Di Elena Mandarà

La quarta rivoluzione industriale è iniziata e, come tutte le rivoluzioni, ha coinvolto l’intera società nel proprio cambiamento. Indiscutibilmente, infatti, è chiamato in causa il modo stesso di concepire non soltanto l’economia, ma anche il mercato del lavoro. Il ruolo da protagonista, in quest’ambito, sembra dover essere giocato dalle professioni che rientrano nella categoria delle discipline STEM (ossia scienza, tecnologia, ingegneria ed informatica), a scapito di ciò che è relativo, invece, alla cultura umanistica. La demonizzazione delle materie umanistiche, giudicate da molti obsolete e prive di utilità nel contesto socio-economico moderno, ha però subito un’inversione di rotta sancita dai dati raccolti negli Stati Uniti e dagli importanti risultati raggiunti nella Silicon Valley da laureati in materie umanistiche, come la CEO di Youtube Susan Wojcicki, laureata in storia e letteratura ad Harvard. E agli studi statistici corrisponde la crescita della domanda di laureati in ambito umanistico da parte delle imprese, le quali riscontrano in questi ultimi maggiore capacità di adattamento a nuovi contesti. Chi ha una formazione classica, infatti, da un lato è in grado di affrontare situazioni spesso molto distanti da ciò che è stato oggetto del proprio percorso di studi, dall’altro, sviluppa più facilmente competenze trasversali che, paradossalmente, si rivelano utilissime in un’epoca in cui la formazione è sempre più specialistica. Le materie umanistiche si sono rivelate un valore aggiunto anche nell’economia. In molti casi, infatti, si è riscontrato come la semplice analisi statistica fosse insufficiente per elaborare strategie economiche adeguate, e che necessitasse invece di uno studio completo delle caratteristiche culturali del contesto nel quale s’intendeva operare. Anche nell’ambito della robotica pare che il contributo di una formazione classica sia determinante. In primo luogo, infatti, la professionalità offerta da esperti del linguaggio è necessaria per lo sviluppo del cosiddetto machine learning, ossia per favorire la comprensione del linguaggio da parte delle macchine. In secondo luogo, è richiesta una preparazione etica, morale e filosofica ai cosiddetti automation ethicist, ossia gli esperti che si occupano di valutare l’impatto sociale dell’automazione in tutti quei settori nei quali le macchine sono chiamate ad interfacciarsi con gli esseri umani. Se, infatti, è necessaria un’altissima preparazione tecnica che consenta di programmare e sviluppare macchine sempre più efficienti, è altrettanto necessario che qualcuno sia in grado di riempire di contenuti tali macchine. Viene in mente, allora, la polemica, che ormai imperversa da anni, sull’utilità del liceo classico, che vive un periodo di crisi proprio in Italia, la culla della cultura classica. Querelle alla quale si accompagna un generale svilimento di tutti i giovani che scelgono di intraprendere una carriera universitaria di stampo umanistico. Anziché scovare le infinite potenzialità di questo mondo, lo si mortifica, mortificando con esso gran parte della storia e della cultura del nostro Paese, relegate nell’immaginario collettivo a nozioni di un passato remoto che non offre più nulla di utile. Secondo quanto illustrato finora, però, l’equazione classicista= pensatore distaccato dalla realtà, non è più valida. L’industria 4.0, infatti, potrebbe riservare agli umanisti un posto di riguardo, se solo si riuscisse a conciliare l’altissima preparazione scientifica offerta dai nostri istituti e la naturale inclinazione umanistica del Paese. La chiave di volta potrebbe essere rappresentata proprio dalla convergenza di due mondi apparentemente così lontani: dalla “umanizzazione” della scienza.