobbedienza civile è l’arma più potente contro una  legge ritenuta ingiusta.
Potrebbe accadere che il “sacrificio” di Domenico Lucano sarà, un giorno, ricompensato dalla diffusione di una nuova idea di accoglienza.
Probabilmente l’assalto giudiziario al sindaco di Riace era prevedibile, diverse sono state le indagini a suo carico nel corso degli anni; in più, la sua tenacia e la sua sfrontatezza non sono mai passate inosservate anche nell’ambiente politico.
Forse quello che è accaduto oggi è proprio quello che serve per avviare il cambiamento.
Condivisibili o no, le sue scelte sono state audaci, altruiste, rivoluzionarie e meritano di essere raccontate, si spera, con un lieto fine.