Di Alessandro Avagliano

Sabato 20 ottobre è andata in onda su Rai 1 la quarta ed ultima puntata di “Ulisse – il piacere della scoperta”, confermando il successo che la docu-serie aveva incontrato in occasione dei primi tre appuntamenti. Oltre 4 milioni e 453 mila spettatori hanno trascorso un sabato sera molto particolare in compagnia della Principessa Sissi, immergendosi nell’imperiale eleganza di Vienna. Certo, Alberto Angela aveva già dimostrato di saper catturare l’attenzione degli italiani: in molti ricorderanno lo speciale “Stanotte a San Pietro”, del 27 dicembre 2016, che registrò quasi 6 milioni di spettatori (peraltro in periodo natalizio, il che è ancora più notevole). E’ quindi senza dubbio confortante sapere che adesso, grazie al lavoro di Alberto Angela (e prima di lui del padre Piero e, uno su tutti, di Roberto Benigni, candidato al Premio Nobel per la letteratura 2007 proprio per la sua attività di divulgazione della Divina Commedia), l’arte e la cultura non sono più appannaggio di pochi eruditi, ma sono finalmente restituite ad una collettività che, forse inconsapevolmente, per molto tempo le aveva trascurate. Ed è proprio questo il senso dell’arte: raggiungere tutti indistintamente per emozionare e stimolare la crescita personale, come pensavano gli antichi Greci. Non per niente la tragedia greca era contraddistinta dalla sua funzione catartica, oltre che politica, e alle Grandi Dionisie, che erano le festività più importanti per ricchezza e spessore delle rappresentazioni teatrali, partecipavano tutti i membri della collettività. Ma l’arte ha spesso avuto anche una funzione educativa o, per dirla con Platone, “paideutica”: Lucrezio scrisse il De Rerum Natura con l’intenzione di diffondere l’epicureismo a Roma; le pitture murali all’entrata delle chiese medievali ricordavano ai fedeli analfabeti il contenuto delle Scritture e le pene inflitte ai peccatori; per Aristotele anche la musica è al tempo stesso “nobile e liberale”, perché influisce direttamente sull’animo umano. Ecco quindi che l’esperienza storica insegna che l’arte e la cultura non hanno come finalità quella di condurre a sterile erudizione, ma di migliorare l’uomo, di far germogliare la parte più bella di noi, di consentirci di prenderci cura della nostra anima. 

La filosofa e saggista Simone de Beauvoir, nel testo “Littérature et métaphysique”, pubblicato su “Les Temps Modernes” nel 1946, poneva poi l’accento su un altro aspetto fondamentale dell’arte: l’arte è la forma più efficace per comunicare i concetti filosofici. La sensibilità umana è infatti talmente variegata da non essere sempre riconducibile al reame della logica, né, il più delle volte, a un termine o a un’espressione particolare. Ciò che per Leopardi era un grande evento, in grado di scuotere profondamente il suo animo, sarebbe infatti solo un “episodio di cronaca”, per noi, se egli ce l’avesse trasmesso nelle forme del linguaggio diretto. Apprenderemmo le cause e gli effetti della sua malattia, ma non comprenderemmo il suo dolore; leggeremmo della morte di Silvia, ma non coglieremmo la sua allegoria della caducità della vita. Per Beauvoir invece il romanzo, o la poesia, consentono a tutti noi di provare in prima persona l’esperienza che ci viene raccontata. E’ proprio il piacere della scoperta (per riprendere il titolo della trasmissione di Angela), quindi, a renderci umani. Una scoperta che, il più delle volte, si traduce in una più profonda conoscenza di noi stessi e delle pulsioni che ci animano; espresse, necessariamente, nella forma dell’arte. Ed ecco, forse, la ragione del successo della divulgazione culturale in televisione. L’arte non viene studiata sui libri di scuola, ma viene fatta vivere, viene “raccontata”. Ed è così importante proprio perché è ricerca di senso. E’ indagine del problema della conoscenza, della teologia, del mutevole concetto di bellezza. E’ forma, ma forma densa di significato. Se anche un concetto come quello di “infinito” non è pensabile (ma se ne può discutere) è però esprimibile, nel linguaggio dell’arte, l’effetto che l’idea di infinito ha sul nostro animo. E se l’infinito, o comunque lo si chiami, ci apparisse all’improvviso, non lo farebbe col linguaggio del saggista, ma con la sensibilità di un esteta.