Di Cecilia Tommasi

Accadde un giorno, in una puntata di una di quelle serie TV con cui Netflix scandisce le giornate di più di 100.000 di utenti nel mondo, che il primo ministro inglese, vittima per diffusione mediatica virale del ricatto messo in atto da un folle, dovette stimolare una eiaculazione con un maiale davanti agli sgomenti spettatori di tutte le TV inglesi. L’evento ebbe una caratura storica, ma per fortuna si riuscì ad andare oltre e dimenticare. In fondo non serve una serie TV distopica come Black Mirrors per rendersi conto dei meccanismi della realtà virtuale da cui siamo inghiottiti. O forse si? La connessione internet onnipresente ci permette di realizzare una di quelle che appaiono essere le priorità del secolo: essere in contatto perenne con il mondo; con il supporto dei social media si instaura un meccanismo velocissimo di “ricezione-condivisione” che consente nell’arco di pochi istanti di diffondere informazioni, veritiere o meno, ad una quantità indefinita di persone che nel tripudio emotivo di sgomento, gioia o delusione, provocato dalla notizia appena ricevuta, trovano compiacimento nei commenti e nei like di persone amiche e non. Ma dove sta la distorsione in questo sistema? Senza lasciarci andare in paternalismi complottisti, con grande semplicità possiamo individuare la metastasi del problema proprio nell’istantaneità, in quella ostinata riduzione della durata temporale di un evento ad una particella millesimale dei nostri ricordi. L’accorata e commossa partecipazione emotiva con cui si condivide la notizia di una strage o un qualunque evento seppur a noi lontano, innesca quello che è un comunissimo sistema di passaparola – sebbene di natura virtuale – che consente ad una notizia di raggiungere la massima visibilità. Le home page sono oramai fori quotidianamente attivi, ma sempre incentrati su tematiche differenti, vittime di un sistema di sostituzione involontaria per cui si continua a parlare, ma sempre di eventi differenti. E’ proprio così che accade: nel polverone mediatico le notizie arrivano e poi vanno via, e così, mentre poco prima si piangeva per le morti in mare, è già arrivata la tragedia successiva pronta ad essere sciorinata e dibattuta. Un trita-ricordi sempre in azione che ci fa vivere immobili, spettatori loquaci ma apatici di un telegiornale perenne di eventi eccezionali e memorabili, dal calibro storico, che sconvolge rendendoci partecipi forse fin troppo, per poi annientare il tutto nel vago ricordo di ciò che era. E’ per virtù o colpa di questo fenomeno che nascono e muoiono celebrità: basta che le notizie scorrano sotto un click; basta che qualche strano avvenimento, che poteva rimanere protetto dalla discrezione del privato, venga rivelato alle gole profonde dei media per erigere, o alternativamente distruggere, la reputazione, seppur mediatica, del protagonista. Ma dopo il clamore del momento tutto passa, tutto viene dimenticato, tutto acquisisce un’importanza minima e mediocre, in attesa di rendere virale con un click la notizia successiva. Viviamo il secolo della apatia partecipativa, in cui siamo noi utenti del web a creare e distruggere la notizia, per ricordare e poi dimenticare in un egoistico interesse pure i fatti che non ci appartengono, riuscendo ad imprimere ai veri sentimenti umani, notoriamente duraturi, l’istantaneità del web.