Di Thilina Dulanjana Fernando Muthuwadige

Giovedì italiano, consueto appuntamento del luissino medio. Il repertorio musicale è rimasto invariato nel corso degli anni e in mezzo ai vari intramontabili tormentoni, viene il momento di “Figli delle stelle”, immancabile in queste serate e ogni volta cantata a squarciagola dai festanti. 

Lasciando da parte le elucubrazioni alla Gianni De Michelis in “Dove andiamo a ballare questa sera?”, Alan Sorrenti, l’autore del brano in questione, ha affermato in un’intervista che ““Figli delle stelle” in sintesi dice quello che siamo, cioè degli esseri universali, perché la scienza ha in seguito scoperto e provato che noi abbiamo gli stessi elementi di cui sono formate le stelle.” In altre parole, mentre Shakespeare diceva che siamo fatti della stessa sostanza di cui sono fatti i sogni, il cantautore italiano ha completato questa citazione dicendo che siamo fatti della stessa sostanza di cui sono fatte le stelle.

Il messaggio lasciato dalla canzone è acuto e penetrante, riguardando tutti noi, considerati non solo come essere umani, ma addirittura in quanto cittadini dell’universo.

Più precisamente, a cosa si riferiva la star della disco music? Da dove veniamoChi siamoDove andiamo? Noi esseri umani siamo composti da atomi, nati assemblando particelle ancora più piccole prodotte molto tempo fa nelle fornaci di stelle sparite ormai da tempo, in altre parole siamo stati creati nelle stelle, non siamo altro che polvere di stelle. Proveniamo della fusione nucleare che lì avveniva. Le immense pressioni e temperature delle stelle, paragonabili a delle gigantesche caldaie cosmiche, condensarono fino al collasso. Alla morte delle stelle, elementi più pesanti, una volta fusi, sono stati scagliati nello spazio. Si trattava di stelle lontane, molto lontane, addirittura fuori dalla nostra galassia. I miliardi di miliardi di atomi così scaturiti erano materia intergalattica che ha percorso centinaia di migliaia di anni luce grazie ai venti galattici, scatenati dall’esplosione di supernove, stelle massicce giunte alla fine della loro vita. Sono fenomeni dall’immensa energia: le più potenti arrivano a essere anche diverse volte più luminose dell’intera Via Lattea. Tale materia intergalattica infine si è riunita, compressa dalla sua stessa gravità.  Un’infinità di atomi così prodotti congelarono in pianeti e da una parte di questi atomi si generò la vita. Gli uomini, le donne, i nostri cani, le piante del nostro giardino, l’edificio dove andiamo ogni giorno a studiare o a lavorare, non sono altro che assemblaggi di polvere di stelle.

 Lawrence Krauss nel suo libro “A Universe from Nothing” riassume mordacemente quanto suddetto: “Voi non potreste essere qui se le stelle non fossero esplose, perché gli elementi che concernono l’evoluzione – il carbonio, l’azoto, l’ossigeno, il ferro – non furono creati all’inizio del tempo. Sono stati creati nella fornace nucleare delle stelle, e il solo modo perché si trovassero nel tuo corpo, non è se non che le stelle fossero così gentili da esplodere. Dunque, dimentica Gesù. Le stelle sono morte perché tu potessi essere qui adesso.”

Interagiamo senza soluzione di continuità con l’ambiente circostante, il corpo umano cambia ogni istante, mescolandosi con ciò che lo circonda. Le nostre cellule muoiono e vengono sostituite continuamente e per garantire questo ricambio, immettiamo cibo e acqua nel nostro organismo. Non possiamo fare a meno di questo collegamento con la natura, non possiamo distaccarcene, è semplicemente la storia dell’universo che si ripete e prosegue ininterrottamente. Non è altro che il postulato fondamentale di Lavoisier: “Nulla si crea, nulla si distrugge, tutto si trasforma”.  L’universo si ricicla e mischia gli ingredienti di cui siamo fatti, rendendoci parte di qualcosa di grande, molto più della nostra immaginazione. Nondimeno facciamo parte di questa grandezza.

Si dice che la perfezione non sia di questo mondo, ma trovo che vi sia un’armonia immanente nel fatto che noi, polvere di stelle, siamo in grado di osservare altre stelle nella volta celeste, così distanti e allo stesso tempo così vicine. Alzare la testa e rivolgere lo sguardo sugli astri del firmamento è come riflettersi allo specchio e contemplare ciò che siamo, ciò che eravamo, ciò che saremo.

Origene di Alessandria ebbe un’intuizione illuminante quando scrisse: “Renditi conto d’essere in piccolo un secondo mondoe che in te sono il Sole, la Luna e anche le Stelle.” Quasi duemila anni fa il filosofo greco comprese la trama di relazioni sussistenti tra tutto il Creato.

In noi si nasconde la stessa fibra che costituisce le stelle, in noi è impressa una storia cosmica lunga quanto l’infinito, siamo “senza storia, senza età, eroi di un sogno”.