a cura di Matteo Politano – 

Troppe poche volte noi italiani – anzi, tutti noi europei – ci soffermiamo quanto dovremmo nell’analisi della realtà. Siamo consapevoli che il mondo sta correndo veloce, velocissimo, eppure è come se in Europa, questa consapevolezza, non si trasformasse ancora in analisi prima, e azione dopo.

L’esempio lampante di questa considerazione è proprio la Cina: quell’immenso, lontano Paese che agli occhi di troppi è ancora la patria delle marce tarocche e del comunismo di Mao Tse-Tung. Ma la globalizzazione è ormai iniziata da trent’anni, e la Cina di passi – da gigante – ne ha fatti.

Una delle interessanti testimonianze di cosa sia oggi la moderna Cina, l’ha portata in Occidente Eric Li Xun, investitore e politologo, che al TED del 2013 ha analizzato quali siano i veri, e da noi poco considerati, punti di forza di questo recente colosso rosso, proponendo inoltre una analisi comparativa col nostro sistema democratico occidentale. Video molto consigliato, dal titolo “a tale of two political systems”.

Eric è nato a Shangai: ma non nella moderna iper-metropoli che immaginiamo, bensì nella Shanghai degli anni ’70, quella della Rivoluzione Culturale. Quando Mao, già Presidente da vent’anni, per riprendere il controllo del Paese, aizzò i giovani ad una caccia alle streghe contro i dirigenti del suo Partito Comunista, quegli stessi dirigenti che lo stavano estromettendo dal potere e dal consenso. Quel periodo di 4 anni durante il quale morirono decine e decine di persone, con stime che variano dai 300mila e ai 7 milioni.

Una Shangai ed una Cina che seguivano i principi comunisti, le idee di Marx e le orme (ma sempre con una unicità tipicamente cinese) di Lenin e Stalin. Una meta-narrazione, che tutti dovremmo ben conoscere, alla quale per decenni un terzo della popolazione mondiale ha creduto fermamente. Ma un discorso similare può essere fatto non solo per il sogno comunista, bensì anche per quello della democrazia. Entrambi i sistemi si basano su un concetto di fondo: che tutte le società umane si sviluppano, secondo una progressione lineare, verso un fine unico. Il socialismo da un lato, la democrazia e il voto dall’altro. Entrambe le storie prevedono una lotta tra bene e male, ove il male sono tutti gli altri sistemi, ed un lieto fine che si concluderà in un paradiso terrestre. Insomma, due storie diventate degli ottimi best-seller, che hanno coinvolto e coinvolgono miliardi di persone, come spesso avviene per i grandi sogni. E se URSS e paesi socialisti vari (anche per via di quell’internazionalismo previsto da Marx stesso) hanno certamente tentato di diffondere (e imporre) il loro sistema politico, economico, sociale e culturale nel mondo, al grido di “proletari di tutto il mondo unitevi”, la stessa cosa possiamo dire, in parte, per quanto riguarda le democrazie occidentali. Tutte, non solo gli USA, nella certezza della superiorità del loro sistema, hanno tentato di diffondere il proprio modello in tutto il globo, soprattutto negli ultimi anni, con risultati alterni.

Ma la Cina, in soli 30 anni, è passata dall’essere uno dei paesi agricoli più poveri del globo a divenire la seconda potenza mondiale. L’economia non ha fatto che crescere e non sembra intenzionata a smettere; ben 650 milioni di persone sono state salvate dalla povertà in questi anni: l’80% della riduzione della povertà nel mondo si è verificata nella sola Cina.

