a cura di Francesca Del Gaizo – 

L’epoca coloniale ha lasciato tracce indelebili nel continente africano. Il colonialismo ha profondamente influito sull’economia del continente. Lo sfruttamento delle ricchezze minerarie e forestali ha provocato l’alterazione degli equilibri ambientali e delle tradizioni. La fragilità politica dell’Africa è dimostrata anche dagli avvenimenti più recenti. Negli ultimi vent’anni, infatti, regimi dittatoriali e guerre civili hanno spesso concorso ad insanguinare il continente: dall’Angola al Mozambico, dall’Etiopia al Sudan, dalla Liberia alla Sierra Leone, fino al terribile genocidio del ’94 in Ruanda e ai conflitti ancora in corso, l’Africa continua ad essere martoriata da esplosioni di odio e di violenza, cui sovente non sono estranei gli interessi dei Paesi ricchi del Nord del Mondo. Nei quarant’anni successivi all’indipendenza africana, risultato di un processo di decolonizzazione iniziato intorno agli anni ’60, i governi locali non sono stati in grado di incentivare con successo lo sviluppo economico dei molteplici Stati del continente, che hanno quindi assistito al degrado delle infrastrutture coloniali.
È in questo contesto di malcontento che si è inserita la presenza cinese in Africa: il commercio bilaterale tra le due aree si è incredibilmente moltiplicato a partire dagli anni ‘80 e oggi molti Paesi africani posso contare su un cospicuo e durevole investimento cinese in ambito di servizi, infrastrutture e non solo.
I Cinesi hanno trovato nell’Africa il loro Far West: viene però da chiedersi in che termini si sia instaurata quest’amicizia, per noi Europei così inverosimile e allo stesso tempo profondamente ostile in termini d’interessi economici.
Ciò che sostanzialmente la Repubblica Popolare Cinese ha fatto, è stato offrire una speranza ai popoli africani: per secoli le potenze europee sono state presenti in Africa al solo scopo di trarre benefici per loro stesse, sfruttare la terra senza dare nulla in cambio e infine accordare l’indipendenza a Paesi rimasti privi di risorse adeguate per sostenere una rinascita post-coloniale.
La presenza cinese in Africa è una conseguenza della globalizzazione, un sovvertimento degli equilibri politici internazionali: la Cina è una nazione in grande crescita negli ultimi decenni, soprattutto per l’elevata produzione industriale grazie alla manodopera basso costo: motivo per cui, oggi, è estremamente competitiva sul mercato mondiale e ha deciso di focalizzare i propri investimenti sul territorio africano, vergine e facilmente manipolabile.
La caratteristica che distingue i Cinesi nei rapporti con le comunità africane è che essi non si sono presentati come despoti, bensì come alleati nel perseguire un obiettivo di crescita comune. Il rapporto Africa-Cina è quindi frutto di un patto, oggetto di numerose conferenze internazionali, ispirato a principi di non ingerenza, in virtù del quale i governi africani non hanno poteri d’intervento in materia di politiche industriali adottate dalla Cina. Fiducia reciproca sul piano politico e cooperazione win-win sul piano economico: i Cinesi lavorano in Africa e contribuiscono alla sua ripresa economica da un lato, ne sfruttano le risorse primarie per sostenere la nuova posizione acquisita sul piano globale dall’altro. I Cinesi vanno laddove gli Europei peccano di prudenza, perché l’Africa si presenta come una terra piena di promesse, soprattutto per chi vive ormai stretto nel proprio Paese, bramoso di accrescere il proprio potere. Vanno per affari, non per imporre la propria cultura, in una regione sottosviluppata dove la domanda è forte e la concorrenza debole.
Fino a che punto, però, la logica del business è capace di sostenere un insieme così articolato di relazioni tra due realtà tanto lontane e allo stesso tempo così vicine, in termini di interessi?
Laddove c’è esercizio di potere che si sostanzia nel subdolo ed egoistico perseguimento di obiettivi di basso livello, difficilmente si riscontra rispetto per l’essere umano e tutela dei diritti fondamentali: principi generali che fondano i più sviluppati sistemi democratici ma che in un continente politicamente debole e disorientato come l’Africa ancora non hanno trovato una propria realizzazione definitiva. Dalla prospettiva cinese, i diritti umani sono intesi come sviluppo economico del singolo piuttosto che come libertà individuali o partecipazione politica. Le critiche occidentali agli abusi cinesi sulle popolazioni locali sono viste da Pechino come un tentativo di demonizzare le sue politiche di sviluppo in Africa.
Ci sono sicuramente pecche in questa apparentemente idilliaca alleanza: le ombre del rapporto con la Cina si proiettano nel settore ambientale con la distruzione di aree nazionali protette. Né mancano problemi di sfruttamento del capitale umano: la creazione di imprese cinesi, infatti, non sempre corrisponde alla formazione di forza lavoro e, soprattutto, non sempre porta con sé l’applicazione di norme di sicurezza e di tutela dei lavoratori, ma spesso comporta importazione di professionisti asiatici e condizioni di lavoro al di là del limite di umana sopportazione, con orari duri e retribuzioni davvero basse.
Il principale focolaio di opposizione si radica nell’Africa sub-sahariana, dove i Tuareg hanno spesso manifestato brutalmente la loro opposizione ad un potere straniero in terra natia. Non pochi Paesi avrebbero interesse a fiaccare questa opposizione, specialmente la Francia, la cui importazione d’uranio proviene all’ 80% dall’Africa. Opposizione che esprime la contrapposizione tra un cosiddetto “modello africano”, che cerca di migliorare la coesione e l’integrazione interna ai fini della ridefinizione dei rapporti con l’estero, e un “modello cinese”, finalizzato alla penetrazione industriale e commerciale che raramente soddisfa le istanze della popolazione locale.
In un contesto, quindi, politicamente debole, la Cina non fa altro che realizzare accordi coi governi per legittimare il suo intervento incondizionato. Al contrario, i popoli che subiscono questo intervento dovrebbero avere la possibilità di tutelare i propri interessi in un’ottica di lungo periodo, evitando di sacrificare sull’altare della crescita economica diritti e risorse che rappresentano i veri elementi sui quali basare il proprio sviluppo futuro.