Un singolo – anche se enorme – Stato, per lo più monopartitico, e senza un elettorato, ha fatto di meglio di tutte potenze occidentali messe insieme: ma come è potuto accadere? Secondo la narrazione, ogni sistema alternativo alla democrazia dovrebbe esser destinato a collassare, come avvenuto per l’Unione Sovietica. Allora bisognerebbe forse studiare meglio il fenomeno. Infatti, anche analizzando i casi storici precedenti, un sistema senza un elettorato che decide quali siano i suoi governanti dovrebbe essere perlomeno caratterizzato da tre problematiche comuni: dovrebbe essere un sistema operativamente rigido (perché nessuno si preoccupa, senza un’opposizione, di correggere il tiro e adattare la direzione del Paese), politicamente chiuso, e, ovviamente, moralmente illegittimo. Invece, i punti di forza della Cina sono gli opposti: i tre fattori chiave del successo sono adattabilità, meritocrazia e legittimità. Sembra impossibile, ma in 69 anni la gamma di politiche del Partito Comunista (ormai solo di nome, poiché oggi è il principale sostenitore del libero commercio internazionale) è stata la più ampia rispetto a quella di qualsiasi altro Paese degli ultimi secoli. In ogni ambito, che sia economico, sociale, o anche istituzionale: ad esempio, dopo anni di eccessivo potere di alcuni dirigenti, è stato stabilito il limite di mandato politico, ovvero il pensionamento obbligatorio dalle cariche pubbliche a 70 anni (con l’eccezione di Xi Jinping, attuale Presidente con enorme consenso ed influenza). Sembra assurdo: un sistema non democratico dovrebbe esser caratterizzato da malgoverno e corruzione, giacché un singolo Partito controlla tutto. Appunto, politicamente chiuso. Tuttavia, sebbene la corruzione sia effettivamente grave, rimane il fatto che il Partito sia una delle più meritocratiche istituzioni politiche del mondo. Il perché è conseguenza del fatto che la struttura della società civile e politica cinese, mediante il potentissimo Dipartimento Organizzativo del Partito, è erede della tradizione: il Dipartimento svolge una versione modernizzata del sistema di tutoraggio cinese. Bisogna ricordare che la Cina è un mondo di tradizioni millenarie a noi aliene, ma la loro peculiare organizzazione è innegabilmente efficientissima, ed è talmente meritocratica che – per fare un esempio chiaro – dei 25 membri del Politburo (l’ente più alto del Partito), ben 20, compreso il Primo Ministro, provengono da condizioni sociali molto ordinarie, e la percentuale della mobilità ascendente è ancora maggiore se si pensa ai 300 membri del Comitato Centrale. La carriera politica in particolare, visto il numero degli abitanti, è molto competitiva e richiede sempre 20-30 anni per poter arrivare ai più alti livelli: Xi Jinping è figlio di un ex leader ed ha comunque impiegato 30 anni per divenire Presidente. Confrontando tali numeri con quelli delle élite governanti di molti Paesi sviluppati, il confronto può essere imbarazzante. E, sebbene sembri impossibile, la fonte di legittimità (anche morale) del Partito esiste eccome: la competenza. Proprio perché è un altro mondo, soprattutto culturalmente, in Cina non esiste il nostro concetto di “società civile” come estranea o opposta al Governo, bensì, in virtù della loro visione dello Stato come “madre” dei suoi cittadini dei quali si deve curare, la loro società civile è parte stessa dell’ordine politico e in accordo con lo stesso: non a caso l’attuazione della meritocrazia avviene anche grazie al costante monitoraggio su ogni aspetto della vita pubblica che viene svolto dall’amministrazione cinese, ad ogni livello, dal più locale al più centrale. E i fatti sono, da un lato, che le condizioni di vita cinesi rispetto al 1949 sono migliorate in maniera drastica e, dall’altro, che diversi studi svolti da istituti statunitensi evidenziano numeri clamorosi: l’85% di soddisfazione riguardo la direzione del Paese, il 93% degli under 40 ottimisti sul futuro della Nazione. Ora, se non è legittimazione questa, non è dato sapere cosa essa sia. E questo nonostante problemi innegabili, come l’inquinamento (ma la Cina ora è anche il primo Paese al mondo per investimenti nelle rinnovabili), la sicurezza alimentare, la sovrappopolazione, la povertà nelle campagne, e la già citata corruzione. Che comunque, negli ultimi anni, viene duramente combattuta dal Governo. Forse sarebbe il caso di riflettere.